Lo Zambia, il covid e il lavoro minorile

La discarica di Lusaka, in Zambia, si chiama Marabo. Un acro di terra pieno di bottiglie rotte e cumuli di sacchetti di plastica, avvolti dal fango, con un’odore acre di fogna. Ma quel fetore non tiene lontani donne e bambini, che all’interno di quella discarica, a mani nude, senza mascherine in viso, trovano la loro piccolo economia per sopravvivere un altro giorno.

Lo Zambia lotta da sempre con il lavoro minorile. Eppure sono quasi tutti bambini e ragazzi quelli che si affollano nella discarica di Marabo, accompagnando le mamme nella ricerca, trasformando la caccia al cibo in una sorta di caccia al tesoro, più adatta alla loro età. Spesso nel sito arrivano camion che trasportano cibo scaduto, una manna dal cielo per i piccoli impegnati nella ricerca in mezzo alle mosche e agli altri animali richiamati dalla fogna a cielo aperto. Un problema l’aumento della fame dopo la pandemia da covid, che ha finito per allontanare altre migliaia di bambini dalle scuole.

Secondo un rapporto dell’Ufficio per gli affari internazionali del lavoro degli Stati Uniti, la maggior parte dei bambini lavoratori sono aiutanti agricoli non pagati, concimano campi di cotone, raccolgono tabacco, affumicano il pesce e bruciano legna per produrre carbone, spesso insieme alla famiglia. Altri bambini estraggono ametiste e smeraldi, frantumano pietre nelle cave e mettono in ordine le case. Già l’epidemia da Hiv ha lascito molti di questi ragazzi senza più nessuno, senza famiglie, senza altri mezzi di sopravvivenza. La rinuncia all’istruzione li intrappola definitivamente nel ciclo della povertà.

Un rapporto del programma Understanding Children’s Work del 2005, affiliata all’Onu, spiegava che quasi la metà degli zambiani di età compresa tra 7 e 14 anni erano bambini lavoratori. Lo sforzo nazionale, dai dati forniti dal governo, aveva portato le autorità, tramite l’accesso all’istruzione, a ridurre al 10% i bambini lontani dalla scuola. La pandemia da covid purtroppo ha riportato la situazione al punto di prima. L’economia dello Zambia era già in bilico prima, in parte perché il prezzo del rame, una delle principali esportazioni, era crollato. Poi le restrizioni a cuasa del virus hanno portato alla chiusura delle scuole, mettendo in ginocchio anche gli altri settori dell’economia.

La Zambia National Education Coalition, una coalizione di gruppi della società civile, ha rilevato che quasi 1 ragazzo su 10 non è tornato a scuola. Molti lavorano per aiutare le loro famiglie e una percentuale più piccola di ragazze non è tornata, soprattutto perché erano rimaste incinte o sposate. L’Unicef ha recentemente segnalato il primo aumento del lavoro minorile da due decenni a questa parte.

In Zambia è illegale impiegare bambini di età inferiore ai 14 anni nell’industria mineraria o edilizia. Ma la legge non si applica ai maggiori datori di lavoro di bambini: le aziende agricole e quelle familiari. Doreen Mwamba, ministro dello sviluppo comunitario e dei servizi sociali, afferma che il governo intende modificare la legge. “Il lavoro è lavoro, in un ambiente familiare o meno, soprattutto quando l’ambiente è pericoloso. Dobbiamo proteggere i nostri figli”, afferma Cosmas Mukuka, segretario generale del Congresso dei sindacati dello Zambia, che rappresenta gli interessi dei lavoratori. Ma il problema che qualsiasi modifica legislativa venga introdotta nel Paese dovrà fare i conti con il vero problema alla base del lavoro minorile: la povertà.

by CIFOR