Cannabis light: il Consiglio di Stato boccia il governo

Il governo alza la voce, lancia allarmi, ripete la formula rassicurante della “tutela della salute”. Poi arriva Palazzo Spada e rimette i fatti al centro. Il Consiglio di Stato, in sede cautelare, ha sospeso l’efficacia della decisione del TAR Lazio che aveva di fatto spianato la strada al decreto ministeriale sul cannabidiolo ad uso orale.

Non è una sentenza definitiva, ma il messaggio è chiaro: non si può trasformare un’incertezza tecnico-giuridica in una pena anticipata che colpisce lavoro, investimenti e continuità aziendale. La partita vera è rinviata al merito, fissato per il 7 maggio 2026, ma nel frattempo il danno non può essere reso irreversibile per decreto.

Qui non si tratta di “vittoria della cannabis” né di “resa dello Stato”, come abbiamo spiegato ieri su Diogene. Si tratta di un principio elementare che negli ultimi mesi è stato piegato fino a diventare propaganda: la precauzione non può diventare una clava, un passe-partout per evitare di distinguere.

E distinguere è esattamente ciò che serve quando si parla di canapa industriale, CBD, THC, preparazioni orali, prodotti da inalazione, e soprattutto quando sul mercato circolano sostanze che con la filiera legale non hanno nulla a che vedere e che vengono vendute sfruttando lo stesso lessico e la stessa confusione.

Il punto politico, infatti, è questo: il rischio reale non è il dibattito pubblico, ma l’opacità. Se esistono prodotti adulterati o etichettati in modo ingannevole, la risposta non può essere l’azzardo di criminalizzare tutto ciò che assomiglia, da lontano, alla parola “cannabis”. La risposta dovrebbe essere esattamente l’opposto: tracciabilità, controlli seri, standard chiari, responsabilità lungo la filiera, capacità di distinguere il legale dall’illegale, il verificabile dall’ambiguo, il farmaco dal surrogato.

“follow the yellow bud road” by eggrole is licensed under CC BY 2.0.

Quando uno Stato smette di distinguere, non “protegge”: arretra. E quando arretra, si crea spazio. Spazio per l’improvvisazione commerciale, per i canali opachi, per chi lucra proprio sulle zone grigie che la politica finge di combattere.

C’è poi un elemento che troppo spesso viene trattato come un dettaglio “collaterale”, mentre è il cuore della questione: la punizione economica. Una misura che cambia regole e perimetri dall’oggi al domani non colpisce un’idea astratta. Colpisce persone, salari, affitti, mutui, fornitori, piccoli imprenditori e lavoratori che non hanno uffici legali interni né margini per assorbire mesi di incertezza.

In un Paese dove la precarietà è già sistema, la precarietà normativa è una forma ulteriore di violenza amministrativa: prima si crea il rumore, poi arriva il sequestro, poi la reputazione si brucia, poi si discute se c’era ragione o torto. Il diritto, in questo schema, arriva dopo; il danno, invece, arriva subito.

La cautelare del Consiglio di Stato serve anche a ricordare che un settore non può essere governato a colpi di percezioni. Se l’obiettivo dichiarato è la tutela della salute pubblica, allora l’onere della prova e della proporzione deve stare in cima, non ai margini. La politica può scegliere la complessità, e quindi una regolazione che produce chiarezza e sicurezza, oppure può continuare con la scorciatoia della narrazione emergenziale, che produce confusione e, paradossalmente, più rischio.

Oggi Palazzo Spada non ha scritto la parola “fine”, ma ha segnato una linea: la propaganda non può sostituire la distinzione, e la distinzione non è un favore alle aziende. È il minimo sindacale di uno Stato che voglia davvero governare, invece di agitare.

“Lighting Joint” by halseike is licensed under CC BY 2.0.