Dal pogrom di Hamas alla sfida nucleare Iran-Usa-Israele

Dalla Seconda Intifada all’invasione russa dell’Ucraina, il sistema internazionale ha attraversato un ventennio di crisi parallele che – pur lontane fra loro – hanno condiviso un medesimo filo rosso: l’erosione costante delle regole multilaterali nate nel 1945. In questo quadro il Medio Oriente è di nuovo l’epicentro di uno scontro che intreccia religione, risorse energetiche, tecnologia nucleare e rivalry globali. L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 non è stato che la scintilla più recente, capace di trasformare una guerra locale in un conflitto a potenziale regionale ‒ e ora, con il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti in Iran, perfino globale. A partire da quel giorno, ripercorriamo le tappe che stanno ridefinendo equilibri, alleanze e, soprattutto, il destino di milioni di civili.

L’innesco: 7 ottobre 2023
All’alba del 7 ottobre 2023 i miliziani di Hamas travolsero la barriera di confine, uccidendo oltre 1 200 israeliani – bambini, donne, anziani – e sequestrando centinaia di persone: un pogrom che traumatizzò l’opinione pubblica israeliana e infranse ogni illusione di “contenimento” del movimento islamista.

La reazione israeliana e la metamorfosi di Gaza
La risposta di Gerusalemme era prevedibilmente feroce: neutralizzare la dirigenza militare di Hamas, liberare gli ostaggi, distruggere l’infrastruttura di tunnel. Ma, col passare delle settimane, la campagna è degenerata in punizione collettiva. Oggi il ministero della Sanità di Gaza stima 55 908 morti e 131 138 feriti; si tratta di cifre fornite dall’autorità sanitaria locale e non ancora verificate in modo indipendente. I raid quotidiani continuano a colpire colonne di civili in cerca di aiuti.
Il confine tra obiettivo militare e rappresaglia indiscriminata si è dissolto, alimentato da un governo israeliano che – trascinato dall’ala suprematista religiosa – ha eletto il popolo palestinese a nemico esistenziale, non più soltanto Hamas. L’asfissia umanitaria di Rafah e la distruzione di oltre metà del patrimonio abitativo della Striscia rimarranno a lungo una macchia sull’ordine internazionale.

Il fronte nord: Hezbollah quasi azzerata
Parallelamente l’IDF ha spinto nel sud del Libano, logorando Hezbollah con migliaia di sortite aeree; 3 768 morti e più di 15 000 feriti, fra combattenti e civili, rendono l’idea dell’intensità del fuoco. L’organizzazione sciita esiste ancora, ma i suoi arsenali a ridosso del confine sono stati in gran parte distrutti: un successo tattico che, paradossalmente, ha spinto Teheran a esporsi in prima persona.

Dalla “guerra nell’ombra” allo scontro aperto con l’Iran
Il 13 giugno Israele ha cominciato a bombardare i siti nucleari iraniani. Nella notte fra il 21 e il 22 giugno gli Stati Uniti sono entrati in guerra, lanciando bombe “bunker-buster” su Fordow, Natanz e Isfahan – operazione confermata da Reuters e Associated Press. L’AIEA certifica che Fordow arricchiva uranio al 60 %; per ora non rileva perdite radiologiche, ma l’attacco infrange un tabù decennale.
A Washington la decisione di Trump poggia ‒ di nuovo ‒ sull’AUMF 2001, senza un nuovo voto del Congresso: ecco perché deputati e senatori parlano apertamente di violazione del War Powers Act.

Hamas, colpe originarie e responsabilità presenti
Nessuna equidistanza è possibile: la strage di civili israeliani del 7 ottobre resta la scintilla di questa conflagrazione. Hamas, con la sua ideologia teocratica e l’uso sistematico di scudi umani, ha tradito – ancora una volta – la popolazione che pretende di difendere. Pretendere un cessate il fuoco non significa assolvere Hamas: il movimento va disarmato e sostituito da una governance palestinese legittima.

Il silenzio dell’ANP e l’assenza di un interlocutore palestinese
Mahmoud Abbas, 89 anni, ha scritto in una lettera del 10 giugno 2025 indirizzata all’Eliseo e a Riyad che «Hamas non governerà più Gaza», ma l’Autorità Nazionale Palestinese non controlla né territorio né racconto. Senza una voce politica autorevole, la causa palestinese rischia di restare ostaggio permanente di milizie e patroni regionali.

Il paradosso nucleare
Teheran accelera verso la soglia atomica – un atto tutt’altro che pacifico – ma le potenze che oggi la bombardano possiedono arsenali nucleari immensi. Si condanna l’Iran mentre si tollera (o si protegge) l’atomo non dichiarato di Israele o quello di Pakistan e India: un’ipocrisia strutturale del regime di non-proliferazione.

Dal Medio Oriente all’Ucraina: i fili che potrebbero annodarsi
Finora la guerra ucraina è rimasta geograficamente separata. Eppure i legami si stringono:
Trattato strategico Russia–Iran (maggio 2025) che intensifica la cooperazione difensiva.
Mosca impiega droni Shahed iraniani contro Kiev; Kiev colpisce aerodromi russi.
Se Israele colpisse più a fondo o se Teheran chiudesse Hormuz, il greggio potrebbe balzare oltre 120 $/barile, costringendo l’Europa a scegliere fra sostegno militare a Kyiv e shock energetico. A quel punto i due conflitti si salderebbero, creando un blocco Russia-Iran-Siria contrapposto a un asse USA-Israele-UE.

Guerre a confronto: da Bush-Obama a Trump
Nell’era Bush-Obama Washington seguì la logica del nation-building: dopo l’11 settembre l’America schierò fino a 170 000 soldati in Iraq e 100 000 in Afghanistan, occupando i due Paesi per anni e spendendo – secondo il progetto Costs of War – oltre 8 000 miliardi di dollari tra operazioni, interessi e assistenza ai veterani.

Trump adotta invece una strategia “leggera” di counter-proliferation: attacca l’Iran con bombardamenti mirati, evita di mettere “boots on the ground” e, finora, si affida a costi di gran lunga inferiori. La posta in gioco, però, resta altissima: se le guerre di Bush divoravano risorse e vite in lunghi pantani, quelle di Trump rischiano di incendiare l’intero Medio Oriente nel giro di pochi raid, aggravando la crisi energetica globale senza il paracadute – politicamente ormai impopolare – di un grande contingente militare statunitense. La lezione di Kabul e Baghdad ha ridotto l’appetito americano per invasioni, ma l’uso disinvolto del vecchio AUMF dimostra che l’apparato legale d’emergenza del 2001 non è mai stato smantellato.

Un pacifismo che non confonda la giustizia con l’ingenuità
Rifiutiamo la vendetta come categoria politica: ogni bomba che cade su Rafah o su Isfahan colpisce vite qualunque, persone che vogliono solo mangiare, bere, amare. Ma non scambiamo la non-violenza con ingenuità: Hamas va disarmata, l’Iran deve tornare sotto pieno controllo AIEA, Israele deve capire che sicurezza senza giustizia è un’illusione.

Che cosa ci attende entro l’autunno 2025?
Escalation controllata (scenario più probabile): altre salve missilistiche iraniane, raid israeliani su IRGC interni, operazioni USA “over-the-horizon”; conflitto contenuto sotto la soglia di guerra regionale aperta.
Guerra interstatale ampia (scenario di rottura): Hezbollah riapre in forze il fronte nord, basi USA colpite, Hormuz interdetto; crisi energetica globale e crollo della produzione israeliana.
Tregua negoziata (scenario meno probabile): moratoria nucleare e cessate-il-fuoco a Gaza sotto egida UE-Cina-Egitto; sopravvive guerriglia a bassa intensità.

Un’ultima amara certezza: se mai l’Iran fosse liberato dagli ayatollah dall’esterno, senza un movimento interno credibile, il risultato sarebbe un Paese prostrato e dipendente da Washington, non una Repubblica veramente libera dagli ayatollah. E Gaza, senza un’ANP rigenerata e un piano di ricostruzione, rischia di restare una terra di macerie e rancore.
Le guerre le dichiarano i governi, le subiscono i popoli. Pretendere diplomazia prima delle bombe è l’unica vittoria che restituisca ai vivi il diritto di vivere.