martedì, Febbraio 3, 2026

Accordo OpenAI-Amazon: 38 miliardi per controllarci meglio

Trentotto miliardi di dollari per un accordo che cambierà tutto, tranne la logica di fondo: un potere immenso concentrato in sempre meno mani.
OpenAI e Amazon hanno firmato un patto settennale che vale come un trattato di potere, non solo tecnologico. Il colosso di Sam Altman userà i server di Amazon Web Services per far girare i suoi modelli di intelligenza artificiale. Centinaia di migliaia di chip Nvidia, una potenza di calcolo mai vista. Ma ogni chip è anche un metro cubo di energia, di dati, di vite e di lavoro.

Ufficialmente si tratta di “potenza di calcolo”. In realtà è un’infrastruttura di controllo. Chi gestisce i server gestisce le informazioni, e chi gestisce le informazioni gestisce il mondo. Non serve essere complottisti: basta leggere le clausole di utilizzo dei servizi cloud. Amazon e OpenAI assicurano che i dati degli utenti resteranno separati.

Ma chi può verificarlo davvero? I flussi di informazioni passano negli stessi data center, sulle stesse macchine, attraverso gli stessi algoritmi di bilanciamento. Bastano poche righe di codice per mescolare i dati tecnici e quelli comportamentali, e trasformare la potenza di calcolo in potere sociale.

Ogni messaggio, ogni ricerca, ogni riga di testo prodotta da ChatGPT è materia prima per l’addestramento di modelli più grandi.
E ogni accesso al cloud di Amazon produce un ecosistema di metadati: tempi, luoghi, frequenze, comportamenti. Nessuno dice che questi dati vengano “ceduti”, ma tutti sanno che vengono analizzati. L’industria del digitale vive di questa ambiguità: ciò che non è formalmente personale diventa comunque utile a prevedere, profilare, vendere.

Intanto, dall’altra parte del cavo, ci sono i lavoratori. Le migliaia di persone che mantengono in vita le piattaforme: tecnici dei data center, addetti alla sicurezza, moderatori dei contenuti. Gli algoritmi non si addestrano da soli. Dietro ogni risposta automatica c’è un lavoratore umano, spesso in appalto, sottopagato e invisibile.

È il nuovo proletariato digitale, quello che garantisce l’efficienza delle macchine con turni notturni e salari minimi. Se l’intelligenza artificiale è il futuro, il suo presente assomiglia molto al vecchio capitalismo industriale: concentrazione della ricchezza e frammentazione del lavoro.

C’è anche il costo ambientale. Quei server divorano energia come una città media. Le nuove infrastrutture AWS destinate a OpenAI richiederanno decine di centrali elettriche equivalenti. Ogni domanda a ChatGPT, ogni riga di codice generata, comporta emissioni, raffreddamento, consumo d’acqua. Ma non se ne parla. L’intelligenza artificiale viene raccontata come “immateriale”, mentre è fatta di acciaio, silicio e gas serra. Il pianeta paga, mentre i bilanci di Amazon e OpenAI si gonfiano.

“DSC_8083.jpg” by srslyguys is licensed under CC BY 2.0.

Non è un caso che dietro l’accordo si muovano anche Microsoft, Oracle, Google, tutti in corsa per fornire calcolo e catturare quote di potere. È una corsa all’oro, ma l’oro sono i nostri dati, la nostra attenzione, le nostre scelte. Ogni partnership di questo tipo allarga la distanza tra chi possiede la tecnologia e chi la subisce. Altman parla di “portare l’AI a tutti”. In realtà la sta centralizzando nelle mani di pochi gruppi globali che decidono cosa si può dire, cosa si può sapere, cosa si può fare.

Il sindacato internazionale dei lavoratori digitali, che segue da vicino i contratti dei moderatori di contenuti, ha già denunciato che l’automazione massiccia promessa da OpenAI significherà meno tutele, meno sicurezza, più precarietà. Non solo nei data center: anche nel giornalismo, nella traduzione, nella scuola, ovunque l’IA sostituisce competenze umane senza ridistribuire valore.

Il problema non è l’innovazione. Il problema è il suo uso privatistico. Un’intelligenza artificiale allenata su miliardi di frasi scritte da persone comuni, pagata con dati raccolti gratuitamente e alimentata da energia pubblica, finirà per produrre profitti concentrati in poche mani. È la stessa dinamica che ha già svuotato il web, trasformando la conoscenza in proprietà privata.

E mentre OpenAI annuncia nuovi record di potenza, non esiste un solo meccanismo di controllo democratico su cosa venga fatto con quella potenza. Nessun governo, nessuna agenzia indipendente, nessuna trasparenza. Le aziende assicurano rispetto della privacy e diritti umani, ma scrivono da sole le regole che dovrebbero limitarle.

Questo accordo da 38 miliardi è l’ennesima prova che la frontiera dell’intelligenza artificiale non è tecnologica: è politica. Chi decide come usare i dati? Chi paga l’energia che serve? Chi viene sostituito, chi resta invisibile, chi si arricchisce?

OpenAI e Amazon rispondono: “nessun rischio per gli utenti”. Noi rispondiamo: la storia del digitale dice il contrario. Ogni promessa di protezione è stata smentita dai fatti. Ogni innovazione ha portato con sé nuove forme di sfruttamento e sorveglianza.

L’intelligenza artificiale non è neutra. È il nuovo strumento dei padroni per moltiplicare profitti e controllo, con la benedizione di governi che ne inseguono le briciole. Trenta­otto miliardi non servono a migliorare la vita di nessuno, ma a consolidare il monopolio dell’informazione.
La vera domanda è un’altra: quanto tempo ci resta prima che la nostra vita diventi solo un dataset in mano a chi può permettersi di comprarla?

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