martedì, Febbraio 3, 2026

L’esercito senza barba di “Paranoid Pete”

Di sicuro c’è che i soldati americani non porteranno più la barba. Pete Hegseth lo ha urlato come un simbolo: “no more beardos”. Il grooming diventa disciplina ideologica: visi glabri, capelli corti, “standard” uguali per tutti. Un provvedimento di “pulizia” insospettabile in uno che aveva urlato ai quattro venti: “io non mi lavo le mani da dieci anni”, dichiarazione resa in diretta a Fox & Friends Weekend il 10 febbraio 2019. Una forma di esaltazione mistica speculare a quella con cui i Talebani in Afghanistan hanno imposto l’obbligo della barba obbligatoria agli uomini adulti.

Ma quella che pare una facezia estetica è, in realtà, la soglia d’ingresso di una politica dell’uniformità che oggi si salda a un’altra deriva: la paranoia istituzionalizzata. A definirlo “Paranoid Pete” d’altra parte era stato uno che di paranoie se ne intendeva: l’ex direttore della Cia, Leon Panetta

D’altronde Hegseth non è nuovo a gesti eclatanti: il 14 giugno 2015, durante un segmento di Fox & Friends a New York, lanciò un’ascia verso un bersaglio ma mancò la sagoma colpendo il Master Sgt. Jeff Prosperie della West Point Band (Hellcats). Prosperie riportò ferite al braccio; tre anni dopo, il 14 giugno 2018, depositò una causa civile a New York contro Hegseth e Fox.

Negli ultimi giorni, il Pentagono ha preparato un pacchetto di misure per “sigillare” il quartier generale: test del poligrafo a campione e senza preavviso su migliaia di funzionari (dai generali al personale civile), più accordi di riservatezza obbligatori, Nda (Non-Disclosure Agreement) che vietano la diffusione di informazioni “non pubbliche” al di fuori di canali autorizzati. È quanto ha rivelato il Washington Post, con conferme e riprese di altre testate. Non è solo lotta alle fughe di notizie: è un progetto di controllo politico dell’informazione interna.

Nel frattempo, il Dipartimento ha imposto anche ai giornalisti accreditati al Pentagono di firmare un impegno a non pubblicare materiale non preventivamente autorizzato, anche se non classificato: chi rifiuta rischia il ritiro del badge. Una stretta senza precedenti sulla stampa che copre la Difesa.

Qui il punto democratico si fa nitido: il volto rasato non è solo ordine militare, ma fedeltà visibile a un potere che pretende uniformità verbale e silenzio operativo. È un continuum: dal corpo individuale (niente barba) al corpo istituzionale (niente voci dissonanti), fino al corpo civico (giornalisti legati da patti di non-pubblicazione).

“Pete Hegseth” by Gage Skidmore is licensed under CC BY-SA 2.0.

Il soprannome che circola al Pentagono, “Paranoid Pete”, non nasce dal nulla. Dopo l’omicidio politico di Charlie Kirk (10 settembre), la narrativa di Hegseth come leader assediato si è intensificata sui media: racconti di umore maniacale, scatti d’ira, fissazione per la propria sicurezza. Al di là delle coloriture tabloid, resta il dato di cronaca: l’assassinio ha alimentato un clima di assedio che il Segretario sembra tradurre in apparati di controllo piuttosto che in trasparenza.

Il paradosso è che il “guru” della disciplina anti-leak porta addosso il marchio del Signalgate: quando dettagli sensibili contro gli Houthi finirono in una chat non protetta, esponendo uomini e operazioni. Oggi Hegseth invoca poligrafi e Nda per zittire le gole profonde, ma lo scandalo più devastante lo ha creato il cerchio magico del comando. Il sospetto come metodo è un pessimo sostituto della responsabilità.

Ottocento tra generali e ammiragli convocati d’urgenza a Quantico per un sermone sul “warrior ethos”, con Donald Trump a ribadire che la guerra vera è “from within”, nelle città “da addestramento” (sic). La platea, glaciale. Il costo? Milioni di dollari fra voli e sicurezza; l’interruzione operativa, enorme. Tutto per sancire una linea: tagli ai vertici, fine delle barbe, ritorno a un “Department of War” simbolicamente rebrandizzato. Non è management: è performatività del comando.

Dov’è il contrappeso? Il Congresso brontola ma non incide; i tribunali sono lenti; il giornalismo d’inchiesta viene amministrativamente disinnescato; lo stesso vertice militare—pur inquieto—si adegua. Gli anticorpi democratici sembrano in ipotermia. E quando i check and balance dormono, il potere sogna divieti sul corpo e divieti sulla parola.

È qui che la “facezia” del rasoio rivela il suo senso. Radere diventa verbo di governo: si rade la barba, si rade la discrezionalità, si rade l’ossigeno del dissenso. La macchina della verità—per quanto contestata e inaffidabile sul piano probatorio negli stessi tribunali americani—diventa teatro di fedeltà. La firma sotto un NDA sostituisce la cultura della responsabilità; il badge della stampa diventa collare. Non è sicurezza nazionale: è sicurezza del consenso.

La domanda, allora, resta questa: quanto a lungo potrà la democrazia portare la propria barba—cioè i suoi tratti distintivi—senza che qualcuno gliela rada in nome dell’ordine?

“Pete Hegseth” by Gage Skidmore is licensed under CC BY-SA 2.0.

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