Cutro: sei ore di ritardi e silenzi prima della strage

Prosegue davanti al Tribunale di Crotone il processo sui mancati soccorsi al Summer Love, il caicco naufragato a Steccato di Cutro nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023. Sul banco degli imputati ci sono quattro militari della Guardia di finanza e due della Guardia costiera, accusati di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. Il processo deve stabilire se ritardi, omissioni e mancate comunicazioni abbiano avuto un ruolo nella tragedia.

Sono passati più di tre anni e mezzo. Quella notte il Summer Love, partito dalla Turchia con circa 180 persone a bordo, arrivò davanti alla spiaggia di Steccato e si spezzò dopo avere urtato una secca. I morti accertati furono 94, 35 dei quali bambini e ragazzi, mentre un numero imprecisato di persone non è mai stato ritrovato.

Per quelle 94 morti esistono già processi e condanne nei confronti di alcuni degli uomini accusati di avere organizzato o condotto il viaggio, ma non c’è ancora una verità giudiziaria definitiva sulle eventuali responsabilità di chi, quella notte, avrebbe dovuto vigilare e, se necessario, soccorrere. È di questo che parla il processo in corso a Crotone.

Udienza dopo udienza, la domanda si sta facendo sempre più precisa: che cosa accadde nelle ore in cui il caicco era già stato individuato e il naufragio non era ancora avvenuto?

L’ultimo tassello è arrivato venerdì 18 settembre dalle testimonianze di Alessandro Erdas e Roberto Camarretta, motorista e operatore di sistema della motovedetta V5006 della Guardia di finanza. Entrambi hanno affermato che intorno alle 21 del 25 febbraio le condizioni del mare consentivano ancora di navigare.

«Alle 21 si poteva proseguire», ha detto Erdas. A Capocolonna l’onda era di circa mezzo metro e sotto costa ancora più bassa. Camarretta ha confermato la valutazione. Solo diverse ore dopo, intorno alle 3.20, il mare sarebbe peggiorato da stato 4 a quasi 5, inducendo il comandante a rinunciare alla navigazione.

Il particolare è importante perché costringe a separare due momenti che per molto tempo sono stati sovrapposti nel racconto della tragedia. Alle 3.20 le condizioni erano difficili; questo non significa che lo fossero nello stesso modo diverse ore prima.

Ed è proprio dentro quelle ore che il processo sta scavando. Poco dopo le 23 la Guardia di finanza disponeva della segnalazione di Frontex sul caicco. Alle 23.20, come già emerso in una precedente udienza dal registro della sala operativa del Roan di Vibo Valentia, una comunicazione della Centrale operativa nazionale lo definiva esplicitamente «natante con migranti». Non si trattava dunque soltanto di un’imbarcazione sospetta di cui fosse ignota la natura.

L’operazione, però, rimase classificata come attività di polizia e non come operazione di ricerca e soccorso. Alle 23.36 il Roan comunicò alla Guardia costiera di Reggio Calabria che l’attività era gestita dalla Finanza e che una propria vedetta avrebbe atteso l’imbarcazione, «mare permettendo». La Guardia costiera sarebbe stata ricontattata in caso di necessità.

La V5006 nel frattempo era rientrata nel porto di Crotone. Ed è qui che l’ultima udienza ha aggiunto particolari finora meno conosciuti. Erdas ha spiegato che circa quaranta minuti furono necessari per imbarcare 800 litri di carburante. A questi vanno aggiunti ormeggio, disormeggio, pratiche burocratiche e preparazione della motovedetta per affrontare nuovamente il mare.

Terminati questi adempimenti, secondo il finanziere, l’equipaggio aspettò ancora per un’ora l’ordine del comandante per ripartire. La V5006 lasciò nuovamente il porto alle 2.20.

Foto di Francesco Placco, CC BY-SA 4.0

Camarretta ha spiegato che durante la sosta non si fece soltanto rifornimento. Vennero ricalcolate rotta, velocità e posizione presunta del Summer Love sulla base della segnalazione ricevuta da Frontex. Il calcolo portava l’equipaggio a ritenere che il caicco sarebbe entrato nelle acque nazionali intorno alle 3 e avrebbe raggiunto la costa verso le 7 del mattino. La realtà avrebbe bruciato quelle previsioni: il Summer Love arrivò sotto costa molte ore prima.

Alle 2.20, dunque, la motovedetta uscì nuovamente. Un’ora dopo, arrivata a Capocolonna, il comandante decise di tornare indietro perché le condizioni erano ormai molto peggiorate. Il radar di bordo, ha raccontato Camarretta, non agganciò mai il caicco. La sua portata nominale poteva essere molto maggiore, ma con quel mare la capacità effettiva di individuare un bersaglio sarebbe stata limitata a due o tre miglia, distanza alla quale la V5006 non arrivò mai.

Ma il processo non riguarda soltanto ciò che fece quella motovedetta. Il nodo che attraversa quasi tutte le udienze è il rapporto tra Guardia di finanza e Guardia costiera, e soprattutto ciò che l’una sapeva dell’altra.

Il maggiore dei carabinieri Roberto Nicola Cara, che ha condotto le indagini delegate dalla Procura, ha ricostruito una successione di comunicazioni, registri e tracciati radar. Secondo la sua deposizione, la Guardia costiera era convinta che la Finanza stesse continuando a seguire l’imbarcazione.

Solo più tardi seppe che le unità stavano rientrando. Nel frattempo un radar costiero aveva individuato un target, ma secondo la ricostruzione investigativa quella posizione non venne tempestivamente trasferita alla Guardia costiera.

Sono elementi sui quali accusa e difese danno letture differenti e che spetterà al Tribunale valutare. Ma altre testimonianze hanno già posto la stessa questione da angolazioni diverse. L’ex comandante della Capitaneria di Crotone Vittorio Aloi ha sostenuto che il ritardo nelle comunicazioni impedì alla Guardia costiera di assumere prima il coordinamento Sar.

Il consulente della Procura Salvatore Carannante ha sostenuto invece che già le informazioni disponibili giustificavano l’attivazione del soccorso e che, anche mantenendo formalmente l’operazione nell’ambito di polizia, la Finanza avrebbe potuto chiedere l’intervento delle unità della Guardia costiera.

L’ultima udienza aggiunge quindi un elemento decisivo, ma non risolve da sola il processo. Non dimostra che una determinata partenza avrebbe certamente salvato 94 persone, né stabilisce automaticamente responsabilità penali. Dice però qualcosa di più circoscritto e difficilmente eludibile: il mare delle 3.20 non era il mare delle 21. E tra quelle due ore ci sono più di sei ore di decisioni, attese, calcoli, rifornimenti, comunicazioni e mancate comunicazioni che oggi il Tribunale sta ricostruendo una per una.

La prossima udienza è fissata per il 2 ottobre. Tra i testimoni citati c’è l’ammiraglio Giuseppe Sciarrone, all’epoca comandante della Direzione marittima di Reggio Calabria. Durante le indagini aveva dichiarato che, se la Guardia costiera fosse stata informata tempestivamente delle difficoltà incontrate dalla Finanza, avrebbe disposto l’impiego di una propria unità.

Tre anni e mezzo dopo, il processo sta arrivando esattamente lì: non alla domanda astratta se quella notte il mare fosse cattivo, ma a quella molto più concreta su chi sapeva cosa, a che ora lo sapeva e che cosa fece mentre c’era ancora tempo per fare qualcosa.

Foto Gianluca Prioli / Wikimedia Commons – CC BY 2.0