Nel silenzio quasi totale dei media internazionali, tra la fine di febbraio e l’inizio di aprile, secondo quanto documentato da Human Rights Watch, almeno 130 civili – principalmente donne, anziani e bambini – sono stati uccisi nei villaggi attorno alla città di Solenzo, nella regione di Boucle du Mouhoun, nel Burkina Faso occidentale.
Le vittime, appartenenti all’etnia fulani, sono state massacrate da unità dell’esercito burkinabé e da milizie filogovernative note come Volontari per la Difesa della Patria (VDP), secondo quanto denunciato da Human Rights Watch.
L’accusa rivolta alle vittime era di simpatizzare con i gruppi jihadisti che operano nel Paese. Un’accusa frequente, strumentale, che nel caos del conflitto armato in corso serve spesso da pretesto per epurazioni etniche, vendette e regolamenti di conti.
L’episodio è solo l’ultimo di una lunga serie di eccidi che stanno trasformando il Burkina Faso in una zona di guerra civile permanente, in cui la distinzione tra combattenti e civili si fa sempre più sottile.
Chi combatte chi
Dal 2015 il Burkina Faso è teatro di una guerra a bassa intensità ma ad alta brutalità. Due sono i principali gruppi jihadisti attivi: Jama’at Nasr al-Islam wal-Muslimin (JNIM), affiliato ad al-Qaeda, e lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS), affiliato all’ISIS. Entrambi si contendono territorio, influenza e risorse, in particolare nel nord e nell’est del Paese.
Contro di loro agiscono le forze armate burkinabé, ma anche milizie paramilitari come i VDP, volontari armati e addestrati dal governo. Queste formazioni, spesso composte da civili, sono accusate da tempo di violazioni sistematiche dei diritti umani, inclusi omicidi sommari, torture, sfollamenti forzati. Le comunità fulani, considerate vicine ai jihadisti, sono le più colpite da questa violenza indiscriminata.

In risposta alla strage di Solenzo, il 28 marzo il JNIM ha attaccato la città di Diapaga, provocando la morte di almeno 63 membri delle forze armate e dei VDP. Ad aprile, nuove offensive nelle province di Sourou e Banwa hanno causato oltre 200 morti.
E l’ultimo colpo è arrivato il 12 maggio: più di 100 persone, tra cui numerosi soldati, sono state uccise in un attacco a Djibo, città strategica nel nord, ora sotto assedio jihadista.
Un paese allo sbando geopolitico
Ex colonia francese, il Burkina Faso è uno dei paesi più poveri al mondo. Dopo anni di legami stretti con Parigi, il Paese ha recentemente virato verso Mosca, aderendo a un’alleanza militare e diplomatica con il Mali e il Niger – altri due Stati colpiti dal jihadismo e governati da giunte militari.
I tre Paesi formano oggi un’alleanza chiamata “Alleanza degli Stati del Sahel”, che ha espulso le truppe francesi e sta cercando nuovi equilibri regionali, con un occhio alla Russia e ai suoi proxy (in primis il gruppo Wagner).
Questa collocazione ha ridotto l’attenzione e il sostegno dell’Occidente, senza però portare a una stabilizzazione del territorio. Al contrario, oggi oltre il 60% del Burkina Faso è fuori dal controllo dello Stato, secondo dati delle Nazioni Unite, e più di 2 milioni di persone sono sfollate. La fame, la mancanza d’acqua e la disoccupazione dilagano.
Povertà e silenzio
Secondo l’UNDP (Programma ONU per lo Sviluppo), oltre il 40% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, con un PIL pro capite inferiore ai 900 dollari annui. L’accesso a sanità, istruzione e acqua potabile è drammaticamente limitato. A peggiorare la situazione, c’è la crisi climatica: siccità, desertificazione e carestie rendono ancora più instabile una società già fragile.
Eppure, tutto questo avviene in un assordante silenzio. Nessun hashtag, nessuna breaking news. Il Burkina Faso è fuori dal radar dell’opinione pubblica, se non per qualche fugace citazione in report di agenzie umanitarie.



