Il caso Zambia: la rata del debito spinge alle migrazioni

Il 19 settembre il governo zambiano ha ammesso che la ristrutturazione del debito resta impantanata: dopo l’intesa di giugno con i principali creditori privati, l’accordo complessivo è fermo sulla trattativa con Afreximbank e TDB, due banche di sviluppo africane che rifiutano di essere trattate come creditori ordinari. Risultato: Lusaka resta in default e una soluzione “non prima del 2026”. Non è un caso isolato, ma il sintomo di un’architettura del debito che si inceppa quando al tavolo siedono attori con regole diverse.

Quattro giorni prima, il Fondo monetario aveva concesso una proroga di tre mesi al programma ECF proprio per guadagnare tempo sulla sesta revisione: un rinvio tecnico che conferma lo stallo politico-finanziario. In due righe: senza un perimetro condiviso su come trattare tutti i creditori, anche quelli “di sviluppo”, le ristrutturazioni si allungano e i conti pubblici restano sotto apnea.

Da qui il passaggio dal caso alla tendenza. Nel 2024 il debito pubblico globale ha toccato 102 mila miliardi di dollari; nei Paesi in via di sviluppo il problema non è solo lo stock ma la rata: 921 miliardi di interessi pagati nel 2024 (+10% sul 2023). Guardando al solo debito estero, il 2023 ha segnato un servizio record di 1.400 miliardi, di cui 406 miliardi di interessi. Ogni dollaro che esce qui non entra in sanità, istruzione o infrastrutture: è la definizione operativa di “macigno del debito”.

“Worms in the diet” by CIFOR is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

C’è poi un fatto strutturale che spiega perché gli accordi saltano ai dettagli. In Africa la quota di debito pubblico estero detenuta da creditori privati è passata in un decennio dal 30% al 44%: più finanza di mercato significa tassi più alti, clausole più rigide, tavoli più affollati. Nel 2023 il servizio del debito ha assorbito il 16,7% delle entrate fiscali dei governi africani—il livello più alto fra le regioni in via di sviluppo. Con il “muro di scadenze” delle emissioni 2014–2015 che cade tra 2024 e 2026, rifinanziare costa di più oppure si taglia.

Tradotto nella vita delle persone, il meccanismo è lineare. Più cassa va agli interessi e ai rimborsi, meno resta per sussidi su carburanti e alimenti, per la manutenzione di scuole e ospedali, per i trasporti locali. Se la valuta scivola per effetto dei rifinanziamenti cari, il prezzo dei beni importati sale; il credito alle piccole imprese si restringe; i redditi reali scendono. In questo contesto la migrazione non è un’“emergenza di frontiera” ma una decisione economica: una polizza contro bilanci pubblici che non reggono. Non stupisce che, a fine 2024, gli sfollati forzati nel mondo abbiano toccato 123,2 milioni: non tutte sono storie di debito, ma il nesso tra finanza pubblica e partenze è sempre meno teorico.

Zambia, dunque, non come eccezione ma come avviso. Finché le ristrutturazioni resteranno ostaggio di regimi di credito differenti e di scadenze ravvicinate, i governi continueranno a pagare prima i creditori e poi i servizi; e finché questa sarà la gerarchia dei pagamenti, i flussi migratori non caleranno: cambierà soltanto la rotta.

“Children of Zambia” by CIFOR is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.