sabato, Gennaio 17, 2026

La povertà è il terreno di caccia preferito dall’industria del porno

Se si vuol capire la fame e la disperazione si faccia un giro su Internet. Se si vuol vedere qual è la vita in Venezuela mentre tutti continuano ad esser concentrati su elezioni, brogli e climi dittatoriali, ci si intrufoli nei tetri vicoli del quartiere delle webcam a luci rosse.

Un tuffo nella povertà, quella che crea opportunità di impiego e che fa la fortuna dei più moderni mercanti di schiavi.

Sono decine di migliaia le donne venezuelane che lavorano come “modelle” nelle numerose “webcam house” della Colombia, dove oltre a gestire il narcotraffico si offre a ragazze disperate uno stipendio e un alloggio in cambio di loro performance online, diffuse in streaming principalmente per clienti dei Continenti “ricchi” ossia in Europa e Nord America.

La Hollywood del porno per necessità è in zone residenziali, senza “studios” ma in case apparentemente tipiche di quelle regioni che all’interno – matrioske edilizie – ospitano studi improvvisati pieni di luci, telecamere e sex toys.

Le aree di confine sono quelle che meglio si prestano al lavoro “frontaliero” e questa specifica migrazione, certo esacerbata dalla pandemia di Covid-19, trova radice oltre vent’anni fa.

Per non far pensare a chiacchiere o luoghi comuni è sufficiente sapere che uno studio del 2022 ha “censito” – che nelle sole città di confine di Cúcuta e Villa Rosario – tra 800 e 1.000 webcam house capaci di accogliere stabilmente circa 11.700 migranti, la maggior parte arrivati dal Venezuela.

Una stima meno entusiasmante l’ha recentemente fatta César García, coordinatore della regione settentrionale del Santander della ONG “Aid for Aids Colombia” (organizzazione focalizzata sulla prevenzione dell’HIV tra le popolazioni colombiane e migranti), secondo il quale il numero di queste case potrebbe ora arrivare a 3.000.

A sprofondare in questa voragine sono persone “normali”, condannate dalla vita a non avere una famiglia economicamente autosufficiente o colpevoli di non permettersi il lusso di completare gli studi universitari.

Prima che qualcuno alzi il dito ed esclami che non c’è bisogno di andare in Centro o Sud America per immergersi nella disperazione e nella cloaca che la spurga, tengo a precisare che non si vogliono certo chiudere gli occhi su analoghi fenomeni che hanno allagato l’Italia con l’inondazione di carne fresca dall’Est Europa e non solo per prestazioni video.

Lo spunto di queste riflessioni è la circostanza che “fare la modella tramite webcam” è legale in Colombia, a condizione che le interessate abbiano almeno 18 anni e lavorino di loro spontanea volontà.

Il regime di autorizzazione prevede il rispetto di diversi requisiti, tra cui la registrazione presso la camera di commercio locale, il pagamento delle tasse, la fornitura di contratti di lavoro e il rispetto delle norme di salute e sicurezza.

La coscienza ce la si lava in fretta e lo “sfruttamento” viene meno per chi rispetta l’equivalente della legge 626 ed è in regola con il fisco.

E in un mondo che chiede cauzioni a chi arriva disperato in un Paese in cui cerca rifugio, è bene sapere che anche in Colombia è difficilissimo ottenere un permesso di soggiorno ma le “ragazze delle webcam” hanno una corsia privilegiata per superare gli ostacoli burocratici.

Umberto Rapetto Generale GdF – Fondatore e per dodici anni comandante del Gruppo Anticrimine Tecnologico

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