Il 17enne arrestato e la rete dell’odio minorile online

Il 17enne arrestato con l’accusa di aver progettato una strage a scuola non è solo il protagonista di una grave vicenda giudiziaria. Il caso, per come emerge dalle indagini, illumina un ecosistema online in cui neonazismo, culto dei mass shooters e radicalizzazione minorile si intrecciano in modo sempre meno episodico.

Il ragazzo, pescarese ma domiciliato in provincia di Perugia, è stato arrestato nelle prime ore di stamane, 30 marzo, e trasferito in un istituto penale minorile su ordine del gip del Tribunale per i minorenni dell’Aquila, su richiesta della procura.

Le contestazioni non riguardano solo la propaganda suprematista: gli investigatori gli attribuiscono anche il reperimento e la diffusione di manuali per la fabbricazione di congegni bellici e armi da fuoco, documenti sull’uso di sostanze chimiche e batteriologiche pericolose, istruzioni per il sabotaggio di servizi pubblici essenziali e ricerche su armi stampate in 3D e TATP. Sempre secondo la stessa ricostruzione, il ragazzo avrebbe progettato una strage in una scuola ispirata alla Columbine High School, con l’intenzione di togliersi poi la vita.

Già così il quadro è pesante. Ma il passaggio decisivo è un altro: le indagini non descrivono un adolescente chiuso nel proprio delirio, bensì un soggetto immerso in una rete. I carabinieri parlano infatti di contatti con il gruppo Telegram “Werwolf Division”, mentre le perquisizioni hanno riguardato altri minorenni in più province, tra Abruzzo, Umbria, Emilia-Romagna e Toscana.

Questo non prova automaticamente l’esistenza di una struttura organizzata in senso pieno, né autorizza a trattare tutti gli indagati come membri di una cellula. Però basta a dire che il caso va letto come parte di un ecosistema condiviso, non come esplosione casuale di follia individuale.

Il nome “Werwolf Division”, del resto, non arriva dal nulla. Nel dicembre 2024 la Polizia di Stato aveva già annunciato l’arresto di 12 persone appartenenti a un gruppo suprematista e neonazista con quel nome, accusate a vario titolo di associazione con finalità di terrorismo, propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa e altri reati.

In quel comunicato ufficiale la polizia descriveva l’organizzazione come già inserita in una fase operativa avanzata e in grado di favorire attacchi “lone wolf”. Questo non significa che il caso di oggi sia la prosecuzione diretta di quell’inchiesta, ma rende più difficile liquidare il riferimento come folklore da chat.

Anche il pantheon simbolico emerso dall’indagine è istruttivo. Nei canali frequentati dal ragazzo venivano celebrati Brenton Tarrant e Anders Breivik, cioè due figure ormai canoniche della galassia suprematista e stragista globale.

Il riferimento a Columbine, la strage compiuta da due studenti negli Usa nel ’99, 16 morti e 23 feriti, completa il quadro: non siamo davanti a un neonazismo tradizionale, chiuso nella nostalgia del Novecento, ma a un composto più attuale in cui suprematismo bianco, culto dei mass shooters, immaginario della strage scolastica e disponibilità di manuali tecnici si saldano in una stessa grammatica della violenza.

La domanda non è solo come un minorenne arrivi a condividere contenuti razzisti o neonazisti. La domanda è come si formi un ambiente capace di trasformare in tempi relativamente brevi la fascinazione ideologica in fantasia operativa, e la fantasia operativa in progetto. Le fonti europee dicono che questo passaggio non è più raro.

In una nota del 2025 sulla radicalizzazione adolescenziale, la Commissione europea segnala un aumento netto del coinvolgimento dei minori in attività estremiste violente in diversi Paesi: in Francia 18 minori sono stati perseguiti per reati di terrorismo nel 2024, contro 15 nel 2023 e 2 nel 2022; nel Regno Unito gli arresti di minori per reati legati al terrorismo sono saliti a 82 nel 2023-2024, contro 12 nel 2019.

Anche il rapporto TE-SAT 2025 di Europol aiuta a collocare il caso dentro una tendenza più larga. Nel 2024 nell’Unione europea ci sono stati 449 arresti per reati legati al terrorismo in 20 Stati membri; per l’area dell’estremismo di destra il rapporto segnala 47 arresti in 10 Paesi e sottolinea il ruolo crescente della radicalizzazione online e di attori non necessariamente affiliati a organizzazioni centralizzate. Non c’è, insomma, solo il vecchio schema del gruppo gerarchico. C’è sempre più spesso una radicalizzazione frammentata, digitale, memetica, ma non per questo meno pericolosa.

La precedente operazione legata all’aorganizzazione “Werwolf Division”. Foto Polizia di Stato

Questo è probabilmente il punto più utile da mettere a fuoco anche giornalisticamente. Parlare di “lupo solitario” in casi del genere rischia di essere fuorviante.

Non perché il soggetto non possa agire da solo, ma perché la sua formazione ideologica, simbolica e tecnica avviene quasi sempre in mezzo agli altri: chat, canali, comunità transnazionali, archivi di propaganda, modelli da imitare, tutorial, estetiche condivise, linguaggi ironici o pseudogoliardici che abbassano la soglia di allarme.

Il singolo, in questi casi, è spesso il terminale di una socializzazione collettiva alla violenza. Questo non assolve nessuno, ma aiuta a capire meglio il problema.

Qui, però, serve una cautela importante. Dalle informazioni disponibili oggi sappiamo molto dell’impianto accusatorio e relativamente poco del profilo personale del ragazzo, del suo grado effettivo di capacità operativa e del livello reale di avanzamento del progetto. Sappiamo anche poco, al di là dei comunicati investigativi, sul ruolo preciso degli altri minorenni perquisiti o indagati.

Per questo sarebbe sbagliato trasformare l’intera vicenda in un racconto gonfiato di onnipotenza terrorista. Ma sarebbe altrettanto sbagliato minimizzarla come goliardia nera o fanatismo da tastiera. Le contestazioni giudiziarie e il materiale descritto dagli inquirenti rendono il caso troppo serio per una lettura liquidatoria.

C’è poi un aspetto culturale che merita attenzione. Da tempo il neonazismo online non si presenta più soltanto come dottrina compatta o appartenenza militante tradizionale. Funziona spesso come sottocultura digitale: meme, provocazione, estetica della trasgressione, culto dei killer, linguaggio da community, ironia tossica, fantasie di purezza razziale e di vendetta.

Questo rende il reclutamento più facile tra adolescenti che possono entrare in quei mondi non attraverso un percorso politico lineare, ma attraverso curiosità, risentimento, isolamento, desiderio di shock o bisogno di appartenenza. La Commissione europea insiste proprio su questo punto: i minori sono sempre più esposti online a percorsi di radicalizzazione che si sviluppano dentro ambienti ibridi, non sempre immediatamente riconoscibili come terrorismo in senso classico.

In questo senso il caso italiano dice qualcosa anche del nostro ritardo di sguardo. In Italia si continua spesso a trattare il suprematismo giovanile come marginalità pittoresca, residuo ideologico o patologia individuale. E invece i segnali raccolti negli ultimi anni raccontano un’altra cosa: una galassia piccola ma persistente, capace di mescolare neonazismo, cultura stragista e mitologia dell’azione individuale.

Il precedente di “Werwolf Division” e il caso del 17enne arrestato suggeriscono che il problema non è solo repressivo, ma anche conoscitivo: capire come si forma questa radicalizzazione, come si sposta tra piattaforme, come parla ai minori e come si traveste da gioco, da trasgressione o da identità totale.

La lezione più sobria, per ora, è allora questa. Non basta dire che un ragazzo progettava una strage. Bisogna vedere il terreno che rende plausibile, pensabile e perfino imitabile quel progetto. È lì che la notizia smette di essere solo giudiziaria e diventa politica.

Perché se un adolescente può arrivare a immaginare Columbine dentro una rete suprematista online, il problema non è solo il singolo. Il problema è l’ambiente che lo precede, lo nutre e gli offre insieme odio, miti, linguaggio e istruzioni.

Foto Matt Dempsey Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic license