A New York, nelle primarie democratiche di fine giugno, tre candidati sostenuti dal sindaco Zohran Mamdani hanno travolto gli avversari dell’establishment del partito. Darializa Avila Chevalier ha battuto il deputato uscente Adriano Espaillat, presidente del Congressional Hispanic Caucus. Claire Valdez ha sbaragliato il presidente del distretto di Brooklyn.
Brad Lander ha vinto con quasi due terzi dei voti contro un deputato in carica. Tutti e tre appartengono o sono sostenuti dai Democratic Socialists of America, i DSA, la principale organizzazione socialista statunitense, di cui lo stesso Mamdani è membro dal 2016.
Il linguaggio con cui i DSA si presentano è sempre lo stesso: sono, dicono, “un governo della classe lavoratrice, per la classe lavoratrice e dal popolo”, capace di strappare potere sia ai repubblicani sia ai democratici legati alle grandi aziende. È una rivendicazione precisa, non generica: i DSA non si definiscono progressisti, si definiscono rappresentanti degli operai.
I numeri raccontano una storia diversa da quella rivendicata. L’ultimo sondaggio pubblico condotto tra i membri dell’organizzazione, nel 2021, mostra che l’85% è bianco non ispanico, contro il 57,8% della popolazione statunitense. Solo il 4% svolge lavori manuali. Oltre l’80% dei membri sopra i 25 anni possiede una laurea, più del doppio della media nazionale, e il 35% ha un titolo post-laurea. Il 60% si dichiara agnostico o ateo, contro una media americana molto più bassa.
Un sondaggio più recente condotto nel 2025 dalla sezione del New Jersey centrale conferma la stessa fotografia: il 69,5% dei membri è bianco, contro il 22,7% di ispanici e il 10,6% di neri nello stato, entrambi sottorappresentati nell’organizzazione.
Interpellata su questa contraddizione, la direttrice della comunicazione dei DSA, Priscilla Yeverino, ha risposto che l’organizzazione è “radicata nella classe lavoratrice” e ha citato sondaggi secondo cui i democratici, in generale, preferiscono il socialismo al capitalismo e sostengono con ampio margine i diritti delle persone transgender.
Sono dati veri, ma rispondono a una domanda diversa da quella posta: il fatto che l’elettorato democratico nel suo complesso simpatizzi per posizioni di sinistra non dimostra che i DSA rappresentino davvero la classe lavoratrice, dimostra solo che il Partito Democratico, nel suo insieme, si è spostato a sinistra.
Il punto più scomodo riguarda proprio le politiche su cui i DSA insistono di più: diritti delle persone transgender, frontiere aperte, abolizione dell’agenzia federale per l’immigrazione ICE, definanziamento della polizia. Su ciascuna di queste posizioni, i sondaggi mostrano una spaccatura netta lungo linee di istruzione e reddito, non di appartenenza di partito.

Un sondaggio Gallup del maggio 2025 ha rilevato che il 61% dei laureati ritiene che gli studenti debbano competere solo nelle squadre sportive corrispondenti al sesso di nascita, contro il 31% che consentirebbe di giocare secondo l’identità di genere attuale. Tra gli elettori con diploma di scuola superiore o titolo inferiore, il sostegno al primo criterio sale al 72%, con un distacco di 48 punti.
Il Pew Research Center segnala inoltre che tra il 2022 e il 2025 la quota di elettori democratici favorevoli a restrizioni sui diritti delle persone transgender, competizioni sportive, cure mediche per minori, bagni pubblici, è cresciuta su tutti e tre i fronti, non diminuita.
Lo stesso schema si ripete sull’immigrazione. Il programma dei DSA chiede la libera circolazione dei lavoratori tra paesi e un’amnistia immediata per tutti gli immigrati indipendentemente dallo status. Ma secondo il Cooperative Election Study del 2024, il 62,2% degli elettori con diploma o titolo inferiore sostiene la costruzione di un muro al confine con il Messico, contro appena il 40,8% dei laureati con titolo magistrale.
L’analisi dei risultati elettorali conferma la stessa geografia sociale. Nel tredicesimo distretto di New York, Chevalier ha vinto nelle zone a maggioranza universitaria con il 58% contro il 38%, mentre il suo avversario ha prevalso nei quartieri a reddito più basso e a maggioranza ispanica. Nel settimo distretto, Claire Valdez ha vinto con margini enormi nei quartieri ad alto reddito e alta istruzione, mentre il suo rivale ha conquistato le aree a basso reddito.
Lo stesso pattern, identico nella forma, si era già visto nel 2018 quando Alexandria Ocasio-Cortez, oggi figura di riferimento della sinistra DSA, ottenne il maggior sostegno nei quartieri più bianchi e meno latini del suo distretto.
Non è una questione che riguarda solo la politica americana, ed è per questo che vale la pena raccontarla qui. Il meccanismo descritto, un’élite istruita e economicamente sicura che rivendica la rappresentanza di chi sta peggio, costruendo un programma che riflette le proprie priorità culturali più che i bisogni materiali di chi dice di difendere, non è un’invenzione newyorkese.
È una dinamica che attraversa buona parte della sinistra occidentale, inclusa quella italiana, dove il dibattito pubblico su diritti civili, linguaggio inclusivo e battaglie identitarie occupa spesso uno spazio sproporzionato rispetto al peso che quelle stesse battaglie hanno tra chi vive davvero la povertà, il lavoro precario, la casa che non si trova.
Questo non significa che le battaglie sui diritti delle persone transgender o sull’immigrazione siano sbagliate o irrilevanti, e sarebbe disonesto farlo dire ai numeri. Significa che rivendicare di parlare “per la classe lavoratrice” è un atto politico preciso, che va misurato sui fatti, non dato per buono perché pronunciato con convinzione.
Quando chi si autodefinisce rappresentante dei poveri ha, in percentuali schiaccianti, una laurea, un reddito da professionista qualificato e priorità politiche che i sondaggi mostrano essere minoritarie proprio tra gli elettori senza istruzione universitaria, la domanda da porsi non è se quella persona sia in buona fede. È se stia davvero parlando a nome di chi dice, o stia semplicemente parlando a nome proprio, con il megafono più forte di chi non ce l’ha.



