Trattori sulle strade, pescherecci pronti a restare in porto, camion fermi nei piazzali e sindaci dei piccoli comuni che protestano perché gli sconti promessi dalle compagnie petrolifere nei loro territori non arrivano. In Sicilia il caro carburanti sta producendo qualcosa di più di una somma di vertenze di categoria. Agricoltori, pescatori e autotrasportatori si stanno muovendo contemporaneamente, con altre iniziative già fissate per ottobre.
Non è, però, una protesta esclusivamente siciliana. Il 28 settembre gli agricoltori sono scesi in strada anche in Calabria, con circa duemila persone distribuite nei diversi presìdi e quattrocento manifestanti nella sola area di Crotone. E il blocco dello Stretto annunciato per il 22 ottobre dovrebbe coinvolgere insieme pescatori siciliani e calabresi.
La particolarità della Sicilia sta altrove: nell’isola le proteste di settori diversi stanno convergendo e il carburante è diventato il punto nel quale si incontrano problemi economici che esistevano già prima dell’ultima impennata dei prezzi.
La prima cosa da chiarire è che la Sicilia non protesta semplicemente perché ha la benzina più cara d’Italia. I dati ufficiali del ministero delle Imprese e del Made in Italy, aggiornati al 30 settembre, indicano nell’isola un prezzo medio self di 2,342 euro al litro per il gasolio e 2,132 per la benzina. La media nazionale è rispettivamente di 2,316 e 2,111 euro. La differenza c’è, ma non è enorme.
Il gasolio costa di più a Bolzano, 2,360 euro, e praticamente quanto in Sicilia in Valle d’Aosta; Calabria e Sardegna sono poco sotto, entrambe a 2,339 euro. Non basta quindi il listino alla pompa a spiegare perché la mobilitazione abbia assunto proprio qui questa intensità.
La differenza la fa soprattutto il modo in cui il carburante entra nell’economia siciliana. In un’automobile privata il pieno è una voce del bilancio familiare. Per un trattore, un peschereccio o un Tir il gasolio è invece parte diretta del costo di produzione. E in Sicilia questi settori hanno un peso particolarmente forte.
Nel 2024 l’agricoltura rappresentava il 7,4 per cento degli occupati siciliani, contro il 3,4 per cento della media italiana. Più del doppio. È inoltre un settore che arriva al nuovo rincaro dopo anni difficili: il Documento di economia e finanza regionale ricorda per il 2024 gli effetti della siccità prolungata e i cali produttivi che hanno colpito cereali, agrumi, vino e olio. Il carburante, dunque, non apre una crisi nuova: aumenta i costi di aziende che spesso lavorano già con margini ridotti.
È da qui che parte una parte importante delle proteste di questi giorni. Il 28 settembre gli agricoltori di Agrisat hanno manifestato sulla Palermo-Agrigento, arrivando a bloccare il traffico nei pressi di Bolognetta. A Ponte Olivo si sono fermati con i trattori produttori di Gela, Niscemi e Butera, denunciando insieme il prezzo del carburante e l’aumento generale dei costi di produzione.
Il presidente di Agrisat, Franco Calderone, ha quantificato in circa 300 euro il gasolio necessario in una giornata di lavoro di un trattore impegnato nelle operazioni agricole. È una dichiarazione dell’organizzazione promotrice, non una media statistica, ma rende l’ordine di grandezza del problema per chi utilizza il carburante come fattore produttivo.
Lo stesso vale, con numeri ancora più immediati, per la pesca. Secondo il Defr regionale, la flotta siciliana contava 2.561 pescherecci nel 2023 ed era ancora la più numerosa d’Italia; oltre due terzi delle imbarcazioni appartenevano alla piccola pesca costiera. Per una barca che deve uscire ogni giorno, il rapporto tra costo del gasolio e valore del pescato decide semplicemente se prendere il mare conviene oppure no.
Da domani, 1 ottobre, a Sciacca e Porto Empedocle i pescherecci non dovrebbero riprendere l’attività alla conclusione del fermo biologico. Le marinerie hanno deciso di lasciare le flotte ormeggiate, denunciando una situazione nella quale, secondo gli operatori, alcune battute di pesca sono diventate antieconomiche.
Sempre il primo ottobre è prevista la protesta dei pescatori di Lampedusa aderenti a Cogepa, che contestano anche un problema specifico dell’isola: il carburante agevolato costa di più per la piccola pesca rispetto a chi acquista quantitativi maggiori e su Lampedusa pesa inoltre il costo del trasporto del combustibile. Se non arriveranno risposte, l’associazione ha annunciato anche il blocco del porto con le imbarcazioni.

Il 22 ottobre la protesta dovrebbe poi spostarsi nello Stretto di Messina. La Federazione armatori siciliani ha annunciato insieme alle marinerie calabresi una mobilitazione con circa cento pescherecci e chiede un tetto specifico al prezzo del gasolio per la pesca professionale. Anche qui il carburante non è l’unico problema: le marinerie contestano da tempo restrizioni operative, riduzione delle giornate di pesca e diminuzione dei margini. Il caro gasolio ha però trasformato una crisi strutturale in un’emergenza immediata.
Il terzo fronte è quello degli autotrasportatori, ed è forse quello che spiega meglio perché la Sicilia reagisca diversamente da molte altre regioni. Per un’impresa siciliana non basta mettere la merce su un camion. Per raggiungere il resto del Paese bisogna aggiungere il costo dell’attraversamento marittimo, dei noli e degli strumenti ambientali applicati al trasporto navale.
L’insularità non è quindi una formula astratta: significa che una parte consistente delle merci deve pagare un passaggio in più prima ancora di entrare nella rete stradale continentale.
Non è una vertenza nata a settembre. Dal 14 aprile gli autotrasportatori siciliani avevano già fermato i mezzi e la movimentazione delle merci nei principali porti dell’isola. Il Comitato trasportatori siciliani parlò allora di un’adesione del 90 per cento. Il 22 aprile, dopo un incontro al ministero delle Infrastrutture, il fermo fu sospeso: venne annunciato un tavolo tecnico e furono presi impegni sul Sea Modal Shift, l’incentivo destinato al trasferimento delle merci dalla strada al mare. Cinque mesi dopo, quella vertenza non è chiusa.
Dal 16 al 20 ottobre il Comitato ha proclamato un nuovo fermo. Questa volta i camion resteranno nei piazzali delle imprese e non verranno movimentati i semirimorchi nei porti siciliani. Le motivazioni indicate sono due: il caro carburante e il mancato pagamento, secondo il Comitato, delle somme attese attraverso il Sea Modal Shift.
La protesta arriva nonostante negli ultimi giorni la Regione abbia definito un decreto da 15 milioni di euro per gli autotrasportatori, con contributi fino a 50 mila euro e la richiesta di poter compensare fino al 70 per cento dei maggiori costi del gasolio. La misura regionale interviene quindi su una parte del problema, mentre la categoria continua a rivolgersi soprattutto al governo nazionale per i nodi legati alla logistica marittima.
La Regione, del resto, aveva riconosciuto già in primavera che il rincaro stava colpendo contemporaneamente più settori. Ad aprile il presidente Renato Schifani annunciò un pacchetto da 25 milioni destinato ad autotrasporto, agricoltura e pesca. Il fatto che a fine settembre tutte e tre le categorie siano ancora mobilitate racconta almeno una cosa: il problema non è stato assorbito dalle misure adottate nei mesi successivi.
Negli ultimi giorni si è aggiunto anche un fronte diverso, quello dei comuni interni. Eni ha fissato un tetto di 1,99 euro per la benzina e 2,19 per il gasolio; Socar-Ip ha iniziato ad applicare gli stessi prezzi in una parte della propria rete e Q8 ha annunciato un analogo intervento dal primo ottobre. Le medie nazionali hanno iniziato a scendere, anche se il Mimit segnala ancora un divario consistente tra i prezzi medi e quelli calmierati dalle grandi compagnie.
Ma un price cap aziendale funziona soltanto dove esiste un distributore di quell’azienda. Giovanni Burtone, sindaco di Militello in Val di Catania, ha scritto per questo al presidente dell’Autorità garante della concorrenza: nel suo comune non ci sono stazioni Eni né Ip e, secondo il sindaco, gli abitanti rischiano di essere esclusi dal beneficio e di continuare a pagare prezzi più alti rispetto ai centri serviti dalle reti aderenti. È un effetto territoriale che sposta la questione dal costo medio nazionale alla geografia concreta della distribuzione.
È qui che si capisce perché la Sicilia sia diventata uno degli epicentri della protesta. Non perché sia l’unica regione a pagare carburanti molto cari e nemmeno perché possieda sempre i prezzi più alti. Ma perché nello stesso territorio si sommano un’agricoltura relativamente più importante che nel resto del Paese, la maggiore flotta peschereccia italiana, un sistema di trasporto merci gravato dall’insularità e una lunga vertenza dell’autotrasporto che da aprile non ha trovato una soluzione definitiva.
Il rincaro di settembre ha incontrato, insomma, un terreno già saturo. Ed è per questo che la protesta sta passando dal trattore al peschereccio, dal Tir ai municipi dei piccoli centri.
Il calendario di ottobre dirà se queste mobilitazioni resteranno parallele o se finiranno per riconoscersi in una vertenza comune. Le date, intanto, sono già fissate: dal primo ottobre le prime flotte ferme, dal 16 al 20 i camion, il 22 i pescherecci nello Stretto. Non è più soltanto una protesta contro il prezzo alla pompa. È una contestazione sul costo di produrre, pescare e trasportare merci da un’isola.



