In questa vicenda c’è un equivoco che è ora di chiarire. Non siamo davanti all’ennesima polemica di giornalisti, opinionisti o giuristi schierati. Non è una battaglia ideologica tra maggioranza e opposizione, né un dibattito acceso tra giuristi da salotto e riformisti da talk show.
Qui parla la Corte di Cassazione, l’organo di vertice della giurisdizione italiana, che con la sua relazione tecnica — fredda, chirurgica, inesorabile — fa a pezzi il cosiddetto Decreto Sicurezza approvato dal governo nella primavera del 2025. E lo fa non sulla base di suggestioni politiche, ma secondo la grammatica severa del diritto, con argomenti che incidono sulle fondamenta stesse dell’ordinamento costituzionale.
Basta leggere le prime pagine della relazione numero 33 del 2025 per capire che siamo davanti a qualcosa di eccezionale. Un documento che non si limita a segnalare criticità tecniche o a suggerire aggiustamenti di dettaglio, ma che mette nero su bianco una denuncia senza precedenti: il decreto sicurezza — così come è stato concepito, approvato e trasformato in legge — presenta profili di illegittimità costituzionale radicali e diffusi, tali da minare il principio stesso di legalità repubblicana.
E il primo punto su cui la Cassazione affonda il bisturi è devastante. Il decreto nasce male. Non ha, semplicemente, il diritto di esistere nel modo in cui è stato partorito. Lo dice la Corte in modo netto: non sussiste alcun presupposto di necessità e urgenza che giustifichi il ricorso allo strumento del decreto-legge, come impone l’articolo 77 della Costituzione.
Non è un giudizio politico: è un fatto giuridico. Il testo approvato dal governo non è altro che la trascrizione quasi integrale del disegno di legge che era già in discussione alle Camere, regolarmente incardinato e in avanzata fase di esame. Il governo, di fatto, ha espropriato il Parlamento del suo ruolo, scavalcandolo con una decretazione d’urgenza che, agli occhi della Suprema Corte, appare come un abuso, un vulnus evidente all’equilibrio tra i poteri dello Stato.
E non è tutto. Perché il problema, sottolinea la Cassazione, non è solo il contenitore, ma anche il contenuto. Il decreto è definito “profondamente disomogeneo”, un coacervo di norme che affastella senza logica interna misure penali, amministrative, civili, urbanistiche, di pubblica sicurezza, persino agricole — con l’incredibile inserimento della stretta sulla canapa industriale — senza alcun filo conduttore che ne giustifichi la coerenza sistematica. Questo modo di legiferare non è solo disordinato: è contrario al principio di legalità sostanziale.
Il cuore della relazione pulsa attorno a un’affermazione che pesa come un macigno. L’utilizzo disinvolto del diritto penale come strumento di governo, come leva di controllo sociale più che come extrema ratio, rappresenta per la Corte un segnale di “deriva punitiva incompatibile con i principi fondamentali dello Stato di diritto”. Non è diritto penale di garanzia, quello che esce da questo decreto, ma diritto penale simbolico, costruito per lanciare messaggi politici più che per regolare condotte.
Il testo non si limita a sanzionare comportamenti gravi, ma criminalizza contesti, situazioni, persino condizioni esistenziali. È il caso delle nuove norme sulle occupazioni abitative, dove l’introduzione di pene fino a sette anni di carcere, accompagnate da procedure di sgombero accelerate, si traduce in una torsione repressiva che secondo la Corte rischia di violare non solo la proporzionalità della pena ma anche il principio stesso di umanità della sanzione penale.
E ancora più inquietante appare, agli occhi dei giudici supremi, la scelta di colpire duramente comportamenti legati alla manifestazione del dissenso. Il decreto introduce aggravanti speciali per chi commette reati, anche bagatellari, nell’ambito di cortei, raduni o manifestazioni pubbliche, disegnando un quadro che rischia di comprimere drasticamente il diritto costituzionale di riunione e di libera espressione del pensiero.
La relazione, in un passaggio che andrebbe letto e riletto da chiunque si occupi di diritto, sottolinea come l’intero impianto normativo finisca per alterare l’equilibrio tra sicurezza e libertà in modo strutturalmente squilibrato a favore della prima, con un abbassamento generalizzato delle soglie di tolleranza democratica.
Ma il colpo di scena arriva con la parte finale del documento, quella in cui la Cassazione accende i riflettori sulla questione europea. La stretta sulla canapa industriale — una misura apparentemente marginale, infilata nel decreto quasi come un corpo estraneo — non è solo discutibile sul piano interno.
È, secondo la Corte, potenzialmente in violazione del diritto dell’Unione Europea, in particolare per la mancata notifica preventiva alla Commissione e per l’introduzione di restrizioni arbitrarie alla libera circolazione delle merci. Un errore tecnico che potrebbe aprire la strada a una procedura d’infrazione contro l’Italia.
In controluce, la relazione lascia intravedere un messaggio che va ben oltre il dato strettamente giuridico. Quando un governo utilizza lo strumento del decreto-legge per comprimere diritti fondamentali, quando sacrifica il principio di legalità sull’altare di una presunta esigenza di sicurezza, quando trasforma la pena da strumento di giustizia in strumento di governo, allora non è solo una questione tecnica: è una questione di democrazia.
Non sono, dunque, le interpretazioni degli editorialisti, le iperboli dei commentatori, le letture interessate dei politici a dire che il decreto sicurezza è un problema. Lo dice la Corte di Cassazione della Repubblica Italiana, con la freddezza delle sue parole e la forza implacabile del diritto.
E questo, piaccia o no, resterà.



