Finanziaria 2027: il futuro dell’Italia non è in bilancio

L’Italia si prepara alle elezioni politiche del 2027 con un’economia che cresce poco, salari che faticano a recuperare potere d’acquisto e servizi pubblici sempre più sotto pressione. E 5,4 milioni di persone in povertà, milioni di famiglie costrette a tagliare cibo e medicinali.

La finanziaria del Governo Meloni dovrebbe affrontare almeno una parte di questi problemi. Preferisce invece amministrarli, possibilmente spendendo meno. Il risultato è una manovra che distribuisce agevolazioni, introduce qualche bonus e rinvia le questioni fondamentali. Una politica economica nella quale il futuro compare soprattutto come voce da cui ricavare risparmi.

Le previsioni non autorizzano grandi entusiasmi. Per il 2027 il Governo stima una crescita del PIL dello 0,6%, sostanzialmente in linea con quelle dell’OCSE e di Confindustria. Non siamo davanti a un crollo economico, ma a una stagnazione che rischia di diventare la condizione permanente del Paese. Quando un’economia cresce così poco, ogni scelta sulla distribuzione delle risorse diventa ancora più importante. Soprattutto se riguarda ciò che dovrebbe permettere all’Italia di funzionare meglio negli anni successivi.

Basta mettere insieme i quattro interventi della manovra che vi proponiamo oggi per comprendere il problema. Sulla casa, il Governo riduce la tassazione degli affitti concordati senza subordinare il vantaggio fiscale a una diminuzione dei canoni. I proprietari ottengono uno sgravio, gli inquilini una speranza. Manca invece un piano adeguato per aumentare l’edilizia residenziale pubblica e contrastare strutturalmente il caro affitti. Eppure, senza abitazioni accessibili, diventa più difficile studiare lontano da casa, trasferirsi per lavorare, costruire una famiglia o semplicemente vivere senza destinare una quota insostenibile del reddito all’affitto.

Sulla sanità il Fondo nazionale raggiunge 146,3 miliardi nel 2027, ma continua a diminuire in rapporto al PIL. I nuovi finanziamenti non soddisfano le richieste avanzate dalle Regioni e dallo stesso ministro della Salute. Mancano risorse sufficienti per il personale e per garantire il funzionamento delle strutture territoriali realizzate con il PNRR. Nel frattempo arrivano 1,6 miliardi per una carta sanitaria destinata agli anziani. Una soluzione originale: invece di rendere più accessibile il servizio pubblico, si distribuiscono strumenti per acquistare prestazioni che il sistema non garantisce. Il rischio è che la rinuncia alle cure diventi sempre meno un’emergenza e sempre più una componente ordinaria della vita nazionale.

Sulle pensioni torna la riduzione della rivalutazione degli assegni superiori a quattro volte il minimo INPS. La relazione tecnica quantifica risparmi per 14,2 miliardi lordi nell’arco di dieci anni. Non sono soldi che scompaiono: sono aumenti che i pensionati non riceveranno. E poiché la rivalutazione successiva si calcola sull’importo raggiunto, le conseguenze possono protrarsi nel tempo. La difesa del potere d’acquisto viene così subordinata alle esigenze dei conti pubblici.

Infine la scuola. La manovra prevede quasi 7mila posti in meno tra docenti e personale ATA dall’anno scolastico 2027-2028, con un risparmio di circa 252 milioni annui a regime. Il calo demografico avrebbe potuto diventare l’occasione per ridurre il numero degli studenti per classe e migliorare l’offerta educativa. Si è preferito ridurre gli organici. Meno bambini, meno insegnanti. Una contabilità impeccabile, se si considera la scuola esclusivamente un costo.

Queste quattro scelte raccontano qualcosa che va oltre i singoli provvedimenti. Casa, sanità, istruzione e previdenza non sono soltanto capitoli di spesa: sono le condizioni attraverso le quali una società distribuisce opportunità, protegge le persone e costruisce il proprio futuro. Indebolirle, o rinunciare a rafforzarle quando sarebbe necessario, può produrre conseguenze economiche molto superiori ai risparmi immediati. Una popolazione meno istruita, meno tutelata nella salute e più insicura economicamente difficilmente diventerà il motore di una nuova stagione di crescita.

Le ragioni dell’opposizione sociale alla finanziaria nascono da qui. Sindacati, organizzazioni professionali e associazioni denunciano l’insufficienza degli investimenti pubblici, chiedono salari e pensioni dignitosi, politiche abitative e servizi capaci di ridurre le disuguaglianze. Non tutte queste richieste coincidono e non tutte le organizzazioni propongono le stesse soluzioni. Ma la questione comune è evidente: non si può continuare a chiedere alle famiglie di compensare individualmente ciò che il sistema pubblico non riesce più a garantire.

Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto il Governo. Nel 2027 si voterà e il campo largo di Elly Schlein e Giuseppe Conte si propone come alternativa. Le opposizioni hanno presentato una piattaforma comune di 21 punti: salario minimo, aumento degli investimenti sanitari, riforma delle pensioni, diritto alla casa, rafforzamento dell’istruzione, politica industriale e maggiore progressività fiscale. Non è vero, dunque, che manchino le proposte. Manca ancora la dimostrazione che possano diventare un programma di governo coerente, finanziariamente sostenibile e condiviso.

Perché chiedere più risorse per tutti è relativamente semplice. Stabilire dove trovarle, quali priorità scegliere e quali interessi mettere in discussione è già una faccenda più impegnativa. Schlein e Conte dovranno spiegare come intendono finanziare stabilmente sanità e scuola, affrontare la questione salariale, rilanciare gli investimenti produttivi e intervenire su un sistema fiscale che distribuisce in modo diseguale il carico tributario. Soprattutto dovranno chiarire quali riforme siano disposti a realizzare insieme, oltre alla comprensibile aspirazione di mandare Meloni all’opposizione.

La tassazione resta il grande tema sul quale nessuno sembra avere il coraggio di mettere mano in maniera strutturale. Si continua a discutere di dove tagliare la spesa pubblica, molto meno di come distribuire equamente il carico fiscale, superare i privilegi e intervenire sulle grandi ricchezze. Per non parlare della redistribuzione del reddito, praticamente scomparsa dal dibattito politico, mentre aumentano le disuguaglianze e il lavoro fatica a garantire condizioni di vita dignitose. Eppure, senza affrontare questi nodi, ogni promessa di rilancio dei servizi pubblici rischia di restare un esercizio di buone intenzioni. Perché i soldi non basta promettere di spenderli meglio: bisogna anche decidere da chi prenderli.

Sarebbe però troppo comodo attribuire all’attuale Governo tutti i problemi dell’Italia. La stagnazione economica, la precarietà del lavoro, le disuguaglianze territoriali e il progressivo indebolimento di alcuni servizi pubblici attraversano legislature di diverso colore. La responsabilità di Meloni non consiste nell’averli inventati, ma nelle risposte che ha scelto di dare. Quella dell’opposizione sarà dimostrare di saper fare qualcosa di diverso, non semplicemente amministrare gli stessi problemi con un linguaggio più rassicurante.

Il rischio più serio della finanziaria 2027 è proprio questo: considerare sostenibili i conti pubblici senza interrogarsi abbastanza sulla sostenibilità sociale del Paese. I risparmi si possono quantificare immediatamente. Il prezzo di una scuola impoverita, di cure rinviate, di giovani senza autonomia abitativa e di redditi pensionistici progressivamente erosi arriverà dopo, quando sarà molto più difficile rimediare.

Alle prossime elezioni l’Italia ha bisogno di qualcosa di più di un cambio di maggioranza. Ha bisogno di decidere se investire sulle condizioni che permettono a una società di crescere oppure continuare a risparmiare proprio su quelle. Perché i Governi passano, le finanziarie si susseguono e i bilanci si chiudono ogni dicembre. I conti con il futuro, purtroppo, restano aperti.