Nel grande cantiere del lavoro italiano qualcosa si muove, ma lentamente. A fine febbraio erano 6,3 milioni i lavoratori con il contratto scaduto, quasi uno su due. Dopo gli ultimi rinnovi nei comparti energia, chimica, farmaceutica, edilizia e trasporti, la cifra è scesa a 5,9 milioni. Un miglioramento solo apparente: il 45% dei dipendenti resta senza un contratto aggiornato, e tra questi ci sono quasi 3 milioni di lavoratori pubblici.
Pubblica Amministrazione: tra stalli e divisioni sindacali
Il ritardo più evidente riguarda proprio il pubblico impiego. Molti lavoratori, escluse le Funzioni centrali, non hanno ancora visto il rinnovo del triennio 2022-2024, e sono già alle prese con le trattative per il 2025-2027. Le divisioni tra sigle sindacali complicano il quadro: la Cisl FP è orientata a chiudere un’intesa, mentre Fp Cgil e Uil Pa rifiutano proposte ritenute insufficienti, soprattutto per il personale sanitario.
Aumenti modesti e contestati
Le proposte economiche dell’Aran variano: circa 155 euro lordi al mese per i funzionari, 127 per gli assistenti e 121 per gli operatori. Ma la Uil Fpl ridimensiona gli entusiasmi: gli aumenti netti sarebbero, secondo i loro calcoli, tra i 38 e i 135 euro, con valori minimi per infermieri e operatori sociosanitari.
Sanità pubblica: lo stallo più preoccupante
Il comparto sanità è il più critico: 680mila lavoratori attendono il rinnovo. Le trattative sono ferme, e i sindacati del settore – Fp Cgil, Uil-Fpl e Nursing Up – giudicano le proposte del tutto inadeguate. Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha lanciato un appello per superare l’impasse, consapevole del peso simbolico e funzionale del contratto sanitario.
L’industria che firma (ma non basta)
Se il pubblico è in attesa, nel settore privato qualche passo avanti è stato fatto. Gli elettrici hanno ottenuto un aumento medio di 312 euro, quelli dell’energia e petrolio 330 euro. Rimane aperto il nodo del gas-acqua, dove i sindacati chiedono 315 euro per 45mila addetti.
Chimica, farmaceutica, edilizia: accordi raggiunti
Nella chimica e farmaceutica, 180mila lavoratori hanno già in busta un aumento medio di 294 euro. Nell’edilizia, un milione di addetti ha ricevuto aumenti che recuperano l’11% di inflazione, ben sopra le previsioni del prossimo triennio.

Metalmeccanici: il rinnovo più atteso
Ma l’attesa più carica di tensione è quella dei metalmeccanici: 1,5 milioni di lavoratori con il contratto scaduto da dieci mesi. La distanza tra imprese e sindacati è marcata. Fiom, Fim e Uilm chiedono 280 euro di aumento sui minimi, mentre Federmeccanica e Assistal offrono 173 euro indicizzati all’inflazione Ipca. Le trattative si sono interrotte tra scioperi e presidi.
Trasporto pubblico: contratto firmato, problemi aperti
Nel trasporto pubblico locale è stato finalmente siglato un rinnovo dopo anni di vuoto. I 123mila lavoratori hanno ottenuto un aumento intorno ai 120 euro e alcuni impegni sulla sicurezza, ma le tensioni restano, soprattutto al Sud, dove i fondi regionali sono spesso insufficienti.
Assicurazioni e bancari: il divario cresce
Nel mondo della finanza, 48mila dipendenti assicurativi (Ania) attendono un rinnovo. I sindacati denunciano un mancato recupero dell’inflazione e chiedono aumenti in linea con quelli concessi nel bancario (fino a 435 euro negli ultimi rinnovi Abi e Federcasse).
Rinnovi in arrivo: il 2025 sarà cruciale
All’orizzonte si avvicinano nuove scadenze che rischiano di gonfiare di nuovo il contatore dei contratti scaduti: legno-arredo, gommaplastica, vetro, occhialeria e trasporto aereo, solo per citarne alcuni.
Inflazione e tempo: i veri nemici
L’Istat prevede un’inflazione più contenuta (+6% tra 2025 e 2027), rispetto al 14,8% del triennio appena concluso. Ma la forbice tra salari e prezzi resta ampia. Solo l’industria ha cominciato a ridurla. Nei servizi e nel pubblico, il ritardo pesa ancora.
Il costo dell’attesa
Il tempo medio di attesa per un rinnovo contrattuale è passato da 34 a 21 mesi, segno che i tavoli si stanno muovendo. Ma il rischio è che, senza un’accelerazione vera, si torni al punto di partenza entro fine anno.
Contrattazione come scelta politica
Al netto dei tecnicismi, ogni contratto rinnovato è una scelta politica. Riguarda la redistribuzione della ricchezza, la tutela del potere d’acquisto, il riconoscimento del lavoro. Chi chiude per tempo limita i danni dell’inflazione. Chi resta indietro, paga due volte: con lo stipendio e con la spesa quotidiana.



