Ex calciatori: salute, morti precoci e indagini tabù

Tra le notizie “secondarie” di questi ultimi giorni, tre, che riguardano il mondo del calcio, meritano di essere attenzionate e discusse. La prima riguarda la morte, a soli 68 anni, di Carmine Caricola, fratello del più noto Nicola, difensore del Taranto negli anni 80. La seconda, è attinente al caso di Orazio Russo, 52 anni, capitano del Catania di inizio 2000. Dapprima si era diffusa la notizia della sua scomparsa prematura.

L’informazione è stata in seguito rettificata, ma la sua gravità permane: l’ex-calciatore etneo è ricoverato in gravissime condizioni, dovuto al deteriorarsi di una malattia che lo avrebbe colpito. Infine, l’ex attaccante cileno Mauricio Pinilla, che militò anche in Italia nell’Atalanta, nel Cagliari e nel Palermo, ha annunciato di soffrire di un tumore alla pelle, contro cui lotta da qualche anno.

Casi che appaiono anomali, ma che in realtà costituiscono tutt’altro che l’eccezionalità. Operatori del settore calcistico notano come la speranza di vita dei calciatori sia più basse di tutte le altre categorie professionali. Si parla di 65 anni di media. Soprattutto, non viene mai messa in relazione con la professione, malgrado le notizie della scomparsa dei calciatori si susseguano.

All’inizio dell’anno, a 70 anni, è scomparso l’ex interista Nazzareno Canuti. Pochi anni fa, Paolo Rossi, il Pablito nazionale, è scomparso a 64 anni. Vialli ci ha lasciato tre anni fa, a 59 anni. Stefano Tacconi, portiere della Juventus degli anni Ottanta, ha sofferto di una grave malattia.

Questi sono i casi più famosi, ma molti altri si verificano, e non vengono considerati, per la poca fama degli scomparsi e degli ammalati, oppure perché vengono compartimentati, non messi in relazione tra loro. Solo nel caso della Fiorentina degli anni Settanta, vista l’elevata incidenza di morti (ricordiamo Mattolini, Galdiolo, Ferrante, Saltutti, Beatrice) o di casi di patologie, innescarono un’inchiesta che però non si sviluppò. Troppo tempo era passato dagli eventi in questione. La qualità e quantità limitata delle prove a disposizione. Una certa reticenza da parte degli addetti ai lavori.

Ovviamente, non si vuole affermare che esista una correlazione lineare tra le vicende cliniche di tutti gli ex –calciatori e pratiche anomale. Tuttavia, il numero elevato di casi, le denunce fatte dagli ex-calciatori Carlo Petrini e Ferruccio Mazzola, le morti diffuse per SLA, non possono non suscitare alcune domande, in particolare 2: 1) Perché i calciatori hanno una vita media più accorciata rispetto agli altri? 2) Perché esiste così poco interesse, in particolare all’interno del mondo del calcio, ad approfondire questa tematica? Per rispondere, è necessario rimuovere la patina luccicante da teatro delle stelle che ricopre il mondo del calcio. Lo possiamo fare limitatamente ai riscontri empirici a nostra disposizione, ma vale la pena provare a tracciare un percorso.

In merito alla prima domanda, appare evidente che la professione di calciatore costituisce di per sé un mestiere usurante. Spesso ci si dimentica che i calciatori cominciano a lavorare giovani, a partire dai 10-11 anni di età, dopo avere sostenuto i provini. Nel periodo dello sviluppo, dopo essere stati affidati dalle famiglie (qualcuno direbbe venduti, dietro il pagamento di una quietanza) ai vivai delle squadre di calcio, vengono sottoposti a sforzi atletici regolamentati attraverso l’utilizzo di medicina sportiva, artatamente pianificata e programmata dagli specialisti.

Di sconosciuto – Figurina da Calciatori 1971-72, Modena, Panini, 1971., Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=3879719

Sarebbe già importante approfondire cosa avviene in questa fase.
Di certo è eccessivo trattare dei giovani in piena crescita alla stregua di atleti, dando per scontato che saranno futuri professionisti. Soprattutto, i ragazzi, sanno che su di loro sono riposte le speranze di ascesa sociale e di successo delle famiglie di origine, che non si sono posti troppi problemi a mandarli a oltre 500 km da casa per farli diventare professionisti.

Inoltre, in nome dei sogni di fama e successo, esiste una certa passività rispetto all’assunzione di farmaci o altre sostanze. Anche perché; sia i ragazzi, sia le loro famiglie, credono nella buona fede e nella professionalità dei club.

Diventati calciatori, la macchina dello show business, richiede sforzi speciali, come giocare partite ogni tre giorni, con un forte dispendio di energie psicofisiche che, a lungo andare, contribuisce a deteriorare le condizioni di salute, ma le cui conseguenze si avverto anni dopo la fine dell’attività agonistica.

Ma non si tratta di un fenomeno recente: un derby, uno spareggio salvezza, una lotta per la promozione nelle serie inferiori, spesso richiedono sforzi che non sempre possono essere gestiti facendo affidamento alle proprie forze. Anche in questo caso, sarebbe necessario saperne di più in merito alla medicina sportiva e alla preparazione atletica, incrociando questi dati coi ruoli che si svolgono in campo, in particolare quelli più dispendiosi.

Anche se anche portieri e attaccanti sono morti in modo misterioso. E comunque, nel calcio moderno, dove il fisico, la corsa, la disciplina tattica, prevalgono sulle capacità individuali, è probabile che il ricorso a pratiche poco ortodosse sia maggiormente diffuso. Sarebbe comunque il caso di appurarlo.

Il problema, però, è che la voglia di andare a fondo nell’analisi delle morti misteriose sembra essere piuttosto scarna. Qui si può provare a rispondere alla seconda domanda. I calciatori svolgono un ruolo apparentemente centrale all’interno del sistema calcio. In realtà, rappresentano le rotelle di un ingranaggio che genera profitti, rendite di posizioni, ritorni di immagine.

Attorno al calcio ruota un indotto smisurato, fatto di procuratori, fondi di investimento, giornalisti televisivi, dei blog e della carta stampata, politiche di riqualificazione urbana legati alla costruzione di nuovi stadi, merchandising, pay-TV, propaganda politica. Che ha gradualmente rimpiazzato il campanilismo, le appartenenze di classe e di etnia, i risentimenti dovuti alla rivalità sportive, la strumentalizzazione da parte delle dittature.

Andare a indagare sulle morti precoci e sui problemi di salute degli ex- calciatori, sul loro manifestarsi con eccessiva frequenza, equivale a inceppare un meccanismo che ormai si autoalimenta, si autolegittima, e non riesce a fermarsi.

Equivale a raccontare verità scomode, che squarcerebbero la patina rassicurante che oggi avvolge il mondo del calcio. Anche perché, dalle morti sospette, si dovrebbe passare alle acquisizioni di proprietà, per poi spostarsi sul versante dei procuratori. Ci sarebbe troppo lavoro da fare. Ma che si ha paura a svolgere. Eppure, prima o poi, qualcuno dovrà farlo. Anche se è uno sporco lavoro. Di certo, meno sporco di certi accadimenti su cui non si riesce a fare luce.

Ferruccio Mazzola via Wikepia Commons