Ieri, dopo l’accoltellamento della professoressa a Bergamo, stavo intervistando uno psichiatra infantile per un altro giornale. “Si ricorda che proprio io e lei abbiamo fatto questa stessa intervista poco tempo fa a proposito di un altro episodio di violenza giovanile?” Questo il suo esordio, che mi ha colpito perchè assolutamente incontestabile. Mentre parlavamo mi è sembrato chiaro, ancora una volta, che il problema non è soltanto il gesto di un tredicenne. Il problema è il copione politico che segue ogni volta a questi fatti.
Succede qualcosa di terribile, il Paese si indigna, il ministro parla, si invocano pene, controlli, sorveglianza, responsabilità dei genitori. Poi il dibattito si spegne. E tutto resta lì dov’era. Fino alla prossima aggressione, fino al prossimo ragazzo che esplode, fino al prossimo adulto finito in ospedale. È insopportabile la superficialità della politica travestita da fermezza.
Perché subito dopo Bergamo Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione per mancanza di prove, ha reagito come ormai reagisce sempre: fatto gravissimo, approvare rapidamente norme contro la criminalità giovanile, fermare la diffusione delle armi improprie tra i giovani. È una risposta perfetta per il titolo del giorno dopo. Ed è una risposta quasi inutile per il problema del giorno prima.
Il punto non è negare che simili gesti vadano comunque sanzionati. Il punto è che la politica italiana sa fare quasi solo quello: condannare, punire, sorvegliare. Nel frattempo continua a parlare di adolescenti come se fossero un problema di ordine pubblico, e non anche un problema di scuola, di salute mentale, di famiglie lasciate sole, di servizi territoriali svuotati, di prevenzione sociale evaporata.
Negli ultimi mesi il governo ha imboccato con chiarezza questa strada. Il decreto sicurezza del 24 febbraio 2026 è entrato in vigore il giorno dopo e, nel capitolo scuola, ha rafforzato l’impianto penale e repressivo: aggressioni al personale scolastico, armi, multe ai genitori per omessa vigilanza. È una filosofia politica prima ancora che normativa: se un ragazzo sbaglia, si alza la sanzione; se un minore porta un coltello, si allarga la punibilità; se qualcosa si rompe, la risposta è il deterrente.
Ma il deterrente arriva sempre dopo. Dopo che quel ragazzo è cresciuto male. Dopo che i segnali sono stati ignorati. Dopo che la scuola è stata lasciata sola a contenere l’incontenibile. Dopo che sul territorio non c’erano abbastanza adulti, abbastanza ascolto, abbastanza cura.

E qui sta il punto politico vero, quello che di solito si evita accuratamente. Dove sono i servizi territoriali da finanziare in modo strutturale? Dove sono i consultori, gli educatori di strada, le equipe multiprofessionali, il sostegno alle famiglie, i presìdi nei quartieri, gli interventi continuativi sui ragazzi a rischio? Dove sono i soldi messi non sulla dichiarazione, ma sulla prevenzione?
A meno che non si tratti di Caivano. Lì lo Stato ha deciso che l’emergenza meritava un piano straordinario: commissario, risorse dedicate, riqualificazione urbana, assunzione di assistenti sociali ed educatori scolastici, potenziamento della rete antiviolenza, spazi educativi e comunitari. Dunque non è vero che non si può fare. Si può fare. Il problema è che si fa solo quando un luogo diventa simbolo politico, vetrina nazionale, laboratorio propagandabile. Altrove, molto spesso, resta il nulla.
E allora Bergamo obbliga a dirlo con brutalità: non è credibile una politica che scopre la prevenzione solo nelle conferenze stampa e investe davvero nei territori solo quando un caso diventa emblematico. Per tutti gli altri resta la pedagogia della pena: punire i figli, punire i genitori, presidiare gli ingressi, inseguire l’illusione che la sicurezza si costruisca soltanto aggiungendo reato a reato e sanzione a sanzione.
La verità è che questa scorciatoia è comoda perché costa meno, culturalmente e politicamente. Finanziare servizi territoriali significa assumersi una responsabilità lunga, meno visibile, meno redditizia sul piano del consenso. Punire, invece, è semplice. Si annuncia. Si comunica. Si applaude. E si ricomincia.
Per questo, più ancora del fatto di Bergamo, colpisce la povertà della reazione pubblica. Siamo sempre lì: condannare, punire, sorvegliare. Mai costruire davvero. Mai finanziare davvero. Mai presidiare prima, quando ancora la violenza non è esplosa.
E allora la domanda non è quante nuove pene servano dopo l’ennesima aggressione. La domanda è: quanti altri casi dovranno esserci prima che lo Stato consideri ordinario, e non eccezionale, investire sul territorio? Una domanda che rivolgeremo anche a chi, eventualmente, prenderà il posto dell’attuale governo.



