Kashmir, terrorismo e acqua. Saranno questi, secondo il ministro della Difesa del Pakistan Khawaja Asif, i tre temi al centro di eventuali futuri colloqui tra Islamabad e Nuova Delhi. Le sue dichiarazioni, riprese da ARY News, non lasciano dubbi: il nodo idrico è ormai pienamente parte delle questioni di sicurezza nazionale per entrambi i Paesi.
«Se si terranno colloqui tra due vicini dotati di armi nucleari, si concentreranno sul Kashmir, sul terrorismo e sulle questioni legate all’acqua», ha affermato Asif. E ha aggiunto, con amara ironia: «Il Pakistan è la più grande vittima del terrorismo, eppure è il primo a essere accusato». Ma è la menzione dell’acqua a far emergere un conflitto spesso ignorato, ma potenzialmente devastante quanto quello sul confine del Kashmir: la guerra per il controllo del fiume Indo.
Una guerra senza fuoco ma con implicazioni letali
Quello tra India e Pakistan non è solo un confronto militare o ideologico. È anche, sempre di più, una lotta per l’accesso all’acqua dolce. La geografia è crudele: il Pakistan riceve oltre il 90% della sua acqua superficiale dal sistema fluviale dell’Indo, che nasce in India e scorre verso ovest attraversando il territorio conteso del Kashmir. Un assetto regolato — almeno formalmente — dal Trattato delle Acque dell’Indo del 1960, firmato con la mediazione della Banca Mondiale.
Quel trattato assegnava all’India il controllo dei tre fiumi orientali (Sutlej, Beas, Ravi) e al Pakistan quello dei tre occidentali (Indo, Jhelum, Chenab). Ma negli ultimi anni, le tensioni sono cresciute.
Il presente teso della disputa idrica
Nel febbraio 2019, dopo l’attacco terroristico di Pulwama in Kashmir, in cui morirono 40 paramilitari indiani, il governo di Narendra Modi annunciò di voler limitare il flusso dell’acqua verso il Pakistan, avviando la costruzione di nuove dighe e progetti idroelettrici sui fiumi occidentali. “Ogni goccia d’acqua del nostro diritto sarà fermata e portata nei nostri agricoltori del Punjab e del Jammu e Kashmir”, dichiarò il ministro dell’Acqua indiano Nitin Gadkari.

Il messaggio era chiaro: l’acqua è diventata leva geopolitica. Da allora, Nuova Delhi ha accelerato i lavori su una serie di impianti:
Diga di Kishanganga sul fiume Neelum, affluente del Jhelum (operativa dal 2018).
Progetto Ratle da 850 MW sul fiume Chenab, bloccato per anni e ora riattivato con finanziamenti indiani.
Progetto Pakal Dul, anche questo sul Chenab, con grande capacità di stoccaggio, giudicato da Islamabad una “violazione tecnica” del trattato.
Il Pakistan accusa l’India di violare lo spirito del trattato, trattenendo acqua nei periodi cruciali per l’agricoltura e rilasciandola in altri momenti, con danni devastanti per la pianificazione agricola e la sicurezza alimentare. La Commissione permanente per le acque, un organo bilaterale previsto dal trattato, è ormai svuotata di efficacia.
Cambiamento climatico, popolazione, militarizzazione
A peggiorare la situazione interviene il cambiamento climatico, che rende i flussi fluviali sempre più imprevedibili. L’Himalaya si scioglie più in fretta, i monsoni sono irregolari, le alluvioni e le siccità sempre più frequenti. Il Pakistan è tra i Paesi più vulnerabili al climate change, ma dipende quasi totalmente da un sistema fluviale che l’India può potenzialmente regolare a monte.
Con oltre 240 milioni di abitanti e un’agricoltura che assorbe più del 90% dell’uso idrico, Islamabad vede nel controllo dell’acqua una questione di sopravvivenza nazionale. Per Nuova Delhi, invece, si tratta di uno strumento di pressione politica e, in prospettiva, di vantaggio strategico. Una combinazione esplosiva.
Una guerra a bassa intensità, ma permanente
Nessun colpo di fucile è stato sparato finora per l’acqua dell’Indo, ma il conflitto esiste. Si combatte a colpi di dighe, accuse tecniche, dichiarazioni ambigue e rallentamenti nei tavoli diplomatici. La “guerra dell’acqua” non ha ancora avuto un’escalation, ma non può essere separata dalle tensioni sul Kashmir o dal riarmo lungo il confine.
Le dichiarazioni di Khawaja Asif non sono un’esagerazione: in un mondo che si riscalda e si desertifica, l’acqua diventerà la prima linea del confronto geopolitico, ben prima del petrolio o del gas. E tra India e Pakistan, quella linea è già tracciata. Scorre — anzi, viene trattenuta — lungo il corso dell’Indo.



