Ancora un suicidio in carcere. E’ il 75esimo dall’inizio dell’anno

Un altro tragico suicidio in carcere ha scosso l’Italia, segnando il 75esimo dall’inizio dell’anno. Questa volta, si tratta di un uomo di circa 40 anni di origini magrebine, che si è tolto la vita nella Casa di reclusione di Vigevano, dove stava scontando gli ultimi mesi della sua pena.

La situazione in questo istituto penitenziario, come in molte altre carceri italiane, è critica: nonostante nuovi programmi di lavoro per i detenuti, il sovraffollamento rimane un problema grave.

Con 218 posti disponibili, la prigione ospita ben 142 persone in più rispetto alla sua capacità. A peggiorare le cose, vi è anche una grave carenza di personale, con 75 agenti di polizia penitenziaria in meno rispetto a quanto necessario.

Il problema del sovraffollamento carcerario in Italia è una questione di emergenza nazionale. Secondo il rapporto di Antigone, l’Italia ospita circa 15.000 detenuti in più rispetto alla capacità regolamentare delle sue strutture.

Questa situazione è accompagnata da una drammatica carenza di personale, con un deficit di oltre 18.000 agenti di polizia penitenziaria.

La situazione non si riflette solo sui detenuti, ma anche sugli stessi agenti di custodia, che operano in condizioni di estrema difficoltà. Nel 2023, il settore ha già registrato sette suicidi tra il personale penitenziario, segno di un malessere crescente.

Le statistiche sulle morti in carcere sono allarmanti: oltre ai suicidi, sono avvenuti una cinquantina di decessi di cui le cause sono ancora da accertare. Antigone segnala che, dall’inizio dell’anno, ci sono stati oltre 1.000 tentativi di suicidio, molti dei quali sono stati sventati grazie all’intervento tempestivo degli agenti.

Nonostante ciò, il sistema carcerario continua a mostrare segni di cedimento: il numero di evasioni è aumentato del 700% e le aggressioni ai poliziotti hanno raggiunto quota 1.950, con le carceri della Campania in testa a questo triste primato, seguite da quelle della Lombardia e del Lazio.

La crisi nelle carceri italiane non riguarda solo la sovrappopolazione e la carenza di personale, ma si estende anche alle condizioni di vita. In alcune prigioni, come San Vittore a Milano, il 54% dei detenuti soffre di problemi psichiatrici o psicologici, una situazione resa ancora più complessa dal sovraffollamento: su una capacità di 450 posti, ci sono oltre 1.100 detenuti.

Simili situazioni si riscontrano anche a Firenze Sollicciano, dove le condizioni sono descritte come “a un punto di non ritorno” dalla stessa direttrice dell’istituto, Antonella Tuoni.

A ciò si aggiungono le denunce provenienti da altre regioni, come la Calabria, dove il garante dei detenuti, Luca Muglia, ha segnalato condizioni disumane in diverse carceri. In alcune sezioni di Cosenza, Reggio Calabria e Vibo Valentia, l’installazione di schermature in plexiglas sulle finestre ha impedito una corretta aerazione durante l’estate, trasformando le celle in vere e proprie fornaci, con gravi conseguenze igienico-sanitarie.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha già riconosciuto in passato la violazione dell’articolo 3 della Convenzione sui diritti umani, definendo questi trattamenti “disumani e degradanti”.

L’emergenza carceraria italiana non mostra segni di miglioramento, e le continue denunce da parte di organizzazioni come Antigone e i garanti dei diritti sollevano un grido d’allarme. Riforme strutturali e un impegno più forte da parte delle istituzioni sembrano essere l’unica strada percorribile per affrontare una crisi che, di anno in anno, continua a mietere vittime.