Caregiver, la manovra 2026 stanzia solo 1 milione di euro

Nel bilancio dello Stato per il 2026 la voce dedicata ai caregiver familiari è minuscola, quasi invisibile, ma racconta più di molte cifre a nove zeri. L’articolo 53 della manovra prevede un fondo di appena un milione e poco più per l’anno prossimo, destinato a finanziare le iniziative legislative sul riconoscimento della figura di chi assiste, senza stipendio né tutela, un parente non autosufficiente. Solo dal 2027 lo stanziamento dovrebbe salire a poco più di duecento milioni l’anno.

Dietro quei numeri c’è la parte silenziosa del Paese: milioni di persone, per la maggior parte donne tra i quarantacinque e i sessantacinque anni, che ogni giorno si prendono cura di un genitore, un figlio o un coniuge disabile.

È un lavoro senza orari e senza ferie, spesso compatibile solo in apparenza con un impiego regolare, che erode il reddito, la salute e perfino la pensione di chi lo svolge. In Italia questo esercito di assistenti informali supera i sette milioni di persone e sostiene, con il proprio tempo e il proprio corpo, una fetta enorme del welfare che lo Stato non riesce più a garantire.

In questo scenario, l’istituzione di un fondo da poco più di un milione di euro appare più come un gesto simbolico che come un’inversione di tendenza. Il governo parla di un primo passo verso una legge nazionale che definisca diritti e tutele, ma dopo anni di promesse e tavoli tecnici la sensazione diffusa è quella di un’altra occasione mancata. Il fondo istituito nel 2018, che valeva trenta milioni, era stato soppresso e poi ripristinato con fatica; oggi riappare con un importo ancora più esiguo.

Le associazioni che rappresentano i caregiver parlano di delusione, e come dar loro torto. Un milione di euro diviso per milioni di famiglie non è una politica pubblica, ma un segnale di disattenzione. Anche i duecento milioni previsti dal 2027, se mai arriveranno, difficilmente basteranno a coprire l’indennità economica e previdenziale necessaria per una categoria che svolge un ruolo sociale essenziale e che, in altri Paesi europei, gode già di forme di compensazione e riconoscimento.

Non serve soltanto un assegno, serve un sistema che consenta di conciliare cura e lavoro, che preveda tutele assicurative e sanitarie, e che riconosca finalmente la fatica fisica e psicologica di chi vive ventiquattr’ore al giorno accanto a un familiare non autosufficiente. Continuare a trattare il caregiving come un atto di amore privato e non come una responsabilità pubblica significa rinunciare a un pezzo di civiltà.

Il governo potrà difendere la scelta come un segnale di attenzione, ma per chi vive la cura come destino quotidiano resta la sensazione di essere invisibile. E quando la politica mette a bilancio un milione di euro per un esercito di sette milioni di persone, la sproporzione diventa un giudizio morale prima ancora che economico.

Il punto, allora, non è rivendicare attenzione ma pretendere coerenza: se lo Stato chiede alle famiglie di reggere il peso dell’assistenza, deve pagare il conto. Un milione nel 2026 non è una politica, è un promemoria. Nel passaggio parlamentare questa cifra dovrà crescere, altrimenti la legge sul caregiver resterà l’ennesimo annuncio scritto sopra il lavoro gratuito delle donne italiane.

Surgeons wearing gloves preparing for surgery