Nel cuore della Nuova Zelanda, tra foreste, vulcani e pecore, sta succedendo qualcosa che fino a qualche anno fa sarebbe sembrato un meme da festival psichedelico. Da oggi, e non è uno scherzo, c’è uno psichiatra che può legalmente somministrare ai suoi pazienti psilocibina — alias, funghi magici — per trattare la depressione.
Non è uno sciamano, non indossa tuniche con motivi geometrici e non brandisce bastoni rituali. Si chiama Cameron Lacey, è un dottore in camice bianco e sedia ergonomica, ed è ufficialmente il primo e unico medico autorizzato in Nuova Zelanda a prescrivere viaggi psichedelici terapeutici.
Per essere chiari, non è che si entra nel suo studio e si esce con un sacchettino di funghi secchi o una tisana dai colori improbabili. Il protocollo è rigoroso: tre sedute di psicoterapia preparatoria, poi una capsula da 25 milligrammi di psilocibina, ingerita seduti su una poltrona reclinabile, cuffie insonorizzanti, mascherina sugli occhi e, nelle orecchie, i suoni della natura e i canti tradizionali Māori.
Da lì in poi, si parte. All’incirca quarantacinque minuti dopo, il cervello apre porte che la neurochimica convenzionale non è mai riuscita a scardinare. Otto ore di immersione dentro il proprio sé, un caleidoscopio di emozioni che — parola di Lacey — può essere intenso, impegnativo e, a tratti, anche disturbante. Non è un gioco. E nemmeno la promessa di uno sballo gentile. È un’esperienza che rimescola memorie, traumi, visioni e che, una volta rientrati, diventa il materiale su cui lavorare nelle successive sedute di psicoterapia.
Se sembra una scena da film indie californiano, con qualche pennellata di folklore neozelandese, non è un caso. Perché a dare ulteriore senso a questo percorso terapeutico è proprio la cultura Māori, che ha da sempre un approccio olistico alla salute, dove il corpo, la mente e la dimensione spirituale sono inscindibili.

E anche se nella tradizione locale non esiste un vero e proprio culto dei “funghi magici”, l’idea di una medicina che passa attraverso l’introspezione profonda, il contatto con le emozioni, con la natura e con gli antenati, suona decisamente familiare.
Intanto il mondo occidentale, quello che fino a ieri metteva questi funghi nella stessa lista di eroina e cocaina, sta scoprendo che l’universo psichedelico potrebbe essere meno pericoloso di un bicchiere di whiskey mal bevuto. L’Australia ha già aperto la strada, gli Stati Uniti stanno accelerando, la Nuova Zelanda ora sperimenta.
E non è una rivoluzione da poco, se si considera che la psilocibina è considerata una delle sostanze meno tossiche al mondo, con un potenziale terapeutico che — secondo gli studi — riduce i sintomi della depressione in circa due terzi dei casi.
Certo, non è terapia per tutti. Non solo per motivi clinici ma anche, banalmente, per ragioni economiche. Il trattamento costa tra i 16.000 e i 19.500 dollari. Roba che se la depressione non te l’ha ancora fatta venire, te la fa venire il conto. Per ora resta roba da ricchi depressi con coscienza ecologica e playlist di suoni naturali scaricata in alta qualità.
Ma la domanda è reale, crescente, e i confini tra scienza, spiritualità e psichedelia si fanno sempre più sottili. Il resto del mondo osserva. Con una certa curiosità. E, forse, anche con un pizzico di invidia.
Perché se è vero che la felicità non si compra, in Nuova Zelanda oggi si può almeno affittare. Per otto ore. In poltrona, con una capsula, una mascherina sugli occhi e le balene che cantano nelle cuffie.



