Foreman e Alì sono andati, ma il Congo è ancora in trappola

Il mondo assiste al “Rumble in the Jungle”, l’incontro di pugilato più famoso della storia moderna. Muhammad Ali, il ribelle con i guantoni, sfida e sconfigge George Foreman, morto due giorni fa, davanti a oltre 100.000 persone nello stadio nazionale dello Zaire.

Ma quello che per molti fu solo un evento sportivo epico, per Mobutu Sese Seko fu una colossale operazione di propaganda.

Mobutu aveva bisogno di quel palcoscenico. Aveva preso il potere qualche anno prima grazie a un colpo di Stato sostenuto dagli Stati Uniti e dal Belgio, in un Paese appena uscito dal giogo coloniale ma già dilaniato da lotte interne.

A cadere fu Patrice Lumumba, primo premier del Congo indipendente, leader socialista e panafricanista, che aveva osato sfidare le potenze occidentali.

Lumumba fu destituito con un colpo di mano militare guidato da Mobutu, arrestato, trasferito in Katanga e infine giustiziato con la complicità delle autorità secessioniste locali, dei servizi belgi e con l’inerzia interessata degli Stati Uniti.

Mobutu non fu l’esecutore materiale dell’omicidio, ma fu colui che ne rese possibile l’isolamento politico e la rimozione fisica. E ne trasse immediato beneficio.

Nel 1971 cambiò il nome del paese in Zaire e avviò un programma di “autenticità” nazionale: via i nomi occidentali, via le influenze coloniali, almeno in apparenza. Si fece ritrarre ovunque in abiti tradizionali, promosse campagne di propaganda di massa, impose la sua immagine ovunque.

“WHEN WE WERE KINGS – Muhammed Ali; George Foreman” is licensed under CC BY-NC-ND 4.0.

Il match Ali–Foreman fu il culmine di quella messa in scena: uno spettacolo globale, un’operazione di immagine pensata per raccontare al mondo uno Zaire fiero, africano, moderno. “Ali, bomaye!”, “Ali, uccidilo!”, gridavano le folle, sentendosi parte di un riscatto africano collettivo.

Ma lo Zaire reale era un’altra cosa. Dietro la facciata si celavano corruzione, clientelismo, repressione. La cosiddetta “africanizzazione dell’economia”, che obbligò imprenditori stranieri a cedere le loro attività a élite improvvisate, contribuì al collasso economico.

Il denaro dello Stato spariva nei conti all’estero del presidente e dei suoi uomini, mentre il popolo sprofondava nella miseria. Nel 1997, dopo oltre trent’anni di dittatura, Mobutu fu costretto alla fuga. Il Paese riprese il nome originale: Repubblica Democratica del Congo.

Il Congo di oggi è ancora segnato da quel passato. Le istituzioni fragili e il centralismo autoritario introdotto da Mobutu hanno lasciato in eredità una repubblica nominale, ma senza stato di diritto effettivo. La guerra dei Grandi Laghi, esplosa dopo la sua caduta, ha fatto milioni di morti.

Nelle province orientali, gruppi armati continuano a contendersi territori ricchi di minerali preziosi — coltan, cobalto, oro — in una spirale di violenze, sfruttamento e complicità internazionali. La memoria del regime di Mobutu aleggia ancora nei metodi, nei meccanismi di potere, nell’idea stessa che lo Stato serva per arricchire chi lo controlla.

Eppure, quando George Foreman è morto, il mondo ha ricordato con nostalgia quella notte del 1974. Il match fu un evento culturale, simbolico, umano. Ma non fu la vittoria del popolo congolese. Quella vittoria, ancora oggi, resta in sospeso.

“Patrice Lumumba in 1960” by Harry Pot is licensed under CC BY-SA 3.0.