Tre giorni dopo la storica condanna della Corte penale internazionale contro Ali Muhammad Ali Abd-al-Rahman, detto Ali Kushayb — 27 capi d’imputazione per crimini contro l’umanità e di guerra commessi nel 2003-2004 — il Darfur sprofonda ancora nella violenza. La sentenza, la prima sul dossier Darfur, arriva mentre il conflitto in corso divora vite e territori.
Nelle ultime ore El-Fasher, capoluogo del Nord Darfur e ultima grande città non controllata dalle Rapid Support Forces (RSF), è stata nuovamente colpita. Strutture sanitarie sono finite sotto attacco, con vittime e feriti, segno di un assedio sempre più serrato. La popolazione rimasta è allo stremo: convogli umanitari bloccati, scorte alimentari al limite, acqua ed elettricità intermittenti. Le agenzie sul campo avvertono che la città rischia il tracollo, mentre nel resto del Sudan la crisi alimentare si allarga e milioni di persone vivono in gravi condizioni di insicurezza.

La spirale non è iniziata ora. Da mesi si registrano offensive delle RSF e combattimenti anche casa per casa, con sfollamenti di massa e accuse di atrocità su base etnica. Quartieri interi si svuotano, i villaggi attorno a El-Fasher vengono contesi, le strade per i rifornimenti restano pericolose o impraticabili.
In questo quadro, la condanna di Kushayb — figura di vertice dei Janjaweed, alleato dell’ex presidente Omar al-Bashir, tuttora ricercato — è un segnale di giustizia tardivo ma cruciale: dimostra che le catene di comando del passato possono essere colpite. La Corte ha annunciato che valuterà ulteriori mandati legati alle violenze attuali. Ma sul terreno, tra esercito regolare (SAF) e RSF, la guerra continua: a pagare sono i civili, insieme a ospedali, scuole e operatori umanitari.
La partita ora si gioca su due piani. Quello giudiziario, che prova a spezzare l’impunità, e quello umanitario-politico, senza il quale la giustizia resta lontana da chi oggi non ha pane, acqua e cure. Servono corridoi sicuri, accesso pieno agli aiuti e una pressione diplomatica reale su chi combatte. La sentenza dell’Aia ha acceso un faro. Ma perché arrivi luce a El-Fasher, occorre aprire varchi nella notte del Darfur.



