Benin, i bambini soffrono la fame dove si produce cibo

In Benin, un bambino su tre sotto i cinque anni soffre di ritardo della crescita dovuto alla malnutrizione cronica. Eppure il Paese è largamente agricolo: milioni di famiglie coltivano la terra e allevano animali. Il problema non è soltanto produrre abbastanza cibo, ma potersi permettere di mangiarlo. Per molti piccoli agricoltori, galline e uova non sono alimenti da mettere in tavola: rappresentano una riserva di denaro da utilizzare quando occorre acquistare sementi, pagare una visita medica o affrontare un’emergenza.

È una delle contraddizioni più profonde della povertà rurale. Una famiglia può possedere animali e coltivare prodotti alimentari, ma essere costretta a venderli per sopravvivere. Ai bambini restano soprattutto mais, manioca e altri alimenti ricchi di amido, che saziano senza garantire tutti i nutrienti necessari alla crescita.

Il ritardo della crescita non coincide necessariamente con la fame visibile. Un bambino può mangiare ogni giorno, non apparire particolarmente magro e tuttavia essere malnutrito. Le carenze ripetute di proteine e micronutrienti, insieme alle infezioni e alle cattive condizioni igieniche, possono compromettere lo sviluppo fisico e neurologico. I primi mille giorni di vita, dal concepimento ai due anni, sono decisivi: i danni provocati da una malnutrizione prolungata possono accompagnare una persona fino all’età adulta.

Nel Benin settentrionale, dove il fenomeno è particolarmente diffuso, le difficoltà economiche si sommano alla siccità e all’instabilità dei raccolti. Le famiglie devono distribuire risorse limitate tra alimentazione, cure mediche e investimenti agricoli. Quando il denaro manca, la varietà della dieta diventa un lusso.

Le organizzazioni impegnate nella lotta alla malnutrizione segnalano anche credenze alimentari dannose. In alcune comunità si scoraggia il consumo di uova da parte dei bambini o di determinati alimenti durante la gravidanza. Informare le famiglie è necessario, ma sarebbe sbagliato trasformare queste abitudini nella spiegazione principale del problema. Sapere che un bambino ha bisogno di mangiare meglio non significa possedere il denaro per nutrirlo.

Il Benin registra da anni una crescita economica sostenuta, che non si traduce automaticamente in migliori condizioni di vita per la popolazione rurale. È la distinzione fondamentale tra aumento della ricchezza nazionale e riduzione della povertà. Se i redditi dei piccoli agricoltori restano insufficienti, il fatto che l’economia cresca non cambia ciò che possono mettere nel piatto dei figli.

Il governo ha avviato un programma nutrizionale dedicato ai primi mille giorni di vita, con integratori per donne incinte, madri e bambini. È un intervento importante, ma non può sostituire una disponibilità regolare di alimenti nutrienti, acqua sicura e servizi sanitari accessibili.

La malnutrizione infantile ha anche un costo collettivo. I bambini che crescono con gravi carenze alimentari rischiano maggiori difficoltà scolastiche e problemi di salute, che possono limitarne le opportunità future. La povertà di oggi contribuisce così a riprodurre quella di domani.

Il caso del Benin racconta una realtà spesso trascurata: non basta produrre cibo per sconfiggere la fame, se chi lo produce non può permettersi di consumarlo. Finché un uovo dovrà essere venduto per pagare una necessità immediata, anziché servire a nutrire un bambino, la malnutrizione non sarà soprattutto un problema di educazione alimentare. Sarà il risultato di una povertà che costringe le famiglie a sacrificare il futuro per arrivare alla fine della giornata.

“Réflexion avec les acteurs locaux” by Geres – Acting for climate solidarity is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.