All’indomani di una delle prime esternazioni politiche di Pier Silvio Berlusconi, abbiamo voluto fare il punto sulle dinastie italiane più importanti per l’imprenditoria e la politica.
Quando l’Italia uscì dal bianco e nero del dopoguerra e trovò il suo primo, accecante technicolor, due famiglie si candidarono a recitare la parte dei demiurghi: gli Agnelli, signori delle catene di montaggio, e i Berlusconi, sacerdoti dell’intrattenimento di massa. In due momenti diversi, gli Agnelli già complici del fascismo, da cui uscirono senza scossoni, con continuità industriale, i Berlusconi che si affacciano sulla scena con forza negli anni ’70.
Per decenni giornali compiacenti e cavalieri serventi nelle fila dello Stato ne hanno celebrato l’ingegno, la capacità di fare impresa, persino lo stile. Ma se si abbassa lo sguardo dal palcoscenico delle grandi manovre finanziarie alle file in platea, là dove siedono gli stipendi instabili e le pensioni da seicento euro, il loro lascito mostra contorni più amari.
Gianni Agnelli ricevette la Fiat come un’eredità già forgiata dal regime fascista: fabbriche militarizzate, commesse pubbliche e un posto in prima fila nel corporativismo di Stato. In quel decennio la 508 Balilla marciava accanto ai carri armati e la dinastia imparava che, in Italia, il potere industriale nasce sempre con un timbro politico addosso.
Quando il giovane Gianni, nominato vice-presidente già nel 1943, salì davvero al timone nel 1966 dopo il lungo regno di Vittorio Valletta, quello che schedava sindacalisti e comunisti, trovò una macchina produttiva che sapeva fabbricare autoblindo prima ancora di utilitarie; toccò a lui raddrizzarne la reputazione, conquistarne i mercati esteri e trasformarla in un colosso paternalista, capace di distribuire pane, mutui e un’identità operaia a migliaia di famiglie di Mirafiori.
All’ombra delle linee di montaggio, il Paese povero si scopriva cresciuto: un contratto metalmeccanico bastava per mettere in tavola bistecche che il nonno dell’operaio aveva visto in passato solo a Natale.
Silvio Berlusconi, al contrario, entrò in scena a metà degli anni Settanta, quando l’Italia era già satura di cicatrici industriali e in cerca di un nuovo spettacolo. Mentre le ciminiere di Torino sputavano ancora fumo, lui costruiva Milano 2 e accendeva i primi ripetitori che avrebbero perforato il monopolio Rai.
Lì, tra telenovelas sudamericane e caramelle gommose in spot martellanti, si compiva la metamorfosi più sottovalutata del dopoguerra: quella dall’operaio che produce all’inquilino che consuma, dall’assemblea di reparto al salotto con il televoto. Per il ceto popolare cambiava il campo da gioco: non più la catena di montaggio, ma lo scaffale del supermercato e i sogni a rate.
Oggi le due eredità sembrano viaggiare su rotaie destinate a non incontrarsi mai e invece, viste da vicino, convergono verso lo stesso nodo: la massimizzazione di valore in spazi sempre più lontani dalla loro base sociale originaria. John Elkann ha preso il volante di Exor e lo ha puntato verso un capitalismo da borsino mondiale. Ha venduto un altro quattro per cento di Ferrari per raccogliere tre miliardi, promettendo un’acquisizione “monumentale” che nulla ha a che vedere con la vecchia officina torinese.
Stellantis, intanto, annuncia esuberi volontari a cadenza trimestrale: duecentocinquanta a Cassino, quattrocento ad Atessa, altri cento a Mirafiori. Il terreno che fu concime di ascensore sociale si svuota giorno dopo giorno, mentre la società madre incassa dividendi e assegni di buy-back pagati in parte con i risparmi fiscali del domicilio olandese. Il futuro, per Elkann, parla la lingua di gigafactory americane, sanità privata, intelligenza artificiale applicata al lusso: tutti settori dove la manodopera italiana conta poco o niente.
Dall’altra parte del ring la famiglia Berlusconi maneggia un’altra mutazione, non meno radicale. Pier Silvio sogna un polo televisivo paneuropeo e studia un’Opa su ProSiebenSat.1 forte di un trenta per cento già in portafoglio. Vuole mettere insieme Italia, Spagna, Germania e forse Francia in un’unica piattaforma finanziata dalla pubblicità, abbastanza grande da negoziare da pari a pari con Google e Netflix.
E’ la scommessa più ambiziosa che Fininvest abbia mai tentato: se funziona, l’impero vivrà di algoritmi di profilazione e spot personalizzati; se fallisce, resterà appeso a un modello, la tv generalista, che insegue un pubblico sempre più anziano e povero. Nel frattempo Mondadori sta spingendo sugli e-book scolastici, Mediolanum affila i suoi robo-advisor e il Monza prova a restare in Serie A con un organico low-cost: tutti segni di un gruppo che protegge il dividendo con estrema prudenza, ma non ha ancora trovato l’idea capace di riprodurre la crescita esplosiva degli anni Ottanta.
Che cosa significa tutto questo per l’Italia della povera gente? Significa che le ultime briciole del patto fordista – un lavoro stabile in cambio di fedeltà – si stanno dissolvendo proprio mentre la televisione che intratteneva promette un futuro fatto di abbonamenti, micro-pagamenti e pubblicità chirurgica.
Il vecchio operaio Fiat, oggi settantenne, vive con una pensione falcidiata dal costo della vita; il nipote, laureato in comunicazione, accetta contratti trimestrali di social-media manager perché «è flessibilità».
Nel mezzo, lo Stato continua a garantire cassa integrazione ai siti Stellantis e ad agevolare fusioni transfrontaliere, mentre il legislatore sgancia nuovi bonus per l’editoria digitale che finisce nelle casse di Fininvest. Il cerchio si chiude: i profitti si internazionalizzano, i costi restano nazionali.
Ecco perché la storia di queste due dinastie non si esaurisce nel folclore dell’Omega sopra il polsino o delle barzellette di Arcore. Agnelli ed Elkann insegnano che il capitale industriale può scappare via lasciando dietro di sé capannoni svuotati e silenzio; Berlusconi e i suoi eredi dimostrano che l’immaginario di massa può trasformarsi in un rubinetto di rendite, purché il pubblico resti agganciato a un sogno che non possiede. Entrambi, in modi diversi, hanno spinto l’ascensore sociale verso l’attico, ma hanno tagliato i fili che riportavano la cabina al pianterreno.
Dove stanno andando i loro imperi? Exor prepara shopping globale, forse nella sanità o nei big data, e accarezza la prospettiva di diventare una mini-Berkshire europea, con sedi sparse e passaporto finanziario multiplo. Fininvest, invece, si gioca il tutto per tutto sul tavolo del broadcasting continentale: se riuscirà a federare le reti tedesche con quelle latine, potrà sedersi a trattare inserzioni e diritti sportivi su scala da skyline; altrimenti si ritroverà a difendere un perimetro domestico sempre più stretto.
In entrambi i casi, il cuore pulsante batte lontano dai quartieri popolari che un tempo avevano reso le due dinastie ciò che sono: un click di mouse ad Amsterdam, un algoritmo di raccomandazione a Madrid, una campagna di advertising a Monaco.
Chi vive con novecento euro al mese non troverà consolazione nel sapere che Ferrari vale più di una manovra finanziaria né che la finale del Grande Fratello viene trasmessa in quattro lingue. Per lui l’unica differenza tra ieri e domani è che il lavoro fisso non ritorna e l’intrattenimento, ora, arriva personalizzato al centesimo.
Agnelli gli ha tolto la catena di montaggio; Berlusconi gli vende la rosa dei sogni. E il technicolor di quel lontano miracolo economico, guardandolo bene, somiglia sempre più alla patina sbiadita di un vecchio filmino di famiglia, dove si sorride per dovere.



