Vandalizzato a Roma centro sportivo sottratto alla mafia
Diogenenews 23/08/2024: Devastato l’impianto sportivo Don Pino Puglisi nella borgata romana di Montespaccato, confiscato nel 2018 al clan mafioso dei Gambacurta, legato alla ‘ndrangheta. Ribattezzato col nome del parroco di Brancaccio ucciso da “cosa nostra”, è diventato simbolo concreto di riscatto di un territorio. Così la società sportiva collabora con il Municipio, la parrocchia e il gruppo scout, e ha lanciato un percorso di azionariato popolare che ha raccolto oltre 1.500 soci, tra cui il Comune e alcuni enti no profit. Una realtà che evidentemente disturba. Nella notte tra il 20 e il 21 agosto ignoti hanno completamente devastato la sala polifunzionale dell’impianto, utilizzata per le attività di studio, laboratori e corsi. Fortemente danneggiati anche il campo di calcetto e gli spogliatoi. Un danno di almeno 20mila euro. «Non è di certo la prima volta che subiamo atti di vandalismo – ha commentato l’amministratore del Gruppo sportivo Montespaccato Antonello Tanteri – sempre prontamente denunciati alle autorità, ma in questo caso ci troviamo di fronte a qualcosa di ben diverso, un’affermazione di forza volta a dimostrare all’intero quartiere che tutto quello che stiamo facendo può essere fermato e distrutto con facilità». Nello scorso luglio una discutibile sentenza ha parzialmente revocato la confisca. Sentenza poi sospesa su richiesta della Procura generale della Corte di Appello, anche a seguito della mobilitazione innescata dall’Asilo Savoia, l’azienda pubblica che ne gestisce temporaneamente le attività sportive a valenza sociale con il programma “Talento & Tenacia – crescere nella legalità”, che fa leva sullo sport come strumento di inclusione sociale e costruzione di percorsi di cittadinanza attiva, rivolti a bambini e giovani, attraverso il riutilizzo a fini sociali dei beni sequestrati. Ora, e non sembra una coincidenza, la gravissima devastazione, non un semplice atto teppistico. Un’azione che preoccupa, anche perché alcuni esponenti del clan sono tornati in circolazione. (Diogenenews 23/08/2024)
Unicef: l”epidemia di Mpox suscita allarme nell’Africa orientale e meridionale
Diogenenews 23/08/2024: Suscita allarme nell’Africa orientale e meridionale con aumentano dei casi tra i bambini, l’epidemia di Mpox. Sono – secondo i dati riferiti dall’Unicef – oltre 200 i casi confermati in cinque Paesi: Burundi, Ruanda, Uganda, Kenya e Sudafrica. La nuova variante del virus desta preoccupazione per il suo potenziale di trasmissione a gruppi di età più ampi, in particolare ai bambini piccoli, spiega l’Unicef in una nota evidenziando che il Burundi sta registrando il maggior numero di infezioni in tutta la regione. Al 20 agosto 2024, sono stati rilevati 170 casi confermati di Mpox in 26 dei 49 distretti del Paese, di cui il 45,3% sono donne. I bambini e gli adolescenti di età inferiore ai 20 anni costituiscono quasi il 60% dei casi rilevati, mentre i bambini sotto i 5 anni rappresentano il 21% dei casi. I rischi per i bambini in Burundi sono maggiori a causa del “verificarsi simultaneo di focolai di morbillo dovuti alla scarsa immunizzazione infantile di routine e agli alti tassi di malnutrizione”. Sebbene la risposta sia in corso, il Paese “continua a dover affrontare molteplici sfide, tra cui la carenza di kit diagnostici e farmaci, la scarsa consapevolezza della comunità, gli alti costi operativi e il rischio di interruzione della continuità dei servizi sanitari essenziali”. “Il nuovo ceppo di Mpox rappresenta una grave minaccia per i bambini e le famiglie vulnerabili. Oltre all’immediata risposta salvavita, agli sforzi di comunicazione del rischio e alla collaborazione transfrontaliera, è necessario dare priorità agli investimenti per il rafforzamento generale del sistema sanitario, la continuità dei servizi essenziali e l’attenzione mirata ai programmi che sostengono il benessere generale dei bambini”, ha detto la direttrice regionale dell’Unicef per l’Africa orientale e meridionale, Etleva Kadilli. Sulla base delle esperienze acquisite durante le risposte alle epidemie di Hiv, Covid-19 ed Ebola, è necessario – scrive l’Unicef – uno “sforzo collettivo per dare priorità ai piani di sostegno ai sopravvissuti, combattere lo stigma e facilitare la continuità dei servizi sociali di base, in particolare l’apprendimento e il reinserimento dei bambini nella scuola e nella comunità”. Oltre alle preoccupazioni immediate poste dal virus, Kenya, Burundi e Uganda sono alle prese con molteplici emergenze, tra cui siccità e inondazioni. “Nella lotta contro l’epidemia di Mpox, dare priorità ai bisogni dei bambini non è solo necessario, è urgente. La loro maggiore vulnerabilità ci impone di dedicare tutta la nostra attenzione e le nostre risorse per garantire la loro protezione e il loro benessere in questa fase di risposta critica”, ha aggiunto Kadilli. In tutta la regione, l’Unicef sta rispondendo all’epidemia di Mpox insieme all’Oms e all’Africa Cdc, nell’ambito dei piani di risposta del Governo e dei partner locali. (Diogenenews 23/08/2024)
Somalia: esecuzione di 4 giovani nello Stato del Puntland. La denuncia dell’Unicef
Diogenenews 23/08/2024: Lo scorso fine settimana, è avvenuta l’esecuzione di quattro giovani nello Stato somalo del Puntland, per reati commessi da bambini quando non avevano ancora compiuto 18 anni, mentre erano presumibilmente associati ad Al Shabaab. È quanto fa sapere l’Unicef in una nota esprimendo “profondo rammarico”. “Le condanne e le sentenze – scrive l’organizzazione – sono state emesse da tribunali militari, che non dispongono di procedure specializzate per la giustizia minorile e non sono un luogo per i bambini”. L’Unicef ricorda che il Comitato di verifica dell’età del Puntland, comprendente rappresentanti delle autorità del Puntland, ha incontrato i giovani e ha concluso che erano minorenni al momento dell’arresto e che non dovevano subire la pena di morte. Per questo, l’organizzazione chiede alle autorità del Puntland di “evitare l’imposizione di condanne a morte” e che “sia garantito il giusto processo per tutti i giovani adulti arrestati per la loro associazione a gruppi armati quando non avevano ancora compiuto 18 anni, in linea con la legge sui giovani, approvata dalle autorità del Puntland, e con l’obbligo del Governo di rispettare gli obblighi internazionali in materia di diritti umani previsti dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia”. L’Unicef – si legge ancora nella nota – esorta le autorità del Puntland a trattare i bambini associati ai gruppi armati come vittime e chiede una revisione delle attuali procedure giudiziarie per garantire che i bambini non siano processati da tribunali militari, che abbiano accesso a procedure giudiziarie adeguate e che siano in linea con le definizioni di bambino contenute nella legge sulla giustizia minorile del Puntland e nella Convenzione sui diritti dell’infanzia, che la Somalia ha ratificato. Le autorità sono invitate a usufruire dei percorsi di reinserimento dei minorenni associati ai gruppi armati, che già esistono e si sono dimostrati efficaci nel sostenere i diritti dei minorenni. Come partner delle Nazioni Unite, siamo pronti a lavorare con il Governo per implementare ulteriormente questi processi, anche attraverso l’attuazione di piani d’azione governativi per rafforzare la protezione dei bambini nei conflitti armati. (Diogenenews 23/08/2024)
Sudan: Save the Children, “centinaia di bambini non accompagnati tra le migliaia di persone in fuga
Diogenenews 23/08/2024: Quasi 500 bambine e bambini separati e non accompagnati sono arrivati negli Stati del Nilo Blu e di Gedaref in sei settimane, mentre i pesanti combattimenti costringono sempre più persone a fuggire dopo 16 mesi di conflitto. Questo l’allarme lanciato oggi da Save the Children. Come viene ricordato in una nota, l’escalation di violenza nella capitale dello Stato di Sennar, Sinja, il 29 giugno, ha scatenato combattimenti che hanno provocato lo sfollamento di circa 725mila persone, oltre la metà delle quali si stima siano bambini, secondo i dati del Displacement Tracking Matrix dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom Dtm). “Le famiglie – viene sottolineando – stanno fuggendo negli Stati del Nilo Blu e di Gedaref, con un numero crescente di bambini che arrivano senza genitori, ha dichiarato Save the Children. Molte di queste famiglie sono sfollate per la seconda o terza volta, avendo cercato rifugio a Sinja, nello Stato di Sennar, dopo essere fuggite dagli Stati di Khartoum e Gazira durante il conflitto”. Il personale Save the Children che si occupa di protezione ha registrato – negli Stati del Nilo Blu e di Gedaref – almeno 451 bambini (tra il 29 giugno e il 14 agosto), costretti a intraprendere il pericoloso viaggio verso la salvezza senza i loro genitori, il numero più alto mai registrato in un periodo così breve dall’inizio del conflitto nell’aprile 2023. Almeno 60mila sfollati interni diretti verso lo Stato del Nilo Blu sono stati sistemati in più di 109 punti di raccolta e nelle scuole, causando un possibile ritardo nella riapertura dell’anno scolastico a settembre. Inoltre, le forti piogge e le inondazioni in corso stanno aggravando le sofferenze delle famiglie e dei bambini in fuga dai combattimenti, a causa di strade fangose e impraticabili che rendono difficile portare i rifornimenti essenziali, tra cui cibo e medicine, alle persone che ne hanno bisogno. Oltre 16 mesi di conflitto – denuncia Save the Children – hanno ucciso e ferito migliaia di bambini, costretto molti di loro al lavoro minorile, distrutto l’assistenza sanitaria e l’educazione, stravolto i sistemi alimentari e creato la peggiore crisi di sfollamento di bambini al mondo, con 6,7 milioni di minori costretti a lasciare le loro case. “Il nostro personale negli Stati del Nilo Blu e di Gedaref accoglie ogni giorno almeno nove bambini senza genitori nei campi per sfollati. Durante la mia visita al campo di Gedaref, il mese scorso, ho visto arrivare nei nostri centri di accoglienza minori che avevano affrontato viaggi terribili completamente esausti e molti con segni di malnutrizione”, ha dichiarato Mary Lupul, direttore umanitario di Save the Children in Sudan. “Questi bambini hanno visto le loro case, gli ospedali, i parchi giochi e le scuole bombardati, saccheggiati e occupati, e sono stati separati dai loro genitori o dai tutori. Hanno perso i loro cari e hanno subito violenze indicibili”, ha aggiunto, sottolineando che “quello che ho potuto constatare è che i bambini, anche nelle circostanze più terribili, vogliono essere bambini e l’opportunità di giocare e stare con altri coetanei è fondamentale. Eppure, questa crisi non riceve l’attenzione che merita. Save the Children chiede un cessate il fuoco immediato e progressi significativi verso un accordo di pace duraturo, e che la comunità internazionale si faccia avanti e metta a disposizione i fondi e le risorse necessarie per proteggere le vite dei bambini”. Secondo Save the Children, la risposta umanitaria per il Sudan è significativamente sotto finanziata, con i donatori che contribuiscono solo per il 37,4% a un piano di risposta delle Nazioni Unite di 2,7 miliardi di dollari. Ad inizio di agosto, l’Ong aveva sottolineato che il numero di bambini sudanesi in cerca di cure per la malnutrizione acuta grave (Sam) è salito a livelli senza precedenti. I dati dell’agenzia umanitaria mostrano una rapida impennata della malnutrizione nello stato centro-meridionale del Sud Kordofan, dove il numero di bambini al di sotto dei cinque anni ricoverati con Sam nel solo mese di giugno è stato pari al 99% della quantità di casi previsto dal programma per l’anno. (Diogenenews 23/08/2024)
Corno d’Africa: crisi umanitaria per 70 milioni di persone
Diogenenews 23/08/2024: Aiuti umanitari per il valore di 122 milioni di euro sono stati decisi oggi dalla Commissione europea a beneficio dei Paesi del Corno d’Africa. Conflitti, siccità e inondazioni sono le ragioni di una crisi umanitaria che riguarda quasi 70 milioni di persone. I finanziamenti serviranno per tamponare i bisogni più urgenti delle popolazioni vulnerabili: cibo, acqua pulita, servizi igienico-sanitari. Destinatari degli aiuti saranno i partner europei che operano in Etiopia (42 milioni di euro), Somalia (40 milioni di euro) e Sud Sudan (40 milioni di euro). “Le esigenze umanitarie continuano a crescere nel Corno d’Africa, una delle regioni più vulnerabili al mondo”, ha commentato oggi in una nota il commissario per la gestione delle crisi Janez Lenarčič. E crescono anche gli aiuti europei: da inizio anno l’importo totale ha superato quota 421 milioni di euro. “Questo finanziamento aggiuntivo di 122 milioni di euro”, ha spiegato Lenarčič, aiuterà “ad affrontare i preoccupanti livelli di insicurezza alimentare, a soddisfare le diverse esigenze multisettoriali delle comunità colpite, a contenere la diffusione di malattie infettive e sostenere gli sfollati, i rifugiati appena arrivati e le loro comunità ospitanti, compresi coloro che fuggono dal conflitto in corso in Sudan”. (Diogenenews 23/08/2024)
Ius scholae: i potenziali beneficiari in Italia sono oltre mezzo milione
Diogenenews 23/08/2024: Tuttoscuola ha analizzato i dati e ha fatto una proiezione di quanti potrebbero essere gli alunni coinvolti in Italia dallo Ius scholae nell’arco di un quinquennio. Sul sito di Tuttoscuola la stima varia nell’ipotesi che sia considerato sufficiente un ciclo di 5 anni (coincidente di fatto con la scuola primaria) o se lo Ius scholae venga riconosciuto a chi ha frequentato l’intero primo ciclo del sistema di istruzione italiano, fino alla terza media. Utilizzando gli ultimi dati disponibili pubblicati sul portale Unico del Ministero dell’Istruzione e del Merito, relativi all’anno scolastico 2022-23, e riferiti agli alunni delle scuole statali e paritarie, è possibile definire una stima attendibile del numero di alunni stranieri che potrebbero beneficiare della proposta nel primo anno di applicazione e poi nei successivi quattro, per coprire il primo quinquennio di eventuale applicazione. Il portale ha approfondito i dati per area geografica, in quanto l’impatto sarebbe molto differente da regione a regione. Ma nel primo anno di entrata in vigore della ipotizzata norma sullo ius scholae anche gli studenti stranieri della secondaria di II grado potrebbero vantare il possesso del requisito di frequenza dei due cicli scolastici (scuola primaria e media) conseguito negli anni precedenti. Sono 217.614 studenti di istituti statali e 4.533 di istituti paritari in quella condizione, per un totale complessivo di 222.147 studenti stranieri che vanno ad aggiungersi ai 54.919 del terzo anno di scuola secondaria di I grado. Il riepilogo complessivo (iscritti alla terza media e alle superiori) per aree territoriali dei dati relativi a tutti gli studenti stranieri che al 2022-23 avevano alle spalle due cicli scolastici. Vanno infine considerati anche i corsi IeFP (Istruzione e Formazione Professionale) gestiti dalle Regioni, che accolgono gli alunni dopo la scuola media, e registrano molti iscritti di nazionalità straniera. Si può stimare che complessivamente accolgano circa 35mila giovani stranieri, che si aggiungerebbero quindi a quelli iscritti a scuola. Pertanto se il Parlamento approverà una legge che prevede per gli alunni stranieri l’acquisizione della cittadinanza italiana, secondo lo Ius scholae per l’intero primo ciclo di istruzione (primaria e secondaria di primo grado), ne beneficerebbero nel primo anno di applicazione circa 310 mila ragazzi. E’ interessante valutare l’impatto delle norma in discussione in questi giorni su un arco di tempo più lungo, ad esempio un quinquennio. Vanno quindi considerate ulteriori quattro annualità, che coinvolgerebbero gli studenti iscritti nell’anno scolastico preso a riferimento rispettivamente in seconda media (otterrebbero la cittadinanza nel secondo anno di applicazione della legge), in prima media (terzo anno di applicazione, in quinta primaria (quarto anno di applicazione) e in quarta primaria (quinto anno di applicazione. Dei 262 mila iscritti tra quarta primaria e seconda media si può stimare che una piccola parte (abbiamo ipotizzato il 5%) non raggiunga per vari motivi la terza media. Si arriva così a 249 mila alunni che raggiungerebbero in questo arco di tempo il traguardo della licenza media e quindi della cittadinanza italiana grazie nello scenario ipotizzato. Nel quadriennio successivo acquisirebbero quindi i requisiti per ottenere la cittadinanza in base allo Ius scholae altri 250 mila alunni stranieri circa, che si aggiungerebbero ai 310 mila circa del primo anno di applicazione. In totale nel quinquennio i “nuovi italiani” grazie all’ipotizzata misura sarebbero circa 560 mila, secondo la stima di Tuttoscuola: un po’ meno dell’1% della popolazione attualmente residente in Italia, circa l’1,2% degli aventi diritto di voto e circa il 7% della popolazione scolastica complessiva. Dal momento che gli alunni stranieri in totale sono oggi 935 mila, sei su dieci raggiungerebbero la cittadinanza italiana grazie allo Ius scholae nei primi cinque anni di applicazione. (Diogenenews 23/08/2024)
India: l’alfabetizzazione digitale penetra nelle aree rurali
Diogenenews 23/08/2024: L’alfabetizzazione digitale in India è in aumento man mano che la penetrazione di Internet si estende anche in aree sempre più remote del Paese. Secondo un rapporto dell’Internet and Mobile Association of India (IAMAI), si prevede che il numero di utenti di smartphone in India supererà 1 miliardo entro il 2025. Questa impennata nell’adozione degli smartphone sta guidando una crescita sostanziale nel settore digitale. Il rapporto evidenzia che entro il 2025, circa il 56 percento di tutti i nuovi utenti di Internet in India proverrà da aree rurali. Questo spostamento rappresenta un cambiamento significativo nel panorama digitale, poiché le regioni rurali diventano una fonte importante di nuovi utenti di Internet. Inoltre, il rapporto rileva anche un notevole aumento della partecipazione femminile all’adozione della tecnologia. Entro il 2025, si prevede che il 65 percento dei nuovi utenti di Internet saranno donne, riflettendo un importante passo avanti verso una maggiore parità di genere nell’impegno digitale. Si prevede che le aree rurali sperimenteranno la crescita più significativa di nuovi utenti Internet, con un aumento previsto del 26 percento entro il 2025. Al contrario, si prevede che le aree urbane vedranno un tasso di crescita più modesto, pari solo al 10 percento. Questa disparità sottolinea la rapida espansione dell’uso di Internet nelle aree rurali rispetto ai centri urbani. Entro il 2025, si prevede che il numero di utenti Internet nelle regioni rurali supererà i 504 milioni, mentre le aree urbane avranno più di 390 milioni di utenti. Il rapporto evidenzia anche un traguardo fondamentale: “Gli utenti Internet in India hanno superato la soglia degli 800 milioni, con l’India rurale che ne conta più di quella urbana”. Questo sviluppo sottolinea la crescente importanza delle aree rurali nell’ecosistema digitale del Paese. (Diogenenews 23/08/2024)
Il rallentamento di Internet in Pakistan solleva preoccupazioni sulla repressione del governo e minaccia l’economia
Diogenenews 23/08/2024: Un rapporto del New York Times ha evidenziato le sfide che la popolazione del Pakistan deve affrontare a causa del significativo rallentamento di Internet, che secondo ricercatori e analisti digitali è un tentativo del governo di soffocare il dissenso. Il rapporto racconta l’esperienza di Shafi Naeem, un progettista di software freelance di Karachi, che non è riuscito a caricare i siti web su cui stava lavorando. I clienti gli hanno inviato messaggi vocali e foto su WhatsApp che non riuscivano a scaricare, con il contorno di un orologio in basso a destra di ogni immagine (simbolo del fatto che non era ancora stata inviata), vanificando i suoi sforzi. “Non è solo un male per gli affari; è devastante”, ha detto Naeem, 39 anni, al New York Times. Stima di aver già perso più della metà del suo reddito mensile di circa 4.000 dollari. “Il nostro lavoro dipende da una connessione Internet veloce e affidabile”. In Pakistan, negli ultimi giorni la velocità di Internet è rallentata a tal punto da provocare rabbia e far sorgere il sospetto che il governo stia segretamente testando un nuovo sistema simile a un firewall per monitorare e controllare meglio la rete Internet del Paese. Il governo ha negato qualsiasi coinvolgimento nel rallentamento, che ha avuto ripercussioni su milioni di utenti e causato l’interruzione delle attività commerciali in tutto il Paese. Il New York Times ha citato gruppi commerciali e titolari di aziende che hanno segnalato che le velocità di Internet sono scese a metà delle loro tariffe abituali. I file che una volta richiedevano minuti per essere caricati ora ne richiedono ore, mentre le chiamate online e le videoconferenze sono rovinate da schermi bloccati e voci in ritardo. La Pakistan Software Houses Association, che rappresenta le aziende di software in tutto il Paese, ha condannato le “gravi conseguenze del firewall nazionale implementato in fretta”, avvertendo che le interruzioni potrebbero costare all’economia pakistana fino a 300 milioni di dollari. Anche la Pakistan Freelancers Association ha messo in guardia dal fatto che i problemi in corso potrebbero portare al declassamento del Pakistan sulle piattaforme di lavoro freelance online, il che danneggerebbe il settore nascente. Le autorità pakistane hanno affermato di stare aggiornando i loro sistemi per migliorare la sicurezza informatica, ma hanno negato che dietro le interruzioni ci sia la tecnologia di sorveglianza governativa. Hanno invece attribuito la colpa all’uso di reti private virtuali (VPN) per aver messo a dura prova le reti. Tuttavia, i ricercatori e gli analisti digitali hanno attribuito la bassa velocità agli sforzi delle autorità per controllare lo spazio digitale del Paese, avvertendo che ciò potrebbe limitare la libertà di parola e le libertà civili nella già fragile democrazia del Pakistan. Affermano che le autorità pakistane stanno implementando un nuovo sistema simile a un firewall, significativamente più avanzato rispetto ai precedenti sistemi di monitoraggio web utilizzati per bloccare determinati siti web. Secondo gli analisti, questa nuova tecnologia consente al governo di continuare a bloccare l’accesso a parti di Internet, tra cui social media, siti web e piattaforme di messaggistica, migliorando al contempo la sua capacità di monitorare, controllare e censurare gli spazi digitali. Usama Khilji, direttore dell’ente di controllo dei diritti digitali Bolo Bhi con sede a Islamabad, ha dichiarato al New York Times che il nuovo sistema sembra consentire alle autorità di prendere di mira e bloccare componenti specifici delle app mobili, come note vocali, foto e video su WhatsApp, pur consentendo messaggi di testo e chiamate vocali. I gruppi per i diritti digitali hanno sollevato preoccupazioni sul fatto che questo sistema potrebbe eventualmente consentire alle autorità di tracciare i messaggi online fino al telefono o al computer da cui provengono, nonché di bloccare contenuti specifici. Alcuni gruppi per i diritti sospettano che la nuova tecnologia non sia configurata correttamente per l’infrastruttura Internet del Pakistan, il che ha portato al recente rallentamento. Queste accuse giungono nel contesto di una più ampia repressione condotta dal governo contro i sostenitori dell’ex primo ministro incarcerato Imran Khan e del suo partito, il Pakistan Tehreek-e-Insaf (PTI). Secondo i gruppi per i diritti umani, i leader militari hanno una storia di arresti di esponenti dell’opposizione, imprigionamento di giornalisti e, occasionalmente, oscuramento di Internet nel Paese per reprimere il dissenso. Da quando si sono tenute le elezioni generali a febbraio, i pakistani hanno avuto solo un accesso intermittente alle piattaforme dei social media come X (ex Twitter). L’ala media e pubbliche relazioni dell’esercito, Inter-Services Public Relations, ha aggiunto ufficiali superiori ai suoi ranghi negli ultimi anni per combattere il flusso di messaggi anti-militari sui social media. Il rapporto del New York Times ha anche notato che i funzionari militari hanno iniziato a usare il termine “terrorismo digitale” nei discorsi e nei comunicati stampa da maggio, giurando di sconfiggere coloro che, a loro dire, stanno tentando di seminare discordia nel paese. Questo mese, il capo dell’esercito, il generale Asim Munir, ha intensificato questa retorica, suggerendo in un discorso che ci sono limiti alla libertà di parola in Pakistan e accusando le potenze straniere di incitare al “terrorismo digitale”. “Coloro che cercano di creare una frattura tra le istituzioni statali e il popolo del Pakistan non avranno successo”, ha avvertito il generale Munir il 14 agosto presso l’Accademia militare del Pakistan a Kakul. (Diogenenews 23/08/2024)
Formaggi: i dazi della Cina adesso spaventano gli esportatori italiani
Diogenenews 23/08/2024: Una potenziale crisi si sta profilando tra Pechino e Bruxelles riguardo ai formaggi, con il rischio che si trasformi in una vera e propria “guerra dei dazi”. Le possibili vittime di questo scontro commerciale potrebbero essere i prodotti di eccellenza del settore lattiero-caseario italiano, destinati all’esportazione in Cina. Dal grana al pecorino romano, passando per fontina, mozzarella di bufala e gorgonzola, le esportazioni italiane verso il mercato cinese sono in forte espansione, raggiungendo oltre 80 milioni di euro nel 2023. La Cina ha annunciato un’indagine sulle sovvenzioni applicate ai prodotti lattiero-caseari provenienti dall’Unione Europea, affermando che l’industria locale ha sollecitato questa iniziativa. L’obiettivo di Pechino è verificare se i sussidi concessi da venti Paesi europei, tra cui l’Italia, siano conformi alle norme dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Secondo Bruxelles, però, questa mossa cinese è una chiara rappresaglia per i dazi imposti dall’UE sulle auto elettriche cinesi. La Commissione Europea ha dichiarato che farà il possibile per proteggere il settore agricolo, sottolineando che i sussidi europei sono in linea con le normative internazionali. Tuttavia, Pechino non è d’accordo, e la prospettiva di un aumento dei dazi sulle esportazioni di formaggi e latticini verso la Cina preoccupa non solo l’Italia, ma anche altri Paesi come Austria, Belgio e Irlanda. Il ministro delle Imprese italiano, Adolfo Urso, cerca di calmare le acque, auspicando che nelle prossime settimane si possa trovare una soluzione negoziata per garantire una concorrenza leale, nel rispetto delle regole dell’OMC. “Il mercato deve essere libero, ma anche equo”, ha sottolineato il ministro. L’allarme è stato lanciato non solo dalla Coldiretti, ma anche dai Consorzi di Tutela del Grana Padano, della Mozzarella di Bufala Dop e del Pecorino Romano. Coldiretti avverte che la disputa commerciale tra UE e Cina sulle auto elettriche potrebbe mettere a rischio la crescita delle esportazioni di formaggi italiani in Cina, che nei primi cinque mesi del 2024 sono aumentate del 35% rispetto all’anno precedente. L’associazione lamenta che il cibo italiano diventi spesso una merce di scambio nei conflitti politici ed economici, con conseguenze potenzialmente gravi per l’intero export agroalimentare italiano, che in Cina vale 590 milioni di euro. Stefano Berni, direttore generale del Consorzio di Tutela del Grana Padano, esprime preoccupazione per eventuali dazi cinesi, sottolineando che, pur se ancora limitato, il mercato cinese rappresenta un’opportunità di crescita. Anche Pier Maria Saccani, responsabile del Consorzio della Mozzarella di Bufala Campana Dop, parla di “segnale preoccupante” e di “strumentalizzazione dei formaggi di eccellenza”, mentre Gianni Maoddi, presidente del Consorzio del Pecorino Romano Dop, ricorda come il settore stia ancora soffrendo per l’embargo russo, con i produttori europei che subiscono le conseguenze dei conflitti commerciali. Nel 2023, le importazioni di latticini europei in Cina hanno raggiunto un valore di 1,7 miliardi di euro, pari al 36% delle importazioni totali cinesi del settore, con l’Italia al sesto posto tra gli esportatori. Nei primi quattro mesi del 2024, le esportazioni italiane di prodotti lattiero-caseari in Cina hanno registrato un incremento del 20,5%, raggiungendo i 30,5 milioni di euro, mentre il totale delle esportazioni agroalimentari italiane verso la Cina è cresciuto del 26%, toccando i 194 milioni di euro. (Diogenenews 23/08/2024)
Registi e sceneggiatori italiani under 35, per il 75% la vita è sotto la soglia di povertà
Diogenenews 23/08/2024: Il 75% dei registi e sceneggiatori sotto i 35 anni vive con un reddito inferiore ai 15.000 euro annui, con il 50% degli sceneggiatori che non supera i 5.000 euro all’anno e metà dei registi che guadagna meno di 7.000 euro. Questi dati emergono dal sondaggio “U35” condotto da Associati WGI-100Autori 2024, che ha coinvolto un campione di 161 registi e sceneggiatori, sia uomini che donne. I risultati saranno presentati venerdì 30 agosto 2024 al Lido di Venezia per mettere in luce le conseguenze negative dell’errata associazione tra età anagrafica e competenze professionali e formative. Gli under 35 di 100Autori e WGI, che si sono riuniti nell’autunno 2023, affermano: “Siamo professionisti affermati, non semplicemente giovani, e siamo stanchi di essere etichettati in questo modo”. Il loro obiettivo è creare una nuova coscienza collettiva e richiamare l’attenzione sulla condizione generale della loro categoria. L’evento organizzato dal collettivo 100Autori e WGI, con la partecipazione di Anac, si terrà nell’ambito della XXI edizione delle Giornate degli Autori, con il supporto di Siae, e porta il titolo emblematico “Non chiamateci giovani”. Essi denunciano le conseguenze dell’uso improprio del termine “giovani”, sottolineando come spesso anche registi e sceneggiatori quarantenni, nonché autori alla loro terza opera, fatichino a essere riconosciuti come professionisti affermati, restando intrappolati nell’etichetta di “giovane autore” o “sceneggiatore junior”. Questa etichetta diventa un ostacolo alla legittimazione professionale. Le ripercussioni sono “devastanti”: svalutazione artistica, mancanza di fiducia da parte degli interlocutori, limitazione della libertà espressiva e riduzione del potere contrattuale, nonostante si tratti di professionisti altamente qualificati. Gli autori coinvolti nell’organizzazione della tavola rotonda, coordinata da Raffaele Grasso, Silvestro Maccariello e Luca Scivoletto, e moderata da Boris Sollazzo, con il supporto di Siae, sottolineano che togliere fiducia ai giovani registi e sceneggiatori significa mettere a rischio la qualità futura dell’audiovisivo italiano. Tra i partecipanti al panel vi saranno registi come Ciro De Caro, Valerio Mieli e Carolina Pavone, il produttore Lorenzo Fiuzzi, e gli sceneggiatori Re Salvador e Francesca Zonta. L’incontro mira a sensibilizzare il pubblico su un problema spesso ignorato e a proporre soluzioni per invertire questa tendenza, ridando dignità professionale ai nuovi lavoratori e lavoratrici dell’audiovisivo italiano. (Diogenenews 23/08/2024)

