di Monica Buonanno*
(Il racconto Scacco Matto è ispirato dalla vertenza delle lavoratrici e dei lavoratori di Whirlpool Napoli; si snoda, però, su un percorso irreale, ricco di intimismo e di scene quasi irreali che portano chi legge a riflettere sulla partita a scacchi che quotidianamente e ovunque si gioca tra classe operaia e aziende. Mario, il protagonista, è la nostra coscienza collettiva, è il retropensiero a ogni chiusura di cancelli, a ogni morte sul lavoro, a ogni sopruso e ogni ingiustizia subita, è la nebbia che dobbiamo squarciare)
Lo sapeva che sarebbe stata l’ultima volta. Lo sapeva perché solo il pomeriggio prima, all’assemblea sindacale, le RSA erano state chiare: quella X rossa sul nome del sito locale significava una sola cosa, la chiusura. Gli tremavano le gambe, la testa un po’ annebbiata, una strana secchezza in bocca. «Non devo cedere all’emozione» pensava tra sé e sé. «Ce lo siamo detto ieri pomeriggio: inizia una partita a scacchi tra sindacati, lavoratori e azienda».
Eppure, non riusciva a togliersi dalla mente gli sguardi di suo nonno e di suo padre, anche loro erano stati operai in quella azienda. Quegli sguardi di orgoglio quando, tenendolo per mano – lui era solo un bambino – gli dicevano che quella era la loro seconda casa, la loro seconda famiglia.
«Vedi, Mario» – gli sussurrava il nonno sorridendo – «un giorno anche tu lavorerai qui come noi. Un giorno sarai anche tu vicino a quel carrello e muoverai le mani con una velocità che neanche immagini di avere. Potrai avere una famiglia, la macchina nuova e una bella casa. Potrai andare al mare con tuoi bambini e avere il televisore a colori». Il padre, più burbero – forse per una concezione maschilista del ruolo che, ancora negli anni Settanta, tardava a tramontare – non riusciva a contenere il sorriso nascosto tra i baffi. Se lo vedeva già, quel figliolo così schivo e dall’intelligenza acuta, a lavorare in azienda, ma non come operaio. Lo immaginava alla scrivania, impiegato e forse, chissà, anche qualcosa in più. «Questo nostro Mario deve studiare, deve diplomarsi e poi vedremo se andrà anche all’Università» era solito dire in famiglia, orgoglioso di poter dare un futuro diverso al primo figlio maschio.
Mario la sentiva tutta la responsabilità, lo sapeva che il suo futuro era lì, tra quei capannoni assolati e asfissianti d’estate, freddi e gelati d’inverno. Era lì, con gli altri bambini con cui ora giocava e stava crescendo, tutti figli di operai, in quel quartiere operaio che la sera odorava di bucato e di tute stese ancora gocciolanti ai balconi. Sapeva che, se avesse voluto, suo padre lo avrebbe fatto studiare e quel futuro, per lui, avrebbe potuto essere ancora più luccicante, pieno di successi, dietro a una scrivania e non con la tuta sporca di olio e le mani sempre imbrattate di grasso. Erano gli anni Settanta, ai bambini era ancora concesso di sognare.
«Papà, voglio continuare a studiare, ma aiutami ad entrare in azienda, intendo studiare e lavorare» queste erano state le sue parole a settembre del 1983, quando aveva conseguito una brillante maturità ed era già fidanzato con Giovanna. Erano i primi anni Ottanta, ai giovanissimi era ancora concesso di sognare.
«Questa partita a scacchi deve essere vinta; non può essere persa» ma sapeva che sarebbe stato quasi impossibile, si sentiva come un bambino impegnato in una partita contro Kasparov. Ma quella X rossa continuava a ballare davanti ai suoi occhi, quasi dispettosa. Ci aveva ragionato su tutta la notte. Possibile che a ottobre il Ministro del Lavoro avesse siglato un accordo che tutelava tutti e ora, dopo solo sette mesi, quell’accordo non valesse più? Con una X rossa l’azienda aveva cancellato, in un sol colpo, sogni, certezze, aspettative. Aveva cancellato in un sol colpo la vita di oltre cinquecento operaie e operai, nati e cresciuti nel mito dell’azienda e con la consapevolezza che nulla mai avrebbe leso quell’equilibrio.
Andando, forse per l’ultima volta, a sedersi dietro la sua scrivania – dr. Mario de Vivo Responsabile Acquisti – si ritrovò a pensare, con un senso di colpa enorme, che meno male che suo padre e suo nonno erano morti da un po’. Non avrebbero retto a quel dolore, speculare e forse ancora più grande della gioia letta nei loro occhi di quando aveva discusso la tesi in Diritto commerciale presso la facoltà di Giurisprudenza.
Quattro anni lunghissimi, vissuti tra una tuta fresca di bucato e i testi di diritto costituzionale, diritto del lavoro e diritto amministrativo. Tra una serata con Giovanna e quella fame di arrivare, di fare presto. Sentiva che il mondo stava cambiando, non percepiva bene in che direzione stesse andando ma non avvertiva nulla di buono. Era la fine degli anni Ottanta e ai giovani non era più concesso di sognare a pieno.
«Una partita a scacchi vede sempre, anche dopo mesi, uno che vince e uno che perde. Lo so, lo sento che non può finire così». Ma quell’intorpidimento del pensiero, quella strana sensazione alla bocca dello stomaco lo tormentavano.
Chiuse un attimo gli occhi e gli parve di sentire il profumo dei fiori d’arancio, di quel giugno del 1985, quando lui e Giovanna, con tutto il quartiere in festa, tagliavano la torta per il loro matrimonio. Giovanna, il suo bel pensiero continuo. Giovanna che quel giorno sfoggiava un pancione magnifico. Giovanna, il suo punto fermo, insieme all’azienda. Più o meno alla nascita di Giacomo, cui orgogliosamente era stato dato il nome del nonno, il capo del personale lo aveva chiamato. «Mario, ci abbiamo pensato. Meriti una promozione; da settembre passi dalla catena di montaggio agli uffici al primo piano. Vogliamo metterti alla prova». L’azienda lo aveva premiato; aveva premiato lui e suo padre e suo nonno insieme. Aveva premiato i suoi sforzi, i sacrifici della sua famiglia. E lui, Mario, in quel momento sentì che la sua partita a scacchi con la vita la stava vincendo.
«Possibile che stia accadendo tutto questo? A me, a noi. Al quartiere operaio che nel frattempo è stato circondato dai grattacieli? Alle nostre famiglie? A quelle tute gocciolanti di acqua e sapone?» Quegli scacchi messi lì davanti, quei quadrati neri e beige, le torri, i cavalli, gli correvano davanti; i suoi piedi inciampavano tra re e regine, pedoni e alfieri. Mai il capannone, gli uffici, il Cral, il parcheggio, gli erano sembrati così lontani. E così belli. Imponenti, affascinanti. Pezzi di storia del nostro Paese, il Paese la cui ossatura era la classe operaia. Quel Paese simboleggiato ovunque dalle industrie manifatturiere, automobilistiche, della moda, delle calzature. Quel Paese che aveva visto nei sindacati e nelle lotte dei lavoratori il punto vincente della democrazia. E Mario lo aveva studiato, e sì che lo aveva studiato. Quel tessuto imprenditoriale, spesso a impronta familiare, che aveva portato il Paese tra le sette potenze mondiali. Era la fine degli anni Novanta e non ci si poteva più permettere di sognare.
«Complimenti al dr. Mario de Vivo che da oggi è Responsabile dell’Ufficio Acquisti». Applausi, congratulazioni, emozione durante quella tre giorni in Puglia, durante la quale i dirigenti aziendali avevano mutato quasi completamente l’assetto dell’azienda. In realtà, ma lo capirono solo qualche tempo dopo, il marchio era stato venduto a una multinazionale, nel silenzio di tutti. Certo, una multinazionale è una multinazionale, significa protezione, tutele, garanzie. Significa portare il prodotto ben oltre i confini del Paese. Ma Mario sentiva che stava pian piano iniziando una discesa. Pericolosa, insidiosa.
La vita da responsabile di un ufficio lo teneva occupato molto oltre il normale orario di lavoro; c’era da organizzare, gestire, condividere, pianificare, programmare. Eppure, gli anni passavano, ma non quella sensazione di deriva. In azienda non c’era più la mensa, sostituita dai buoni pasto. Addio a quei momenti di convivialità; sempre più rare le occasioni di incontro con le famiglie. Le feste di Natale con il Cral erano state sostituite da buoni da spendere in un negozio di giocattoli. È il nuovo welfare aziendale, avevano spiegato loro. E Mario pensava a suo figlio, ai figli dei colleghi, che non avrebbero mai provato quella sensazione di girare impettiti per l’azienda, mano nella mano con papà e nonno. Erano i primi anni Duemila e ai bambini non era concesso sognare.
«Nonno, papà, in vostro nome combatterò. Per voi e per mio figlio. Per questa città martoriata. Per la dignità del lavoro e della democrazia». Mario si stava avvicinando ai cancelli, qualcosa era diverso, ancora non capiva. «Ecco, sì, ora vedo bene. Sono bandiere, bandiere sventolanti. I cancelli sono chiusi. Che ci fanno le telecamere?»
Un brusio, un tramestio… più Mario si avvicinava ai cancelli più gli era chiaro cosa fosse. I suoi colleghi, le sue colleghe di una vita, chiusi fuori, per sempre. Fuori dalle mura accoglienti. Fuori dalla seconda casa. Dalla seconda famiglia.
Ecco, stava succedendo per davvero; il peggior incubo dopo la morte: il licenziamento, la fine dei sogni, delle certezze, dei progetti, delle aspettative.
In quel momento moriva definitivamente il sogno, trasformando, in pochi attimi, Mario nel pedone più debole della scacchiera.
«Giovanna, perdonami» fu la prima cosa che pensò raggiungendo quella folla. Ma il re era ancora lì, guardava tutti sfidando la sorte e giocando con maestria ogni mossa.
«Ce lo siamo detto ieri pomeriggio: inizia una partita a scacchi tra sindacati, lavoratori e azienda» ripeteva a se stesso come un mantra. È il 2020, il Covid sta entrando nella partita giocando senza scrupoli.
Gli scorrevano velocemente davanti agli occhi gli articoli letti consultando la rassegna stampa: I sindacati questa volta vedono positivamente la pausa di riflessione presa della multinazionale. È positivo che l’azienda rifletta per l’utilizzo delle settimane di cassa integrazione gratuita per Covid. L’azienda attiverà la CIG-Covid per i lavoratori dello stabilimento dall’inizio di gennaio alla fine di marzo prossimi, quando scadrà il blocco dei licenziamenti. Se lo ripetevano tra di loro per darsi coraggio: «Far passare i licenziamenti oggi, vuol dire assumersi la responsabilità di una drammatizzazione sociale e di uno sviluppo di conflittualità che rischia di produrre esiti gravissimi».
Mario arriva ai cancelli, entra nel suo ufficio; sa che è l’ultima volta. Sa che qualsiasi cosa avverrà, non sarà mai più la stessa. Capisce che il futuro è segnato, la partita è iniziata e volge rapidamente verso la conclusione.
«Giovanna, perdonami» pensa ancora una volta. Per un attimo quella folla si ferma e il silenzio cala freddo, plumbeo. Un attimo e il corpo di Mario giace sul selciato.
Resta oggi nella sala del Cral una targa: nel ricordo del dr Mario de Vivo, impiegato eccellente.
Scacco matto alle coscienze di tutti noi.
*Monica Buonanno, ex assessora alle politiche sociali del Comune di Napoli, esperta di politiche integrate Lavoro Welfare Sviluppo, ha seguito le vertenze simbolo del Mezzogiorno deindustrializzato, da Whirlpool a Ericsson, da Tirrenia a Caf Italia per RFI. Ha assistito la riqualificazione sociale e abitativa di Scampia e di Napoli Est. È autrice di articoli e saggi sulle cause e gli effetti della disoccupazione.


