Chi ha venduto a Trump la falsa guerra breve con l’Iran

Più che una ritirata, quella di Donald Trump sembra la scoperta tardiva di un limite. Dopo settimane di escalation, minacce alle infrastrutture iraniane e preparativi per nuove operazioni, la Casa Bianca ha frenato e ha aperto canali negoziali attraverso Pakistan, Turchia ed Egitto.

Ma la domanda, a questo punto, non è soltanto perché Trump si sia fermato. È chi gli abbia raccontato, all’inizio, che l’Iran fosse piegabile con una dimostrazione di forza rapida, controllabile e politicamente sostenibile.

Certo che il principale istigatore dell’escalation è stato Benjamin Netanyahu, che da mesi spingeva per trasformare la pressione sull’Iran in uno scontro aperto; ma questo non assolve affatto Trump e il suo giro ristretto, perché nessuno li obbligava a fare gli interessi strategici di Israele contro i propri, e se hanno seguito quella linea è perché hanno creduto — sbagliando — che coincidesse anche con gli interessi americani e con una vittoria rapida.

I nomi del cerchio ristretto ci sono. Trump ha indicato pubblicamente Steve Witkoff, Jared Kushner, JD Vance e Marco Rubio come figure coinvolte nei contatti con Teheran, mentre il lato militare passa dal Pentagono di Pete Hegseth.

Ma proprio questo mosaico dice molto: più che una catena decisionale lineare, emerge una gestione frammentata, in cui uomini di fiducia politica, emissari diplomatici e vertice militare sembrano aver accompagnato il presidente in uno schema noto — colpire duro, dichiarare vittoria, poi cercare in fretta un tavolo.

Le opzioni discusse alla Casa Bianca mostrano che non si parlava di semplici raid dimostrativi. Il Washington Post riferisce del dispiegamento di migliaia di uomini dell’82ª aviotrasportata e del fatto che tra gli scenari considerati ci fosse anche la presa di Kharg Island, snodo centrale per l’export petrolifero iraniano.

Reuters aggiunge che Trump aveva minacciato di colpire infrastrutture energetiche iraniane per costringere Teheran a riaprire lo Stretto di Hormuz. In altre parole, non una pressione limitata, ma una coercizione strategica pensata per spezzare la resistenza iraniana in tempi rapidi.

Il punto, però, è che l’errore non sembra essere stato un difetto di sorveglianza. Nell’era dei satelliti, dei droni, dell’intelligence elettronica e della ricognizione continua, Washington non ignorava la geografia militare iraniana. Ha sbagliato altro: ha scambiato la superiorità informativa per capacità di previsione politica.

Vedere molto non significa capire abbastanza. Reuters scrive che gli Stati Uniti hanno sottostimato “la determinazione e la capacità di risposta” iraniane; il Washington Post osserva che i missili di Teheran hanno continuato a penetrare le difese israeliane, costringendo analisti e pianificatori a riconsiderare la reale degradazione dell’arsenale iraniano.

È qui che il calcolo si è rotto. La squadra di Trump sembra aver ragionato come se l’Iran dovesse scegliere tra la resa e una rappresaglia contenibile. Invece Teheran ha mostrato di poter fare una cosa più semplice e più efficace: rendere il conflitto ingestibile. Non aveva bisogno di prevalere militarmente sugli Stati Uniti.

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Le bastava dimostrare di poter continuare a colpire, allargare il rischio regionale e costringere gli alleati di Washington a intervenire per fermare l’escalation. Reuters riferisce proprio che sono stati i Paesi del Golfo a mettere Trump di fronte al pericolo di una spirale fuori controllo, con minacce iraniane contro infrastrutture regionali e timori di un allargamento della guerra.

Neppure sul terreno economico la spiegazione più plausibile è l’ingenuità. È difficile credere che nessuno alla Casa Bianca avesse previsto le ripercussioni di una guerra con l’Iran su mercati, trasporti marittimi e alleati regionali. Più credibile è che quel rischio sia stato giudicato breve, sopportabile, reversibile.

Anche qui, però, la realtà ha smentito il piano: la stessa apertura americana ai colloqui, con una proposta di cessate il fuoco in 15 punti, è arrivata mentre Washington continuava a inviare truppe supplementari nella regione. Non il segno di una strategia riuscita, ma di una correzione d’emergenza.

Il problema, allora, non è solo chi abbia consigliato Trump. È quale idea della guerra gli sia stata venduta. Tutto fa pensare che alla Casa Bianca qualcuno abbia raccontato al presidente una storia troppo semplice: l’Iran può essere colpito duramente, isolato diplomaticamente e riportato al tavolo senza che il conflitto sfugga di mano.

Gli eventi delle ultime settimane suggeriscono il contrario. La superiorità americana non è sparita. È sparita l’illusione che bastasse a controllare il dopo.

Teheran, oggi, sta costruendo su questo la propria narrativa: non quella di una vittoria militare, ma quella di una deterrenza ristabilita. Da qui l’ironia contro Trump e la derisione dei suoi improvvisi toni negoziali.

La Repubblica islamica prova a far passare un messaggio preciso: gli Stati Uniti hanno alzato il livello dello scontro, ma quando hanno capito il prezzo vero della guerra hanno dovuto frenare.

Se questa lettura reggerà, il danno politico per Trump non sarà aver perso una guerra. Sarà averne fatta immaginare una facile ai suoi elettori e ai suoi alleati, per poi scoprire che facile non era affatto.

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