Ghana: l’oro che arricchisce lo Stato e fa morire i fiumi

In Ghana la chiamano galamsey, dalla storpiatura di gather them and sell, “raccogli e vendi”. È un nome che sembra innocuo, quasi artigianale, ma oggi indica una delle fratture più evidenti del paese: l’estrazione illegale dell’oro fatta da migliaia di giovani e contadini che non trovano altro reddito.

Una pratica antica che si è gonfiata con la crisi, con la disoccupazione giovanile che sfiora il 40% e con i ricavi agricoli in calo. Quando il cacao non paga più, quando in città non ci sono posti, si va nei fiumi e nelle foreste a cercare oro. Non perché sia romantico, ma perché è l’unico posto dove gira contante subito.

Il paradosso è che questo succede proprio mentre il Ghana torna a sbandierare il primato africano dell’oro, con esportazioni che valgono più della metà di tutto quello che il paese vende all’estero. Sulla carta è una storia di successo: più oro, più dollari, più forza per importare, più prestigio.

Ma a terra la fotografia è diversa: fiumi come l’Ankobra, che un tempo davano acqua e pesce, oggi sono grigi e torbidi per via del mercurio e del cianuro usati nei cantieri illegali; villaggi interi dipendono da pozze inquinate; pescatori e contadini vedono sparire il loro sostentamento mentre a pochi chilometri qualcuno pompa sedimenti dal fondo per tirarne fuori qualche grammo di metallo.

La storia di Jema, il villaggio che dal 2015 ha detto “no galamsey” e ha creato una propria task force di 14 persone per pattugliare la foresta e i corsi d’acqua, è la prova che le comunità capiscono benissimo cosa c’è in gioco: se lasci entrare le escavatrici, perdi il fiume. Lì hanno usato il potere consuetudinario dei capi, l’autorità del parroco, la pressione sociale. Lì, per ora, l’acqua è più pulita.

Jema però è l’eccezione, non la regola. Fuori da quel perimetro c’è un Ghana in cui 44 riserve forestali su 288 sono già state toccate dai minatori illegali, e in cui i vigilantes vengono minacciati perché “togliete il lavoro alla gente”. Non è una scusa: per molti quel lavoro è davvero l’unico.

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E qui arriva il nodo politico che il racconto ufficiale salta sempre: come può un paese che esporta miliardi di dollari di oro avere decine di migliaia di persone costrette a scavare illegalmente per vivere? La risposta sta nella distribuzione del valore. L’oro che esce legalmente porta valuta, ma una fetta enorme esce di nascosto, contrabbandata verso l’estero: negli ultimi anni il paese ha perso cifre a due zeri in miliardi per esportazioni non registrate.

Quell’oro è stato comunque scavato, trasportato, lavorato da ghanesi, ma non ha finanziato le loro scuole, le loro cliniche, le loro strade. È passato e se n’è andato. Lo Stato, dal canto suo, trattiene una quota del valore minerario troppo piccola per trasformarla in alternative: se il settore pesa tanto sull’export e poco sulle entrate pubbliche, significa che non hai abbastanza soldi per offrire lavoro pulito a chi oggi inquina i fiumi.

C’è poi la tempistica. L’oro è immediato, i programmi pubblici no. Un giovane che entra in un sito galamsey oggi, stasera ha in tasca qualcosa. Un giovane che aspetta un progetto agricolo o un cantiere pubblico deve aspettare mesi, forse anni. È ovvio che vince l’oro. E quando vince l’oro illegale, perde l’ambiente.

Le comunità lo vedono e alcune reagiscono come Jema: pattuglie, arresti, consegna alla polizia. Ma questa è autodifesa territoriale, non politica di sviluppo. Non puoi chiedere a un villaggio di 15.000 abitanti di reggere per anni la pressione di migliaia di disoccupati senza dargli un’alternativa economica. I capi locali lo dicono apertamente: se non arrivano investimenti, il divieto si sgretolerà.

Sul fondo resta un’altra contraddizione. Ogni governo ghanese promette “guerra al galamsey”, istituisce task force nazionali, mostra bulldozer che distruggono le attrezzature. Ma pochi spingono fino allo stato d’emergenza, perché sanno che dietro l’estrazione illegale non c’è solo criminalità, c’è consenso: famiglie che ti votano perché l’oro le ha sfamate, capi che si aspettano una percentuale, intermediari che finanziano campagne.

È difficile colpire con durezza un’economia illegale quando quella stessa economia tiene in piedi migliaia di persone che lo Stato non è riuscito ad assorbire.

E così il Ghana del 2025 è sospeso tra due immagini. Quella che piace ai mercati: primo produttore, export in crescita, governo che parla di “sovranità sull’oro”. E quella che vedono i pescatori dell’Ankobra: acqua sporca, pesci che spariscono, giovani che arrivano col motore e le pompe. Sono due economie sull’oro che non si incontrano mai. La prima porta valuta, la seconda porta povertà.

La prima è riconosciuta, la seconda è criminalizzata. Ma senza un ponte tra le due — cioè senza usare davvero i soldi del metallo per creare lavoro fuori dalle miniere — continueremo a raccontare la stessa storia: un paese ricco di oro e povero di acqua pulita.

“Galamsey worker” by Kawtey is licensed under CC BY-SA 4.0.