martedì, Febbraio 3, 2026

Il silenzio sul Belucistan: sparizioni e violenze

Pochi giorni dopo il clamoroso sequestro di un treno passeggeri nel Belucistan da parte di miliziani armati – l’ennesimo episodio che ha scosso il fragile equilibrio della provincia più vasta e meno raccontata del Pakistan – si è tenuta a Ginevra la sesta Conferenza internazionale sul Belucistan, organizzata dal Baloch National Movement.

Sul tavolo, non solo la questione dell’instabilità e della violenza, ma un atto d’accusa netto e articolato: quello contro il regime pakistano, accusato di aver trasformato la regione in un laboratorio di repressione e sfruttamento.

La conferenza, trasmessa in diretta su nove piattaforme, ha riunito politici, giornalisti, attivisti e accademici da tutto il mondo. Al centro del dibattito, le gravi violazioni dei diritti umani denunciate da anni dalla popolazione beluci: sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziali, torture, violenze di genere, repressione delle proteste pacifiche. Tutto nel silenzio pressoché totale della comunità internazionale.

Il presidente del BNM, Naseem Baloch, ha ricordato che proprio 77 anni fa il Pakistan annetteva con la forza il Belucistan. Da allora, ha affermato, quella che avrebbe potuto essere un’integrazione pacifica si è trasformata in un’occupazione militare costante.

A cui si è accompagnata una sistematica marginalizzazione economica e da una politica definita “kill and dump”: uccidi e abbandona. Una strategia che, secondo le testimonianze raccolte, ha lasciato migliaia di corpi mutilati tra le montagne e i deserti, e ancor più famiglie nell’angoscia dell’attesa, senza sapere se i propri cari siano vivi o morti.

La conferenza ha posto particolare attenzione al ruolo delle donne nella resistenza beluci. Se da un lato sono state protagoniste delle lotte civili, oggi sono sempre più bersaglio di violenze mirate.

Due figure simboliche sono emerse: Mahrang Baloch, medica e attivista, incarcerata con accuse false; e Sammi Deen Baloch, picchiata duramente per aver guidato manifestazioni pacifiche. Vicende che non sono eccezioni, ma parte di una strategia di annientamento dell’identità e dell’autodeterminazione.

Oltre al Pakistan, il BNM ha accusato anche la Cina di essere complice attraverso lo sfruttamento delle risorse naturali del Belucistan, in particolare nell’ambito del corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC), dove investimenti miliardari coesistono con la miseria e la repressione locale.

Secondo il movimento, mentre le grandi potenze si spartiscono le ricchezze del sottosuolo, la popolazione beluci rimane senza accesso a scuole, sanità e infrastrutture essenziali.

La situazione è oggetto di crescente preoccupazione anche da parte delle Nazioni Unite. Recentemente, esperti dell’ONU hanno chiesto il rilascio immediato degli attivisti beluci detenuti e la fine della repressione contro i manifestanti pacifici.

Organizzazioni come Human Rights Watch hanno documentato sistematicamente arresti arbitrari, torture e uccisioni extragiudiziali operate dalle forze armate pakistane. Nonostante ciò, la reazione internazionale è rimasta finora tiepida.

Nel suo intervento, Naseem Baloch ha accusato l’Occidente di ipocrisia: mentre si difendono i diritti umani in astratto, si continua a sostenere uno Stato accusato di crimini contro l’umanità. «Il silenzio non è neutralità. È complicità», ha affermato.

A Ginevra sono intervenuti, tra gli altri, l’onorevole britannico John McDonnell, la vicepresidente della Federazione Italiana per i Diritti Umani Eleonora Mongelli, lo storico Naseer Dashti, la politologa Ayesha Siddiqa e l’avvocata per i diritti umani Iman Mazari.

La presenza di attivisti pashtun e sindhi ha rafforzato il messaggio che la repressione in Pakistan non riguarda solo il Belucistan, ma un più ampio sistema di negazione delle identità locali.

Alla luce del crescente coinvolgimento cinese, delle sparizioni forzate e delle nuove campagne militari, il BNM ha chiesto una missione internazionale indipendente per accertare i fatti sul campo e una presa di posizione chiara da parte di governi democratici e media internazionali.

Nel frattempo, nella regione la tensione rimane altissima. Il sequestro del treno passeggeri da parte del Balochistan Liberation Army, con decine di civili tenuti in ostaggio, mostra che la lotta armata resta una realtà, ma anche che il malcontento si è radicalizzato. Un conflitto a bassa intensità che rischia di degenerare se la diplomazia continuerà a voltarsi dall’altra parte.

L’ultimo appello del dott. Baloch è rivolto alle coscienze internazionali: “Non ci arrenderemo. Non saremo messi a tacere. E se non potete unirvi alla nostra lotta, almeno non siate complici della nostra cancellazione”.

Di Arslan Arshad – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=58910788

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