Congo, sanità allo stremo e violenza senza tregua

In nessun altro luogo al mondo oggi la parola “invisibili” è più appropriata che nell’Est della Repubblica Democratica del Congo. In quelle terre martoriate da decenni di conflitti armati, gruppi ribelli, sfruttamento minerario e impunità dilagante, la violenza ha assunto ormai una forma sistemica. Eppure, il mondo guarda altrove.

Secondo gli ultimi rapporti pubblicati da Medici Senza Frontiere (MSF) e dal Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), la situazione nel Nord e Sud Kivu ha raggiunto livelli di devastazione sanitaria e umanitaria senza precedenti.

Una guerra silenziosa contro i corpi delle donne
Nel solo 2024, MSF ha curato quasi 40.000 sopravvissuti a violenza sessuale. Solo tra gennaio e aprile 2025, i casi sono già migliaia: 7.400 a Goma, 2.400 a Saké, oltre 700 tra Kalehe e Uvira. Nella maggior parte dei casi, si tratta di aggressioni avvenute sotto minaccia armata, spesso all’interno di campi sfollati, nei rifugi, nei luoghi che dovrebbero essere sicuri. Donne e bambini sono le prime vittime, ma non le uniche.

“La violenza sessuale è una vera e propria emergenza medica”, denuncia François Calas, capo progetto MSF nel Nord Kivu. Eppure, l’accesso alle cure è sempre più limitato. La mancanza di medicinali, unita ai tagli ai finanziamenti umanitari, sta privando le vittime dei trattamenti essenziali, compresi i kit di profilassi post-stupro (PeP kit), ormai introvabili in molte zone.

Il sistema sanitario sta crollando
Il CICR lancia un altro allarme: il sistema sanitario nel Kivu sta letteralmente collassando. In 109 centri analizzati, si registra un crollo delle vaccinazioni pediatriche, un aumento esponenziale dei nati morti, un accesso sempre più limitato alle strutture per madri e neonati.

Le strutture mediche vengono saccheggiate, bombardate, abbandonate dal personale sanitario, costretto alla fuga. Mancano antibiotici, antimalarici, perfino antidolorifici di base come paracetamolo e ibuprofene. “Oggi nel Kivu si può morire per una ferita d’arma da fuoco o per una banale diarrea”, dice François Moreillon del CICR.

Le cause? L’insicurezza endemica, i bombardamenti, la mancanza di fondi, la difficoltà nel trasportare medicinali. Con gli aeroporti di Goma e Bukavu inaccessibili, le forniture devono deviare per altri Paesi e rischiano di non arrivare mai. Nel frattempo, i bisogni aumentano.

Feriti, mutilati, dimenticati
Tra gennaio e maggio 2025, sono oltre 2.900 i feriti da armi da fuoco curati dal CICR, con 7.000 interventi chirurgici eseguiti. Le lesioni sono spesso da schegge esplosive, richiedono amputazioni, riabilitazione, supporto psicologico. Le équipe hanno distribuito più di 450 sedie a rotelle, ma è una goccia nel mare.

A questi si aggiungono oltre 4.600 casi di supporto psicologico a sopravvissuti di violenza armata e sessuale, un numero sette volte superiore al 2024. È l’altra epidemia invisibile: quella della salute mentale, devastata da anni di traumi e assenza di risposte.

Il dovere (disatteso) del diritto internazionale
Le Convenzioni di Ginevra obbligano tutte le parti in conflitto a proteggere i civili, il personale sanitario e le strutture mediche. Ma oggi nel Kivu quelle norme vengono violate ogni giorno. Gli ospedali vengono saccheggiati. I convogli umanitari fermati. I farmaci bloccati. I finanziamenti tagliati.

Il CICR e MSF chiedono a gran voce un intervento urgente della comunità internazionale: garantire corridoi umanitari sicuri, proteggere i civili, rifinanziare i programmi sanitari, fornire supporto medico. Ma le risposte tardano. E intanto, nel silenzio, il Kivu muore.

Una tragedia dimenticata
Quella che si consuma oggi nell’Est del Congo è una crisi umanitaria tra le peggiori al mondo. Ma è anche una tragedia ignorata, fuori dai radar dei media e delle agende politiche occidentali. Eppure, migliaia di donne violentate, bambini non vaccinati, ospedali saccheggiati e infermieri uccisi ci chiedono di non voltare la faccia.

Nel cuore dell’Africa, una popolazione intera sopravvive in mezzo a guerra, miseria e indifferenza. Non è solo una crisi sanitaria. È una crisi di civiltà.

Foto di Medici Senza Frontiere