Carceri, i 10mila ai domiciliari di Nordio diventano 500

Carlo Nordio l’ha definito un «provvedimento epocale». L’aggettivo, del resto, è uno dei preferiti del ministro della Giustizia. Questa volta l’epoca dovrebbe cominciare con l’uscita dal carcere di «almeno 10mila persone» tossicodipendenti o alcoldipendenti, da avviare a programmi terapeutici fuori dagli istituti penitenziari.

C’è solo un problema. Per il 2026 la copertura prevista consente di finanziare la misura per circa 500 persone. Non diecimila. Cinquecento.

La precisazione non arriva dall’opposizione, da Antigone o da qualche associazione particolarmente ostile al governo. È arrivata dallo stesso ministero della Giustizia poche ore dopo le parole di Nordio: le diecimila persone indicate dal ministro rappresenterebbero una «prospettiva pluriennale», mentre per quest’anno la copertura riguarda appunto 500 unità. Per il futuro, il ministero «auspica» che le risorse possano aumentare.

Ed è precisamente in questo spazio, tra un numero finanziato e uno auspicato, che rischia di finire l’ennesima soluzione annunciata all’emergenza delle carceri.

Il provvedimento, va precisato, non è un decreto. È un disegno di legge del governo, presentato dai ministri Nordio e Schillaci, approvato definitivamente dalla Camera il 29 luglio con 153 voti favorevoli, 42 contrari e 82 astensioni. Il principio che lo ispira è tutt’altro che sbagliato: una persona con una dipendenza patologica può avere molte più possibilità di recupero in un percorso terapeutico serio che rinchiusa in una cella sovraffollata. Non a caso una parte consistente delle opposizioni si è astenuta invece di votare contro. Il problema comincia quando la misura terapeutica viene venduta come una soluzione al sovraffollamento.

Cosa prevede davvero

La nuova disciplina introduce una particolare forma di detenzione domiciliare per tossicodipendenti e alcoldipendenti. Possono chiederla i condannati che devono scontare, anche come pena residua, non più di otto anni. Per una serie di reati ostativi il limite scende a quattro anni, con alcune eccezioni previste dal testo.

La pena non viene cancellata e il detenuto non viene semplicemente mandato a casa. Deve esistere un programma terapeutico socio-riabilitativo. Può essere residenziale, quindi svolto in una comunità terapeutica accreditata o in una struttura pubblica specializzata del Ssn, oppure, nei casi consentiti, semiresidenziale, con detenzione domiciliare in un altro luogo considerato idoneo.

L’accesso non è automatico. Il detenuto deve chiederlo, la dipendenza deve essere effettiva e attuale, deve essere presentato un programma terapeutico giudicato idoneo e deve essere indicata la correlazione tra la dipendenza e il reato commesso. Il tribunale di sorveglianza deve inoltre ritenere che quel percorso possa concretamente favorire il recupero e ridurre il rischio di nuovi reati.

Quindi i «10mila fuori dalle carceri» non esistono in nessun automatismo della legge. Esistono come previsione politica del ministro. E tra una previsione e un posto realmente disponibile c’è di mezzo la realtà.

Le comunità non si costruiscono con una conferenza stampa

La documentazione parlamentare contiene un dato particolarmente istruttivo. Il sistema italiano delle comunità terapeutiche dispone complessivamente di 13.276 posti letto. Complessivamente significa esattamente quello che sembra: non sono 13.276 letti vuoti in attesa dei detenuti di Nordio.

Foto di Ute Friesen da Pixabay

La stessa analisi di impatto della legge stimava una platea potenziale di 14.583 persone già detenute, a cui potrebbero aggiungersene 8.173 provenienti dalla libertà attraverso il nuovo meccanismo processuale introdotto dalla riforma. La Relazione annuale al Parlamento sulle tossicodipendenze indicava inoltre 19.755 detenuti tossicodipendenti alla fine del 2024, circa il 32 per cento della popolazione carceraria. I numeri, insomma, non sono piccoli. La capacità aggiuntiva sì.

Una comunità terapeutica non è una branda da infilare in una stanza. Servono operatori, educatori, psicologi, personale sanitario, strutture adeguate, programmi individualizzati e risorse continuative. E soprattutto occorrono posti liberi. Annunciare diecimila percorsi senza finanziare diecimila percorsi significa fare una cosa molto più semplice: annunciare diecimila percorsi.

Per il 2026, al momento, si parte da 500. Se tutti e 500 i posti finanziati producessero effettivamente altrettante uscite dal carcere, il risultato equivarrebbe a meno dell’1 per cento dell’attuale popolazione detenuta. Un intervento utile per quelle persone, certamente. Una rivoluzione del sistema penitenziario, molto meno.

Intanto le celle continuano a riempirsi

Al 30 giugno 2026 nelle carceri italiane erano presenti 64.773 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 51.180 posti. E il dato della capienza regolamentare è già generoso, perché comprende posti che nella realtà possono risultare temporaneamente indisponibili.

Antigone calcolava ad aprile 46.318 posti effettivamente utilizzabili e un tasso reale di affollamento del 139,1 per cento. Settantatré istituti superavano il 150 per cento e otto addirittura il 200 per cento. L’associazione segnalava inoltre un particolare non secondario: dall’avvio del piano governativo per aumentare la capacità delle carceri, i posti realmente disponibili erano diminuiti di 537 unità.

È questo il contesto nel quale Nordio pronuncia la parola «epocale». Il governo continua a promettere anche nuovi istituti e nuovi moduli per circa diecimila detenuti. Ma costruire carceri richiede anni, mentre il sovraffollamento esiste oggi. E se contemporaneamente si aumentano i reati, si irrigidiscono le pene e si restringono altre possibilità di uscita dal circuito penitenziario, aggiungere posti rischia semplicemente di trasformarsi in una rincorsa permanente tra nuove celle e nuovi detenuti.

La legge sulle dipendenze potrebbe invece avere un senso molto più serio, se fosse trattata per ciò che dovrebbe essere: una politica sanitaria e di reinserimento, finanziata come tale. Non un trucco contabile per abbassare il numero dei detenuti e tantomeno il prodigio numerico raccontato dal ministro.

Perché il punto più paradossale è proprio questo. L’idea di fondo è ragionevole. Una dipendenza patologica si cura, e il carcere è spesso il posto peggiore per farlo. Ma se si vuole trasferire una parte significativa dei quasi ventimila detenuti tossicodipendenti verso percorsi terapeutici bisogna mettere sul tavolo strutture, personale e denaro. Non aggettivi.

Nordio parla di almeno diecimila persone. Il suo ministero finanzia il primo anno per cinquecento e rimanda le altre agli anni successivi, risorse permettendo. Il provvedimento potrà quindi cambiare la vita di alcune centinaia di detenuti, e sarebbe già un risultato importante. Quello che difficilmente farà, nelle condizioni attuali, è ciò per cui viene politicamente venduto: svuotare in misura significativa le carceri italiane. Tra una riforma «epocale» e una riforma efficace c’è una differenza piuttosto prosaica. Si chiama copertura finanziaria.