Chiediamo scusa se non ci accodiamo alle numerose lettere di scuse che in queste ore numerose associazioni impegnate contro la tratta umana e lo sfruttamento lavorativo vanno diffondendo, rivolgendosi direttamente a Satnam Singh, l’agricoltore morto due giorni fa dopo che un macchinario gli aveva staccato un braccio.
E no, ci dispiace, è troppo grave quello che è accaduto per cavarcela con della narrativa di maniera, che rischia di normalizzare l’avvenimento, con tutto il rispetto e sapendo che non è questo lo scopo di chi sta cercando con le parole di esorcizzare l’orrore di quanto accaduto nelle campagne di Latina, nel Lazio.
Al contrario, il linguaggio in questo caso deve essere utilizzato come quella lama che ha prima staccato il braccio a Satnam Singh e poi gli ha tolto la vita. A cominciare da chi è responsabile del lavoro per cui stava schiavizzando il bracciante indiano.
Ma chi se ne importa di stabilire sempre una distanza tra gli italiani “buoni”, sbigottiti per la disumanità con cui dall’arruolamento nei campi alla morte si è conclusa la vita di Satnam Singh, e quelli “cattivi” che quella morte hanno causato anche con il silenzio.
Vanno sgominati i cattivi, senza esitazione. Vanno indicati, per una volta senza esitazioni. Questo “signore” per esempio, questo Antonello Lovato che dopo il terribile incidente che ha mozzato un braccio all’indiano, invece di allarmare i soccorsi, lo ha riportato con un pullmino davanti la sua abitazione e durante la fuga ha gettato dal finestrino il braccio abbandonato in una cassetta utilizzata per la raccolta degli ortaggi.
Al momento è accusato di lesioni colpose e omissione di soccorso, ma questo “signore”, lui e gli altri che sfruttano mano d’opera a basso costo senza misure di sicurezza e che nemmeno davanti a un fatto così grave, la perdita di un braccio con conseguente emorragia letale, si è premurato almeno di far finta che qualcosa di umano rimanga anche in chi del profitto ha fatto la sua ragione di vita.
Sotto choc non dobbiamo essere noi, ipocriti tutti, ma i compagni di lavoro di Satnam Singh in tutta Italia, la moglie, che ancora non riesce a comprendere che il marito è morto, dicono i suoi amici, le migliaia di Satnam Singh che nelle campagne italiane ci permettono di mangiare frutta e verdura.
Viviamo in un Paese che ha permesso quanto accaduto a Satnam Singh perchè non serve più nemmeno denunciare. Tutti sanno cosa avviene nelle campagne di Latina, da anni, nella comunità indiana e non solo, tutti sanno dei mille Antonello Lovato che gestiscono le vite di questi lavoratori per pochi centesimi.
Il corpo smembrato di Satnam Singh è quello di un Gesù Cristo laico, crocefisso al termine di un calvario umano in molte più tappe della via crucis di Gesù, dalla partenza dal suo Paese alla morte evitabilissima nelle campagne di Latina.
Questo corpo deve toglierci il sonno, ci deve costringere all’azione, altro che scrivere belle parole. Quelli “buoni”, devono alzare il sedere e agire, per una volta, non con la retorica, ma con le leggi e soprattutto l’applicazione delle leggi ai datori di lavoro come quello di Satnam Singh.
Sappiamo i nomi, gli indirizzi e i reati commessi e come noi li conosce la magistratura. Uno a uno. Di tutti i padroncini di Latina e in tutta Italia. Questa “razza” di padroncini deve sparire, con le buone o con le cattive, senza pietà, devono essere perseguiti con la stessa mancanza di scrupoli che hanno dimostrato e dimostrano tutti i giorni nel disprezzo della vita verso chi lavora con le loro catene sulla pelle.

Chi li conosce non deve salutarli, non deve scusarli, non deve trovare nessun appiglio per concedere il beneficio dell’umanità a chi non ce l’ha. La società li deve isolare, fermamente, farli sentire, citando Edoardo, “‘a schifezza da a’ schifezza, da a’ schifezza e tutte l’ommine ‘n coppa ‘a terra”.
Vogliamo sperare che i sindacati non si limitino alle solite liturgie commemorative, che i partiti non propongano una piazza, un premio, un picchetto, ma misure severissime verso i padroncini che hanno portato alla morte di Satnam Singh e a quelle di decine di altri sfruttati nelle campagne italiane. E di farle applicare.
Ma per fare questo è necessario che anche quel che resta dell’idea di sinistra di una società d’eguali abbandoni la sua pigrizia e vada a Latina. A mandare un messaggio chiaro ai padroncini e a chi fa profitti sui tanti Satnam Singh d’Italia.
Cerchiamo un avvocato. Sì, un avvocato disposto a seguirci in una denuncia alla Corte Penale Internazionale dell’Aja. Vogliamo denunciare la morte di Satnam Singh come un crimine contro l’umanità che in quanto tale vada punito.
Le morti, i ferimenti, le umiliazioni subite dai tanti Satnam Singh sono crimini contro l’umanità, molto semplicemente. Questo è il concetto che deve passare. Esiste una categoria di persone, che detiene la proprietà delle terre e della vita e della morte di migliaia di persone tenute in schiavitù. Una categoria che viola tutte le leggi impunemente, e non viene mai perseguita.
Va creato un precedente giuridico che equipari il caporalato, ma la questione è più articolata di così, per questo occorrono avvocati, a un crimine contro l’umanità. E non con il buonismo, ma con la rabbia che si deve dinanzi al corpo smembrato di un povero Cristo il cui sacrificio soltanto così sarà servito a qualcosa.



