Il gas dell’Alaska divide Usa, Giappone e ambiente

Mentre il mondo discute di transizione ecologica e di uscita dalle fonti fossili, tra Alaska, Stati Uniti e Giappone si sta giocando una partita geopolitica che vale miliardi di dollari e che potrebbe avere un impatto enorme non solo sull’ambiente, ma anche sugli equilibri economici del Pacifico.

Si chiama Alaska LNG, è uno dei più grandi progetti energetici in corso al mondo, e prevede la costruzione di un colossale gasdotto di oltre 1.300 chilometri attraverso l’Alaska, dalla regione artica del North Slope fino al porto di Nikiski, sulla costa meridionale. Da lì, il gas naturale sarà liquefatto e imbarcato verso i mercati asiatici.

Un progetto che lega Alaska, USA e Asia
Per gli Stati Uniti, e in particolare per l’amministrazione Trump, il progetto ha una valenza strategica enorme. Non si tratta solo di estrarre e vendere gas: si tratta di rafforzare il peso geopolitico americano nell’Indo-Pacifico, offrendo ai propri alleati — in particolare Giappone, Corea del Sud e Taiwan — un’alternativa ai fornitori energetici di cui vogliono affrancarsi, come la Russia o i paesi del Golfo.

Il Giappone, che è il più grande importatore mondiale di gas naturale liquefatto (LNG), ha un interesse diretto nel progetto. Tokyo sta cercando di diversificare le sue fonti energetiche, riducendo la dipendenza dai fornitori più instabili politicamente o ambientalmente problematici. E allo stesso tempo, è sotto pressione da parte di Washington, che lega il sostegno militare e commerciale a impegni anche sul piano energetico.

Una partita economica e diplomatica
Non è solo una questione energetica, ma anche di rapporti di forza. L’amministrazione americana ha esplicitamente legato il sostegno al Giappone in altri dossier — come le dispute commerciali e le tariffe doganali — all’impegno giapponese ad acquistare gas americano, in particolare quello proveniente dall’Alaska. Una strategia che rende evidente come oggi l’energia sia uno strumento di diplomazia economica e geopolitica.

Il Giappone però non è del tutto convinto. Il progetto è gigantesco e molto costoso — circa 44 miliardi di dollari — e il gas dell’Alaska rischia di essere meno competitivo rispetto a quello proveniente da Australia, Qatar o Stati Uniti continentali, dove i costi di estrazione e trasporto sono più bassi. Non a caso, il governo giapponese e le grandi compagnie energetiche nipponiche stanno temporeggiando, chiedendo garanzie, prezzi più bassi e condizioni più favorevoli.

La spinta dell’amministrazione Trump
Per la Casa Bianca, però, Alaska LNG è diventato un simbolo. Donald Trump lo ha incluso tra le priorità del suo secondo mandato e ha annunciato una joint venture con il Giappone per accelerare lo sviluppo del progetto. Il gas, secondo la narrativa dell’amministrazione americana, è sia un volano per l’economia interna, sia uno strumento per rafforzare le alleanze militari e politiche nel Pacifico.

Il governatore dell’Alaska, Mike Dunleavy, spinge con forza per la realizzazione, convinto che l’export di LNG sarà il motore dello sviluppo economico dello Stato per i prossimi decenni.

La questione ambientale: l’elefante nella stanza
Ma c’è un problema enorme che rende il progetto oggetto di fortissime contestazioni: il disastro climatico che rischia di generare.

L’Alaska è una delle regioni del mondo più colpite dal riscaldamento globale, con lo scioglimento del permafrost, l’aumento delle temperature artiche e gli effetti devastanti sulla fauna, sulle comunità indigene e sugli ecosistemi. Estrarre, trasportare e liquefare gas fossile in queste condizioni appare, per molti scienziati e attivisti, una contraddizione assoluta.

Non a caso, il progetto è sotto attacco da parte di organizzazioni ambientaliste americane e giapponesi, che denunciano non solo l’impatto locale, ma anche le enormi emissioni climalteranti che deriverebbero da decenni di produzione e consumo di LNG.

Le comunità indigene dell’Alaska, come i Gwich’in, hanno denunciato come l’estrazione metta a rischio le loro terre, la fauna da cui dipendono (come le caribù) e la sopravvivenza stessa delle loro culture.

Una causa promossa da un gruppo di giovani dell’Alaska, che denuncia la violazione dei loro diritti costituzionali a un ambiente sano, è tuttora in corso.

Pressioni, rischi e incognite
Sul tavolo ci sono enormi pressioni. Da un lato le esigenze geopolitiche degli Stati Uniti, dall’altro le preoccupazioni economiche del Giappone, che valuta se il costo di partecipare al progetto sia davvero sostenibile. E sullo sfondo, la sfida climatica globale rende l’intera operazione un paradosso: mentre il pianeta corre verso il punto di non ritorno, si investe ancora in nuove infrastrutture fossili da miliardi di dollari.

Il progetto, al momento, è in fase di valutazione finale. La decisione politica potrebbe arrivare entro fine 2025, con l’obiettivo dichiarato di avviare le esportazioni entro il 2030. Ma il futuro del gas dell’Alaska non riguarda solo Stati Uniti e Giappone. È un pezzo della grande partita globale su come — e se — il mondo intende davvero uscire dall’era delle fonti fossili.