L’Inquisizione fuori dagli stadi. La Cella di Gabriele Fuga

Nei primi anni 80, l’allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, dichiarò orgogliosamente che in Italia il terrorismo era stato sconfitto nelle aule dei tribunali e non negli stadi. Un’affermazione che, per l’ex-partigiano asceso al Quirinale, equivaleva a una smentita di chi faceva i paralleli tra Italia e America Latina rispetto alla detenzione politica. D’altro canto, le migliaia di detenuti per reati politici, soprattutto di sinistra (quelli di destra molto spesso finivano assolti, vedasi Freda e Ventura), suggerivano il parallelo in modo quasi spontaneo.

Il libro autobiografico di Gabriele Fuga, La cella dell’avvocato (Colibrì, Milano, 2022; 330 pagine), avvocato, militante anarchico, costretto a 15 mesi di carcerazione preventiva, decostruisce la convinzione di Pertini e dei tanti che si collocano sulla stessa lunghezza d’onda.

Si tratta di un libro denso, le cui pagine grondano del senso di ingiustizia e di impotenza vissute dal protagonista, gettando allo stesso tempo una luce necessaria sulle strategie repressive attuate in quegli anni nei confronti del dissenso, nascoste dietro la necessità di sconfiggere il terrorismo. In un periodo di decreti sicurezza, vale la pena spendere qualche parola in merito a questo libro.

La professione del protagonista, ovvero quella di avvocato, si rivela cruciale per condurre il lettore negli inferi del sistema penale italiano, in particolare tra i meandri della legislazione speciale anti-terrorismo. Il libro narra l’Odissea giudiziaria che subisce l’avvocato Andrea Seguso, evidente alter ego dell’autore. L’aspetto professionale suscita il primo spunto di riflessione, nella misura in cui pone l’attenzione su di un aspetto che, nell’analisi delle vicende degli anni settanta, spesso è trascurato.

L’arresto di Seguso, infatti, viene collocato all’interno di un contesto più ampio, che vide la magistratura spiccare mandati di cattura contro altri legali, come Sergio Spazzali a Milano ed Edoardo Arnaldi a Genova. Quest’ultimo si suicidò per non finire in galera. Gli avvocati venivano accusati di fare da intermediari tra i loro assistiti detenuti e le organizzazioni armate in clandestinità. Soprattutto, gli si contestava che, pur venendo a conoscenza di fatti delittuosi, non ne rendessero edotte le autorità, secondo una singolare concezione della deontologia professionale che andava di moda in quel periodo.

Da qui a dedurre che gli avvocati fossero organici alle organizzazioni armate il passo era breve.
In altre parole, nella stagione della cosiddetta “emergenza terrorismo”, gli avvocati avrebbero dovuto limitarsi alla difesa tecnica, condividere con la giustizia quanto vincolato da segreto professionale, magari convincere i loro assistiti a pentirsi, e poi, come in un film della commedia all’italiana, appellarsi alla clemenza della corte.

Risulta singolare il fatto che, nella stagione dei pentiti, che comincia con Patrizio Peci, l’opinione pubblica mainstream, le forze di polizia e la magistratura contraddicessero quanto sostenuto tre anni prima, quando la barbara uccisione dell’avvocato Fulvio Croce ad opera delle Brigate Rosse, che ricusavano la difesa, aveva fatto sollevare più di una voce a rivendicare le garanzie dello Stato di diritto. In particolare, l’offensiva dell’apparato repressivo, era diretta verso quei legali che, a partire da Soccorso Rosso, avevano costruito una rete di difesa a sostegno dei militanti dei gruppi extraparlamentari.

Sviluppare il sillogismo: “gli avvocati difendono i terroristi-gli avvocati sono militanti-gli avvocati sono terroristi” diviene una pratica diffusa, a partire dalla quale, Seguso, viene accusato di essere il postino del gruppo anarchico Azione Rivoluzionaria, e arrestato dopo che il suo ufficio è stato perquisito a fondo.

D’altra parte, i sillogismi e le deduzioni, erano parte integrante del sistema inquisitorio che caratterizzò, fino al 1988, quando entro in vigore il rito accusatorio, il sistema giudiziario italiano. Si trattava di un sistema basato sulla presunzione di colpevolezza, più che su quella di innocenza. Il pubblico ministero raccoglieva elementi indiziari a carico dell’imputato e li sistematizzava in un fascicolo, che poi portava in aula.

All’interno del faldone, più che l’esistenza di prove empiriche, la parte del leone la facevano le “coerenze logiche” e i sillogismi che tenevano insieme testimonianze non suffragate da contradditori o incidenti probatori, dichiarazioni de relato, deduzioni basate su frequentazioni o amicizie attribuite agli imputati. In aula, i testimoni d’accusa, potevano limitarsi a confermare le dichiarazioni fatte in istruttoria, senza bisogno di sottoporsi al confronto con la controparte.

L’impostazione inquisitoria recava conseguenze negative per l’imputato. Seguso sconta 15 mesi di carcerazione preventiva, e viene giudicato dopo un anno dal suo arresto. D’altra parte, se il PM ha costruito un impianto accusatorio logicamente credibile, che necessita di pochi riscontri, la colpevolezza viene data quasi per scontata.

Il fatto che lo stato di detenzione, oltre a recare conseguenze negative per le condizioni psicofisiche dell’imputato, lo priva della libertà e lo danneggia, talvolta irreparabilmente, della reputazione, costituiva un elemento secondario. C’era l’emergenza terrorismo da sconfiggere, che giustificava tutte le vessazioni possibili ai danni degli imputati. E il caso Tortora era ancora di là da venire.

L’altra articolazione del rito inquisitorio è quella della centralità delle dichiarazioni dei cosiddetti “pentiti”. Seguso infatti viene arrestato in seguito alle dichiarazioni di due presunti ex-militanti, Enrico Paghera e Vincenzo Oliva, che avrebbero poi scelto di abiurare la loro scelta politica ed esistenziale di aderire alle organizzazioni armate. Anche in questo caso, non si può non pensare alla tragica vicenda di Enzo Tortora, coi pentiti che concordavano le dichiarazioni in una caserma e si confrontavano con quelli che accusavano col cappuccio.

In quel caso ci volle la popolarità del presentatore e l’interesse mediatico per fare affiorare la non completa affidabilità dei collaboratori di giustizia. La vicenda Seguso, però, si svolge 3 anni prima, nella primavera del 1980, in un contesto in cui le dichiarazioni di Patrizio Peci avevano consentito agli inquirenti di aprire una breccia tra le BR, innescando un effetto a catena tra i militanti reclusi e disarticolando il mondo dell’eversione armata.

La reputazione del pentitismo, nel 1980, è allo zenit, per cui gli inquirenti guardano poco alla sostanza delle dichiarazioni e credono alle accuse di Paghera (che, alcuni anni dopo, dichiarerà di lavorare per i servizi di sicurezza), Oliva e Viscardi, che accusano Seguso di fare da tramite tra dentro e fuori, addirittura introducendo, grazie al suo ruolo di avvocato, dell’esplosivo in carcere.

Sarà il clamoroso autogol dell’accusa, che inviterà Paghera e Viscardi in aula, a permettere alla difesa di dimostrarne la scarsa credibilità e ottenere, nei vari gradi di giudizio, lo smantellamento dell’impianto accusatorio, la cui caducità, gradualmente, susciterà perplessità anche sui settori colpevolisti dell’opinione pubblica.

Per finire, il libro, fornisce uno spaccato approfondito dell’universo carcerario. Fatto di solidarietà, umanità, condivisione, rispetto, trasversali alla tipologia di reato, e che, talvolta, coinvolge anche il personale. Ma anche di profonde spaccature tra i politici, di divisioni ispirate dal regime detentivo e dalla posizione processuale. Di conflitti violenti, rivolte, pestaggi.

Su cui aleggia, costantemente, l’ombra della specializzazione, ovvero della possibilità di essere trasferiti nelle carceri speciali. Dove il ruolo di avvocato, per quanto conferisca un aura diversa da quella degli altri detenuti, sia agli occhi del personale che a quella degli altri compagni di detenzione, non immunizza dallo svilimento per l’ingiustizia subita. Brutta cosa il carcere. E’ bene ribadirlo sempre, come fa questo libro.

Gabriele Fuga da Yuotube