venerdì, Gennaio 23, 2026

Liberati 33 braccianti indiani dalla schiavitù nei campi del Veneto

Un’operazione della polizia nel nord Italia ha portato alla liberazione di decine di braccianti indiani costretti a lavorare nelle campagne venete in condizione di schiavitù. Secondo quanto riferito dalle autorità, 33 lavoratori erano stati ingannati da due connazionali indiani che avevano promesso loro un impiego e un futuro migliore in Italia.

Invece, questi lavoratori venivano costretti a svolgere turni di oltre 10 ore al giorno, sette giorni su sette, per una retribuzione minima che serviva a coprire i debiti contratti con i presunti caporali.

I due responsabili dello sfruttamento, trovati in possesso di circa 545.300 dollari (circa 500 mila euro), sono stati arrestati. Questo caso mette in luce il problema ben noto dello sfruttamento dei braccianti agricoli in Italia, sia italiani che migranti. Migliaia di persone lavorano in condizioni precarie nei campi, nei vigneti e nelle serre sparse per il Paese, spesso senza un contratto regolare e in situazioni pericolose.

Solo il mese scorso si era verificata la morte tragica di Satnam Singh nella campagne di Latina. Il raccoglitore di frutta indiano era deceduto dopo un grave incidente sul lavoro che ha comportato l’amputazione di un braccio. Il suo datore di lavoro lo ha abbandonato sul ciglio della strada con gravi ferite alle gambe, dopo aver gettato l’arto amputato nel cestino dei rifiuti. Il responsabile è ora sotto inchiesta per negligenza criminale e omicidio colposo.

Secondo una dichiarazione della polizia i 33 braccianti salvati nella provincia di Verona avevano pagato ciascuno 17 mila euro (1,5 milioni di rupie indiane) per ottenere permessi di lavoro stagionali e occupazione.

Per raccogliere questi fondi, alcuni hanno dovuto impegnare beni di famiglia, mentre altri hanno contratto prestiti dai loro datori di lavoro. Tuttavia, una volta in Italia, venivano pagati solo 4 euro all’ora per turni di lavoro da 10 a 12 ore, somme che andavano a coprire i debiti.

Appena arrivati, i loro passaporti venivano confiscati e gli veniva vietato di lasciare gli appartamenti fatiscenti in cui erano alloggiati. Ogni mattina, i lavoratori si stipavano in veicoli coperti da teloni e si nascondevano tra le cassette di verdura per raggiungere le campagne veronesi e lavorare.

Le perquisizioni negli appartamenti hanno rivelato che i lavoratori vivevano in condizioni precarie e degradanti, in violazione di qualsiasi norma igienica e sanitaria.

Dopo essere stati liberati, i lavoratori hanno riavuto i loro passaporti e sono stati assistiti dai servizi sociali e da un’organizzazione per l’immigrazione per trasferirsi in alloggi e condizioni di lavoro più sicure. I due caporali arrestati dovranno rispondere delle accuse di sfruttamento e schiavitù.

Il caporalato, un sistema in cui intermediari assumono illegalmente lavoratori per poi costringerli a lavorare per salari bassissimi, è una pratica molto diffusa in Italia. Anche i lavoratori con documenti regolari spesso ricevono compensi ben al di sotto del salario legale.

Un’indagine dell’Istat ha rilevato che quasi un quarto della forza lavoro agricola in Italia viene impiegata in questo modo. Questa pratica riguarda anche i lavoratori del settore dei servizi e dell’edilizia.

Il caporalato è stato dichiarato illegale nel nostro Paese dopo la morte di una lavoratrice italiana per infarto a causa di estenuanti turni di 12 ore al giorno per la raccolta e selezione dell’uva, per i quali riceveva solo 27 euro al giorno.

Leggi anche

Ultime notizie