Carlo Calenda è rimasto bloccato in Sicilia e ha scoperto che i collegamenti funzionano male. Per molti siciliani è una circostanza piuttosto familiare, ma evidentemente mancava il collaudo di un ex ministro dello Sviluppo economico. Adesso c’è anche quello: tre giorni senza riuscire a partire, secondo il suo racconto, e la questione delle infrastrutture è diventata improvvisamente urgentissima.
La cenere dell’Etna ha fermato l’aeroporto di Catania. Calenda doveva raggiungere Torino, ha cercato alternative, ha trovato voli pieni e ritardi. Comprensibile la rabbia. Meno ordinaria la soluzione: la Sicilia è tanto trascurata che lo Stato dovrebbe prenderla in gestione per trent’anni. Un programma di governo elaborato durante l’attesa di un volo, con un orizzonte temporale superiore a quello di parecchie concessioni pubbliche.
Trent’anni. Per rimediare, arriva a invocare una generazione di gestione statale. Sui dettagli organizzativi, lo sfogo non si sofferma. Se il bagaglio fosse arrivato danneggiato, forse avremmo dovuto discutere anche dello scioglimento dell’Assemblea regionale.
C’è però un piccolo problema nella distribuzione delle parti. Calenda invoca l’intervento dello Stato come se lo avesse incontrato soltanto allo sportello dei documenti. Invece dello Stato è stato un dirigente politico di primo piano: ministro dello Sviluppo economico dal maggio 2016 al maggio 2018, prima con Renzi e poi con Gentiloni. Due anni seduto dalla parte del tavolo dove arrivano i dossier e da cui partono le decisioni.
E fra quei dossier ce n’era uno con le ali. Il 2 maggio 2017 firmò il decreto che ammetteva Alitalia all’amministrazione straordinaria e nominava i tre commissari. Il governo stanziò inizialmente seicento milioni di euro per garantire la prosecuzione del servizio. La norma richiamava espressamente i collegamenti aerei e i gravi disagi che la loro interruzione avrebbe provocato agli utenti. Gli utenti, dunque, esistevano già. Anche prima che uno di loro si chiamasse Carlo Calenda.

Sia chiaro: Calenda non dirigeva l’Etna e non aveva la delega ai Trasporti, che spettava a Graziano Delrio. Nessuno gli può chiedere di fermare una nube vulcanica. Gli si può però chiedere come abbia contribuito, quando governava, a costruire alternative per un territorio il cui isolamento non è cominciato questo fine settimana.
Anche perché il suo governo di infrastrutture siciliane parlava parecchio. Nell’ottobre 2017 Delrio annunciava due miliardi e mezzo impegnati nei cantieri stradali dell’isola e altri dieci miliardi da spendere negli anni successivi fra strade e ferrovie. Erano gli impegni dichiarati dal ministero: oggi sarebbe interessante ricostruirne i risultati. Il viaggio di Calenda poteva essere un’ottima occasione per una verifica sul campo del lavoro del governo di cui faceva parte. È diventato soprattutto un reclamo.
Qui il caso personale si allarga a una specialità molto praticata dalla politica italiana: la scoperta dei servizi pubblici attraverso il disagio privato. Finché arrivano interrogazioni, proteste e segnalazioni dei cittadini, il problema richiede approfondimenti. Quando il treno perso, la strada interrotta o l’attesa riguarda un politico, il quadro istruttorio è finalmente completo. Bisogna intervenire subito.
Il passaggio dal governo all’opposizione, poi, sembra produrre una curiosa cancellazione della memoria. Gli stanziamenti restano nel curriculum, i risultati insufficienti diventano responsabilità del sistema. Le opere annunciate appartengono a chi le ha annunciate; quelle incompiute a una misteriosa entità chiamata burocrazia. E lo Stato, dopo essere stato rappresentato per anni, torna comodamente a essere qualcuno da chiamare.
Per i siciliani, intanto, il problema ha dimensioni che vanno oltre un volo cancellato. Nel ventesimo rapporto Pendolaria, presentato da Legambiente nel dicembre 2025, la rete ferroviaria dell’isola risultava ancora per l’85% a binario unico e soltanto per poco più del 54% elettrificata. Lo stesso rapporto segnalava l’integrazione tariffaria ancora irrisolta fra i diversi servizi di trasporto dell’area catanese e l’attesa di un collegamento ferroviario metropolitano cadenzato fra Taormina, Catania e l’aeroporto di Fontanarossa.
Sono limiti che incidono sulle alternative disponibili anche quando il vulcano riposa. Il 28 settembre, invece, la cenere ha portato al terzo giorno consecutivo di sospensione dei voli a Catania, con lo stop annunciato fino alle 23.59. Per chi deve lavorare, studiare o curarsi, la mobilità non è una parentesi fra due presentazioni di un libro. E la Sicilia, per quanto bellissima, deve essere anche un posto dal quale si possa partire.
Aver governato non toglie il diritto di protestare. Aggiunge il dovere di rendere conto. A Destra, a Sinistra e al CentroAltrimenti si ottiene un privilegio davvero invidiabile: inaugurare ogni volta la propria carriera politica dal lato dei cittadini esasperati, dopo aver trascorso la stagione precedente dal lato di chi avrebbe dovuto dare loro risposte.



