domenica, Dicembre 7, 2025

India e Afghanistan, inedita alleanza contro il Pakistan

L’annuncio sembra tecnico, quasi neutro: India e Afghanistan avvieranno voli cargo diretti tra Kabul, Delhi e Amritsar. In realtà è un passaggio politico pesante nella geografia del potere dell’Asia meridionale. I corridoi aerei servono ufficialmente a trasportare più in fretta frutta fresca, erbe medicinali e altri prodotti afghani verso il mercato indiano, aggirando i ritardi del transito su gomma.

Ma soprattutto servono a una cosa: togliere al Pakistan il controllo quasi totale sulle vie commerciali di un paese senza sbocco sul mare, spostando gli equilibri regionali e aprendo un nuovo canale di intesa tra Nuova Delhi e il governo talebano.

La decisione è stata annunciata dal ministero degli Esteri indiano dopo una settimana di incontri a Delhi con Nooruddin Azizi, ministro talebano dell’Industria e del Commercio. L’Afghanistan ha chiesto non solo l’apertura di voli cargo regolari, ma anche la creazione di hub logistici sul proprio territorio e l’uso più intenso del porto iraniano di Chabahar, che l’India gestisce da anni proprio con l’obiettivo di aggirare il Pakistan.

Il pacchetto prevede l’invio di addetti commerciali permanenti nelle rispettive rappresentanze, la costituzione di una camera di commercio congiunta, incentivi fiscali per gli investitori indiani e progetti su farmaceutica, infrastrutture, trasformazione agroalimentare.

Sul piano immediato, la spinta viene da una frattura sempre più profonda tra Kabul e Islamabad. Negli ultimi mesi il Pakistan ha chiuso per giorni alla volta i principali valichi di frontiera, in particolare Torkham, dopo scontri armati e bombardamenti, lasciando migliaia di camion carichi di merci fermi in fila, con autisti e famiglie costretti a dormire nei mezzi in pieno inverno.

Allo stesso tempo, dopo il nuovo picco di tensione militare con l’India, Islamabad ha blindato il proprio spazio aereo ai vettori indiani, impedendo alle compagnie di Nuova Delhi di volare direttamente verso l’Afghanistan. Il messaggio è chiaro: il commercio usato come arma, la frontiera come strumento di pressione politica.

Per Kabul la conseguenza è concreta: blocchi, rincari, merci deperibili che marciscono, esportatori strozzati in un’economia già devastata da guerra, sanzioni e collasso bancario. La scelta di investire su corridoi aerei diretti con l’India, e su rotte alternative via Iran e Asia centrale, è prima di tutto una mossa di sopravvivenza. Un carico di melograni o di uva che salta una stagione non è una voce in un database, ma il reddito di un’intera comunità rurale che svanisce.

Per i contadini e i piccoli esportatori afghani, la promessa è attraente: tempi più brevi, clienti più stabili, meno dipendenza dagli umori di Islamabad. Ma l’aria costa più della strada.

Se le tariffe dei voli cargo resteranno alte, a beneficiarne saranno soprattutto i grandi commercianti con capitale e agganci, non i piccoli produttori che già oggi vendono per pochi spicci a intermediari che si tengono il margine più largo. Il rischio è che il nuovo corridoio aereo ridisegni le catene del valore senza intaccare la struttura di disuguaglianza: i poveri restano alla base, solo con un diverso padrone logistico.

Dal lato indiano, l’operazione ha uno sfondo chiaro. Per anni Nuova Delhi è stata uno dei principali attori dello sviluppo afghano, con progetti di infrastrutture, strade, ospedali, formazione. L’arrivo dei talebani nel 2021 ha congelato molti di questi programmi e portato alla chiusura dell’ambasciata.

Negli ultimi mesi, però, l’India ha riaperto una missione diplomatica a Kabul, ha moltiplicato le visite di alto livello, ha mantenuto un flusso costante di aiuti umanitari e ha iniziato a trattare direttamente con il governo talebano, pur senza riconoscerlo formalmente. I corridoi cargo sono un passo ulteriore: un modo per rientrare nel gioco afghano, contrastare l’influenza pakistana e cinese e presentarsi come partner indispensabile per la sopravvivenza economica del paese.

In pubblico, i diplomatici indiani insistono sul lato umanitario: garantire che farmaci, grano, aiuti possano arrivare in Afghanistan, e che i prodotti afghani trovino sbocchi per evitare il collasso sociale. In privato, nessuno nasconde che si tratta anche di sicurezza: un Afghanistan isolato, povero e senza alternative rischia di diventare terreno fertile per gruppi armati ostili all’India. Avere una leva economica su Kabul, in competizione con Islamabad, è una forma di garanzia strategica.

A Islamabad, questo avvicinamento viene letto come una minaccia diretta. Il Pakistan da anni accusa i talebani di ospitare sul proprio territorio gruppi armati che colpiscono le sue forze di sicurezza. A sua volta, Kabul respinge le accuse e denuncia incursioni e bombardamenti pakistani oltre confine, con vittime civili.

La fragile tregua mediata da Qatar e Turchia non ha retto a lungo: scontri a fuoco, chiusure improvvise di valichi, attacchi mirati hanno ripreso a intervalli regolari. In questo clima, vedere il ministro del Commercio talebano accolto a Delhi con onori protocollari, mentre si annunciano collegamenti diretti e investimenti, alimenta la percezione di un accerchiamento.

Sullo sfondo, resta la questione della legittimità del regime talebano. Nessuno dei grandi attori regionali, India compresa, lo riconosce ufficialmente come governo dell’Afghanistan, eppure tutti ci fanno i conti. A donne e ragazze viene negato l’accesso a scuola, università, molti lavori; oppositori e attivisti sono perseguiti, media e sindacati indipendenti quasi inesistenti.

In questo contesto, ogni accordo economico che porta risorse nelle casse dell’Emirato ha una doppia faccia: da un lato può aiutare una popolazione schiacciata da povertà e isolamento, dall’altro rafforza un potere che continua a violare diritti fondamentali.

Per chi vive dentro quei confini, però, le categorie astratte contano meno delle conseguenze immediate. Se il valico di Torkham è chiuso, il camionista resta fermo a bordo strada per giorni, l’autista paga di tasca sua il cibo, il carburante sprecato, il guasto al mezzo; il contadino vede rovinarsi il raccolto in attesa di un permesso. Se un corridoio aereo permette a una parte di quelle merci di arrivare a destinazione, qualcuno, in qualche villaggio, sopravvive a un altro inverno.

Ma finché le rotte commerciali resteranno ostaggio delle rivalità tra India, Pakistan, Iran e delle logiche di potere dei talebani, il destino di milioni di afghani continuerà a dipendere da decisioni prese a migliaia di chilometri di distanza, in stanze dove chi lavora la terra o guida un camion non ha alcuna voce.

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