Nel paese di Paul Biya — 92 anni, al potere da 43 — la campagna per il voto del 12 ottobre si apre con due fatti che raccontano molto più di mille slogan. Da un lato, Amnesty International chiede la liberazione immediata di 36 attivisti del MRC ancora in carcere dopo cinque anni per aver preso parte a manifestazioni pacifiche: un promemoria che il dissenso, in Camerun, è ancora trattato come reato.
Dall’altro, la squalifica del principale oppositore Maurice Kamto e gli arresti di massa seguiti alla protesta di agosto mostrano quanto sia stretto lo spazio civico in cui si voterà. Su questo sfondo, l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani avverte che restrizioni e intimidazioni possono compromettere la credibilità del processo.
Il paradosso è crudele: mentre la scheda elettorale promette normalità democratica, i tribunali militari e le retate continuano a plasmare la vita politica. L’appello di Amnesty non si limita ai 36 detenuti rimasti: denuncia un modello repressivo che si è intensificato durante la campagna, con decine di fermi a Yaoundé dopo il no alla candidatura Kamto, poi liberati su cauzione.
Una democrazia che funziona non ha bisogno di sbarre per reggere il confronto, e la raccomandazione ONU a garantire condizioni libere, inclusive e genuine va letta proprio così: senza diritti, il voto è scenografia.

C’è poi la questione che ci riguarda più da vicino, come testata attenta alla povertà. Il Camerun è un paese ricco di risorse — petrolio, minerali — ma povero di opportunità: secondo stime ONU, almeno il 43% della popolazione (quasi 30 milioni di persone) vive in condizioni di povertà misurate su reddito, istruzione e salute.
Negli ultimi anni il numero di persone sotto la soglia internazionale è cresciuto invece di scendere, complice crescita debole, demografia e lavoro informale. La politica che reprime il dissenso è la stessa che non redistribuisce: si vede nei servizi che non arrivano, nei salari reali che non crescono, nella frattura tra capitale e periferie e nel conflitto anglofono che continua a consumare vite e risorse.
Cosa dovrebbe accadere, allora, perché il 12 ottobre non sia solo un rito? Tre cose, misurabili. Primo, liberare subito i 36 prigionieri politici e chiudere la stagione dei processi militari a manifestanti pacifici. Secondo, garantire osservazione indipendente, fine delle retate e pari accesso agli spazi di campagna per tutti i candidati. Terzo, legare qualunque sostegno internazionale alla trasparenza su bilanci e protezione sociale: sussidi mirati, scuola, sanità di base, lavoro dignitoso. Senza queste condizioni, l’ennesima vittoria dell’uomo più longevo al potere in Africa sarà anche l’ennesima sconfitta per i poveri.
Il punto non è tifare per questo o quel candidato: è ricordare che diritti politici e diritti sociali non sono separabili. Dove il voto è libero, i poveri contano; dove il dissenso è punito, la povertà diventa destino. Il Camerun oggi è sulla soglia che separa queste due strade. Sta al governo imboccare quella giusta — e alla comunità internazionale pretenderlo.



