La Cina detta le regole, l’Europa paga le dipendenze

L’Europa vuole diventare indipendente dal gas russo, ridurre le emissioni, produrre energia pulita e riconquistare la propria autonomia industriale. Peccato che per realizzare buona parte di questi progetti debba rivolgersi alla Cina. Nel 2025, secondo Eurostat, il 98,6% dei pannelli solari importati dall’Unione europea proveniva proprio dalle fabbriche cinesi. Non è una dipendenza marginale. È il risultato di una trasformazione industriale che per decenni ha privilegiato la convenienza degli acquisti rispetto alla conservazione delle capacità produttive.

Adesso Pechino aggiunge un elemento al problema. Il 16 ottobre il Ministero del Commercio cinese ha proposto nuovi controlli sull’esportazione di 40 tecnologie strategiche, dall’intelligenza artificiale alla biomedicina, fino ai processi produttivi del fotovoltaico. Quattordici tecnologie potrebbero essere vietate all’esportazione, altre ventisei sottoposte ad autorizzazione. Il provvedimento è ancora in consultazione, ma la direzione è evidente: la Cina non intende limitarsi a vendere prodotti finiti. Vuole conservare il controllo delle conoscenze industriali che consentono di fabbricarli.

La differenza non è secondaria. Acquistare un pannello solare significa dipendere da un fornitore. Non possedere le tecnologie necessarie a produrlo significa dipendere anche dalla sua disponibilità a trasferire conoscenze, processi e competenze. La Cina sta cercando di passare dalla posizione di fabbrica del mondo a quella di Paese capace di stabilire le condizioni alle quali il mondo può produrre. E l’Europa, che ha trascorso anni a celebrare i vantaggi della globalizzazione, scopre quanto possa diventare costoso ricostruire ciò che aveva trovato conveniente acquistare altrove.

Per decenni il sistema economico occidentale ha favorito la delocalizzazione delle produzioni, spostando investimenti verso Paesi con costi inferiori. La Cina non si è limitata a fornire manodopera e stabilimenti. Ha utilizzato investimenti pubblici, pianificazione industriale, formazione e trasferimenti tecnologici per costruire filiere produttive sempre più complete. Alla capacità di fabbricare ha progressivamente affiancato quella di progettare, innovare e sviluppare tecnologie proprie. Il risultato è che oggi molte imprese europee non devono confrontarsi soltanto con prezzi cinesi più competitivi, ma con un sistema industriale difficilmente replicabile in tempi brevi.

Gli Stati Uniti hanno già trasformato la supremazia tecnologica in uno strumento di pressione economica, limitando l’accesso cinese ai semiconduttori avanzati e alle apparecchiature necessarie per produrli. Pechino risponde utilizzando i vantaggi accumulati nelle proprie filiere industriali. Non è una novità assoluta nella storia del commercio internazionale: chi controlla una risorsa strategica tende prima o poi a ricordare agli altri quanto sia importante. Cambiano i protagonisti e improvvisamente cambiano anche le opinioni sulla libertà degli scambi.

Per l’Europa il problema è più complicato. Non possiede la stessa capacità americana di controllare alcune tecnologie fondamentali, né la concentrazione produttiva raggiunta dalla Cina in settori come il fotovoltaico. Dispone di importanti competenze industriali, scientifiche e tecnologiche, ma deve fare i conti con costi energetici elevati, investimenti frammentati e una politica industriale comune ancora insufficiente rispetto alle dimensioni della competizione globale.

La dipendenza cinese non riguarda soltanto i pannelli solari. Secondo Eurostat, nel 2025 dalla Cina proveniva anche il 59,6% del valore delle turbine eoliche importate nell’Unione. In altri settori strategici, dalle batterie alle materie prime critiche, la concentrazione delle forniture pone problemi analoghi. Questo non significa che l’industria europea sia scomparsa: nelle turbine eoliche, per esempio, l’Unione continua a esportare molto più di quanto importi. Significa però che la distribuzione delle capacità produttive è profondamente diseguale e che alcune dipendenze possono trasformarsi in strumenti di pressione politica.

La Commissione europea ha riconosciuto il problema. Con il Net-Zero Industry Act punta a sviluppare entro il 2030 una capacità produttiva europea nelle tecnologie strategiche per la transizione energetica vicina al 40% del fabbisogno annuale. Il Clean Industrial Deal prevede inoltre strumenti per sostenere investimenti, ridurre i costi energetici e rafforzare la competitività. Gli obiettivi esistono, dunque. Resta da capire se saranno accompagnati da finanziamenti, coordinamento e tempi adeguati. Le dichiarazioni sull’autonomia strategica, da sole, hanno una capacità produttiva piuttosto modesta.

La questione coinvolge direttamente anche l’Italia. Un Paese che conserva importanti competenze nella meccanica, nell’automazione e nella manifattura specializzata, ma che rischia di vedere intere filiere dipendere dalle scelte industriali di altri. Non basta installare tecnologie per partecipare alla trasformazione economica che quelle tecnologie producono. Occorre contribuire a svilupparle, fabbricarle e migliorarle. Altrimenti la transizione energetica può ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili senza eliminare quella dalle tecnologie necessarie a sostituirli.

Naturalmente la strategia cinese presenta contraddizioni. Limitare il trasferimento delle conoscenze può proteggere un vantaggio industriale, ma può anche spingere clienti e concorrenti a cercare alternative. Quanto più una fornitura viene percepita come politicamente condizionata, tanto più diventa conveniente investire per sostituirla. Inoltre Pechino deve affrontare difficoltà interne significative, dalla crisi immobiliare alla debolezza dei consumi. La potenza delle sue fabbriche non garantisce automaticamente il benessere delle famiglie cinesi.

Sarebbe quindi sbagliato immaginare una Cina onnipotente e un’Europa destinata inevitabilmente alla subordinazione. La questione è comprendere quali scelte abbiano prodotto gli attuali rapporti di forza e quali investimenti siano necessari per modificarli. L’autonomia industriale non si costruisce semplicemente aumentando i dazi o sostituendo un fornitore straniero con un altro. Richiede ricerca, formazione, infrastrutture, capitali pazienti e la capacità politica di sostenere settori strategici anche quando il rendimento immediato non appare particolarmente conveniente.

Il paradosso europeo è che per anni la competitività è stata identificata soprattutto con la riduzione dei costi. Ora l’Unione scopre che aver risparmiato sulla produzione può comportare costi ben maggiori quando quella produzione diventa indispensabile. La Cina, nel frattempo, ha compreso che il potere economico non appartiene soltanto a chi possiede capitali o controlla i mercati finanziari, ma anche a chi dispone delle capacità materiali necessarie a far funzionare l’industria.

La nuova politica cinese sulle esportazioni tecnologiche non segna la fine del commercio internazionale, ma rende più evidente il rapporto tra economia e potere. L’Europa può continuare a considerare la propria autonomia industriale un obiettivo da inserire nei documenti strategici oppure decidere di costruirla davvero. Nel primo caso continuerà a discutere di sovranità mentre acquista altrove una parte essenziale degli strumenti necessari per esercitarla. Nel secondo dovrà tornare a investire nella produzione, accettando che non tutto ciò che costa meno nell’immediato convenga anche nel futuro.

La Cina non ha inventato l’uso geopolitico della tecnologia. Ha semplicemente raggiunto una posizione dalla quale può cominciare a praticarlo su larga scala. E l’Europa, dopo aver imparato a comprare, deve decidere se vuole tornare anche a produrre.