Il defunto è online: dati, app e memorie nell’era postumana

Secondo uno studio dell’Oxford Internet Institute, intorno al 2070 ci saranno più profili Facebook di utenti morti che vivi. Un’intera città dei trapassati, con status congelati nel tempo, foto di compleanni lontani, like ricevuti da persone che non sanno nemmeno più chi erano. In pratica, Facebook diventerà il più grande cimitero del mondo. Ma senza cipressi, senza silenzio, e con la pubblicità personalizzata che continua a girare.

Nel frattempo, mentre aspettiamo l’estinzione digitale dell’umanità connessa, un’intera industria si è fatta avanti per riempire il vuoto: quella della memoria virtuale. Dimenticatevi il lutto composto, la foto incorniciata sulla credenza, la messa di trigesima. Oggi si muore anche online, e bisogna essere pronti.

Le app per “restare in contatto” dopo la morte si moltiplicano: SafeBeyond permette di inviare messaggi programmati ai propri cari anni dopo la dipartita, HereAfter AI costruisce un avatar con la tua voce, che può rispondere alle domande dei familiari, DeadSocial ti consente di continuare a postare frasi memorabili o auguri di compleanno. Addio necrologi: adesso c’è il post sponsorizzato.

Ma non è solo questione di app. Anche il funerale sta cambiando pelle. C’è chi sceglie la diretta streaming del rito, chi ordina un QR code sulla lapide per raccontare la propria vita in video, chi affida la sua “eredità digitale” a un consulente, come fosse un patrimonio da proteggere. E in effetti lo è: la somma dei nostri dati online — foto, email, chat, cronologia, tracce biometriche — ha un valore, non solo affettivo ma economico. E non scompare con noi.

E qui si apre il vero tema: chi eredita i morti digitali?
I nostri profili restano in vita, spesso contro la nostra volontà. Google, Apple e Meta conservano archivi, accessi, backup. Alcuni permettono di nominare un “contatto erede”, altri si affidano a leggi ancora vaghe. In Italia, il Garante della Privacy ha riconosciuto che i diritti dei defunti non finiscono con la morte, ma nella pratica sono i familiari a dover combattere contro burocrazie aziendali degne di Kafka. Così i dati restano lì, inerti ma vivi. Un paradosso tutto moderno: l’anima no, ma il cloud è eterno.

Naturalmente, tutto questo ha un costo. Non solo economico, ma sociale. Perché il mondo dell’aldilà telematico non è per tutti. Per restare digitalmente in vita serve una carta di credito e un minimo di alfabetizzazione informatica. Ecco allora che nasce una nuova forma di disuguaglianza: anche da morti, i ricchi parlano ancora, mentre i poveri spariscono nel silenzio. Chi può permettersi un funerale con diretta su Zoom, avatar parlanti e messaggi vocali da mandare nel 2050, avrà un suo posto nel ricordo online. Gli altri no. Il lutto, insomma, diventa una questione di classe.

Non è solo satira. C’è già chi parla di povertà digitale post mortem. Un concetto inquietante, ma sempre più concreto. Perché se tutto ciò che siamo — emozioni, gusti, esperienze — oggi passa per il digitale, allora morire davvero vuol dire essere cancellati anche lì. Un clic, e non esisti più. Altro che Aldilà: qui parliamo di dereferenziamento esistenziale.

Nel frattempo le aziende fiutano il business. Il mercato globale della “legacy digitale” cresce del 12% l’anno, con un giro stimato di oltre 2 miliardi di dollari tra app, servizi cloud, consulenze e gadget commemorativi. C’è chi offre urne parlanti, chi costruisce cimiteri virtuali immersivi, chi promette l’immortalità via NFT. Il morto 2.0 non riposa in pace, ma resta connesso, aggiornato, accessibile. Magari non a tutti, ma ai clienti premium sì.

Dove finisce tutto questo? Non lo sappiamo. Ma mentre ci scanniamo per la privacy dei vivi, forse dovremmo iniziare a pensare anche a quella dei morti. Perché, come sempre, i morti dicono molto di noi. E oggi più che mai, continuano a parlare. A volte troppo.