L’uccisione del sindaco di Uruapan, nel Michoacán, non è solo l’ennesimo fatto di sangue in un Paese abituato alla violenza dei narcos. È la dimostrazione plastica di un cortocircuito: mentre il governo federale messicano rivendica risultati record contro i cartelli, i cartelli continuano a mostrare che il territorio, in molti casi, lo controllano ancora loro. E lo fanno nel modo più eclatante, colpendo chi prova a sfidarli davanti a tutti.
La vittima era diventata in pochi mesi uno dei volti più riconoscibili dell’offensiva locale contro la criminalità. Aveva costruito consenso proponendo una linea durissima contro i gruppi armati che estorcono denaro a produttori e imprese della zona, un’area dove avocado e agricoltura sono diventati da tempo una fonte di reddito anche per la criminalità organizzata. Per questo viveva sotto protezione e per questo era consapevole di essere un bersaglio. Eppure è stato raggiunto e ucciso durante una celebrazione affollata, in un contesto pubblico, nonostante la presenza di forze di sicurezza. È il segnale che i gruppi criminali non solo conservano capacità di fuoco, ma rivendicano la possibilità di usarla quando e dove vogliono.
Per capire la portata dell’episodio bisogna guardare alla strategia avviata dalla presidente Claudia Sheinbaum. Il suo governo, insediato da un anno, ha scelto un approccio che potremmo definire chirurgico: più arresti mirati, più laboratori di droga smantellati, più operazioni coordinate con esercito e guardia nazionale, meno retorica sulla “guerra totale” alla droga che in passato ha prodotto un’escalation di violenza senza riuscire a smantellare le organizzazioni. I numeri che arrivano da Città del Messico parlano di decine di migliaia di arresti per reati di alto impatto, di oltre un migliaio e mezzo di laboratori distrutti, di un calo degli omicidi rispetto ai picchi del decennio scorso e persino di una riduzione del flusso di droga verso gli Stati Uniti. È anche per questi dati che Washington ha allentato le pressioni su un possibile intervento diretto in territorio messicano.
Eppure, mentre lo Stato mostra efficienza sul piano centrale, i cartelli rispondono colpendo dove il governo è più vulnerabile: nelle città di provincia, nelle amministrazioni comunali, lungo le filiere agricole. In pochi mesi sono stati assassinati funzionari, consiglieri e persino figure vicine alla capitale; sono stati ritrovati corpi decapitati in stati chiave del narcotraffico; sono stati eliminati giornalisti che avevano documentato le reti criminali. Anche i dati sulle vittime tra gli agenti di polizia indicano una pressione crescente. È come se la criminalità avesse deciso di ricordare al governo che l’azione dall’alto non basta a sradicare la presenza dal basso.

Per un lettore italiano abituato a pensare al narcotraffico come a una questione di grandi boss e di rotte internazionali, il punto probabilmente meno intuitivo è proprio questo: in Messico la vera partita si gioca sul municipio. A quel livello passano gli appalti locali, le licenze, la polizia urbana, spesso le strade da cui si muovono le merci e i prodotti agricoli. Se il sindaco collabora, è intimidito o è troppo debole, il cartello può tassare i produttori, imporre la propria protezione, drenare fondi pubblici e usare le forze di polizia come scudo o come manovalanza. È esattamente il caso del Michoacán, dove gruppi diversi si contendono sia le rotte della droga sia le rendite provenienti da avocado e lime: chi prova a denunciare le estorsioni viene spesso eliminato, come è già accaduto a dirigenti e imprenditori del settore.
La presidente ha condannato l’omicidio e ha promesso di individuare esecutori e mandanti, annunciando anche un rafforzamento della presenza federale nello stato e una procura specializzata. Ma ha rifiutato l’idea di tornare alla stagione delle operazioni massive, ricordando che quel modello ha già mostrato i suoi limiti. È una posizione coerente con la linea di questo governo, ma che sconta un problema di percezione: le statistiche nazionali possono dire che la violenza è in calo, mentre per chi vive nelle aree contese la violenza resta quotidiana. Non a caso, i sondaggi mostrano una presidente ancora molto popolare ma una popolazione insoddisfatta proprio sulla sicurezza.
L’omicidio del sindaco di Uruapan, dunque, diventa una sorta di contro–narrazione sanguinosa: mentre la capitale parla di risultati, il crimine dimostra che in certi territori è ancora lui a decidere chi può governare e chi no. È anche un messaggio agli altri amministratori che vorrebbero imitare quella linea dura di tipo “facciamo fuoco contro i sicari”: chi tenta di militarizzare davvero la polizia municipale o di alzare il livello dello scontro può essere eliminato, e può esserlo in pubblico. È una forma di deterrenza che non costa molto alle organizzazioni e che indebolisce la spinta riformatrice dal basso.
Per uscire da questo cul-de-sac non basta moltiplicare le retate. Servirebbe, accanto al lavoro di intelligence e all’uso delle forze federali, una ricostruzione della capacità dello Stato locale: polizie comunali pagate e attrezzate, controlli anticorruzione, protezione effettiva degli amministratori minacciati, interventi economici che tolgano terreno all’estorsione. Finché i cartelli potranno guadagnare estorcendo agricoltori e commercianti e finché i municipi resteranno l’anello debole della catena istituzionale, ogni successo ottenuto a Città del Messico continuerà a essere messo in discussione da una pallottola sparata in una piazza di provincia.
È questo, in fondo, il senso della “verifica della realtà” di cui parlano gli analisti messicani: lo Stato sta colpendo, ma la criminalità è ancora in grado di rispondere dove fa più male e di farlo alla luce del sole. E finché sarà così, la battaglia contro i cartelli non potrà essere considerata neppure a metà del percorso.


