I migranti aspettano mesi per chiedere asilo, dormono per strada e dipendono dai volontari per mangiare. La Questura limita anche quell’assistenza, mentre Dipiazza, Fedriga e Roberti difendono il provvedimento. Non è soltanto una questione di decoro: è un sistema che produce abbandono e poi pretende di nasconderne le conseguenze.
A Trieste la fame è diventata una questione di orari. Dalle diciotto alle venti, dal lunedì al venerdì. Il sabato e la domenica, niente distribuzione organizzata di pasti e coperte in piazza della Libertà. Lo ha stabilito la Questura, con prescrizioni che tra le proprie finalità comprendono anche la tutela delle attività economiche, della socialità, dell’intrattenimento e dello svago. Il linguaggio è quello impeccabile dell’amministrazione pubblica, capace di far convivere nella stessa disposizione la sicurezza dei cittadini e la tranquillità del loro tempo libero, mentre qualcuno aspetta una coperta per trascorrere la notte.
Sarebbe comodo liquidare la vicenda come l’ennesimo episodio di intolleranza nei confronti dei migranti. Ma qui accade qualcosa di più grave, perché l’abbandono non è soltanto una condizione che le autorità non riescono a eliminare. È anche il risultato di procedure amministrative che lasciano persone in attesa per mesi, senza un posto dove dormire. Quando la solidarietà interviene a colmare quel vuoto, diventa a sua volta un problema da regolamentare. La miseria prodotta o aggravata dal malfunzionamento delle istituzioni viene trattata come un’invasione dello spazio pubblico.
Prima li lasciano fuori, poi vogliono liberare la piazza
Il 23 ottobre RaiNews, che non si può certo definire una testata d’opposizione, ha documentato che a Trieste alcune persone intenzionate a chiedere protezione internazionale ricevono appuntamenti in Questura persino per febbraio. Nel frattempo rimangono per strada, con un foglio che attesta la convocazione ma senza accesso effettivo a un’accoglienza adeguata. La Diaconia valdese denuncia le conseguenze di questi ritardi, mentre la Prefettura sostiene che il sistema, composto da circa 1.300 posti, non presenti particolari criticità per chi ha diritto a esservi inserito.
Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di solidarietà, descrive una situazione ancora più assurda: circa 150 persone senza riparo, nonostante la disponibilità dichiarata di una settantina di posti in alcune strutture. Le cifre provengono dalle associazioni, ma la contraddizione è verificabile nella sua sostanza: ci sono persone che hanno manifestato la volontà di chiedere asilo e che continuano a dormire all’aperto.
Questo dovrebbe essere il centro dello scandalo. Non la presenza dei volontari davanti alla stazione, ma l’esistenza di esseri umani costretti a dipendere dalla carità per esigenze che dovrebbero trovare risposta nelle istituzioni. Invece il dibattito politico si concentra sull’occupazione della piazza, sulle manifestazioni non autorizzate, sul fastidio dei residenti e sulla necessità di ripristinare l’ordine.
È un capovolgimento indecente delle responsabilità. Prima non si riesce a garantire un’accoglienza tempestiva, poi si considera problematico che qualcuno provveda almeno a distribuire una minestra.
Dipiazza e la colpa di avere una coscienza politica
Roberto Dipiazza, sindaco di Trieste, ha definito le restrizioni «corrette ed opportune», aggiungendo che rispondono a quanto l’amministrazione comunale aveva sempre chiesto. Ha accusato alcuni volontari di nascondere iniziative politiche dietro la solidarietà.
L’accusa merita una risposta senza diplomazie: la solidarietà è anche un fatto politico, e non c’è nulla di cui vergognarsi. È politica la scelta di soccorrere chi viene lasciato ai margini, come è politica quella di impedirgli un accesso dignitoso ai servizi. È politica la distribuzione delle risorse pubbliche, sono politiche le norme sull’asilo, sono politiche le decisioni che stabiliscono quali persone possano fermarsi in un luogo e quali debbano sparire.
Lorena Fornasir e gli altri volontari di Linea d’Ombra non hanno bisogno di fingere neutralità. Da sette anni medicano ferite, distribuiscono pasti e raccontano le violenze della rotta balcanica. La loro attività denuncia una realtà che esiste indipendentemente dalle loro opinioni.
Il ragionamento del sindaco, invece, prova a trasformare l’impegno civile in un motivo di sospetto. Come se denunciare l’ingiustizia rendesse meno necessario curarne le vittime. Come se un medico dovesse dimostrare di non avere idee politiche prima di fasciare una ferita.
È una pretesa profondamente autoritaria nella sua logica: la solidarietà sarebbe accettabile soltanto quando tace sulle cause della sofferenza. Può consolare, purché non accusi. Può distribuire coperte, purché non ricordi chi ha lasciato quelle persone al freddo.
La proprietà privata della vita pubblica
Massimiliano Fedriga, presidente leghista della Regione Friuli Venezia Giulia, ha difeso le restrizioni sostenendo che piazza della Libertà fosse stata sottratta ai cittadini. Pierpaolo Roberti, assessore regionale alla Sicurezza, ha insistito sulla necessità di regolamentare le attività dei volontari, considerate manifestazioni pubbliche.
Le loro posizioni si inseriscono in un’idea precisa di gestione della città: lo spazio pubblico deve essere restituito a chi può utilizzarlo secondo le forme considerate normali della vita urbana. Passeggiare, acquistare, consumare, divertirsi. Chi non possiede nulla e non consuma nulla viene percepito soprattutto come un’anomalia.
Il riferimento alle attività economiche e allo svago contenuto nelle prescrizioni della Questura rende questa concezione ancora più evidente. L’aperitivo, che le associazioni hanno utilizzato come simbolo della vicenda, non compare letteralmente nel provvedimento. Ma la contrapposizione nasce da una scelta reale: includere la tutela dell’intrattenimento tra le finalità di restrizioni che incidono sulla distribuzione di beni indispensabili.
Il problema non è chi beve qualcosa davanti alla stazione. Il problema è una politica che sembra conoscere perfettamente il valore economico di una piazza, ma fatica a riconoscere il valore umano di chi non dispone neppure di un letto.
È una morale da proprietari, nella quale i diritti tendono a coincidere con il possesso, la rispettabilità con il consumo e l’ordine con l’assenza di tutto ciò che ricorda la disuguaglianza.
La sicurezza usata contro chi presta soccorso
La Questura ha motivato le restrizioni anche con episodi di violenza, spaccio e aggressioni, alcune delle quali hanno coinvolto gli stessi volontari. Sono fatti seri, che richiedono interventi delle forze dell’ordine. Ma proprio questa circostanza rende discutibile la soluzione adottata: se gli operatori umanitari sono esposti a minacce, limitarne l’attività non equivale a proteggerli.
La protezione dovrebbe consentire loro di assistere le persone in sicurezza. Altrimenti si finisce per ottenere un risultato paradossale: chi minaccia o aggredisce contribuisce a creare le condizioni nelle quali viene ridotta la presenza di chi aiuta.
La Camera degli Avvocati per i Diritti Umani e degli Stranieri ha richiamato il dovere costituzionale di solidarietà e contestato l’automatica assimilazione delle attività di primo soccorso alle manifestazioni pubbliche. Non esiste, al momento, una decisione giudiziaria che abbia dichiarato illegittime le prescrizioni. Esiste però una questione politica che non richiede di attendere una sentenza: quale idea di sicurezza considera necessario limitare anche il soccorso alle persone più vulnerabili?
La sicurezza non è un lasciapassare morale. Non basta pronunciarne il nome per rendere giusta qualsiasi decisione adottata in suo nome.
La violenza rispettabile dell’indifferenza
L’aspetto più inquietante di questa vicenda non è la cattiveria individuale. È la possibilità di costruire un sistema nel quale nessuno debba sentirsi responsabile della sofferenza che continua a esistere. La Questura disciplina gli orari, il sindaco difende le regole, la Regione rivendica la sicurezza, gli uffici gestiscono le procedure. Ogni istituzione dispone di una spiegazione per le proprie decisioni, mentre le persone continuano ad aspettare sotto la pioggia.
La disumanità diventa allora un prodotto collettivo, amministrato attraverso competenze separate. Non serve che qualcuno dichiari apertamente di voler lasciare un migrante senza cibo. È sufficiente che ogni ufficio svolga il proprio compito senza assumersi la responsabilità delle conseguenze complessive.
Questa è la forma più insidiosa dell’indifferenza politica: quella che non si presenta come indifferenza, ma come corretto funzionamento delle procedure.
Una persona può attendere mesi per presentare formalmente una domanda d’asilo. Può dormire in un edificio abbandonato. Può dipendere da sconosciuti per mangiare. E tuttavia, nel linguaggio del potere, il problema urgente può diventare l’orario in cui quegli sconosciuti distribuiscono il cibo.
La vergogna ha nomi e responsabilità
Trieste non è Dipiazza, non è Fedriga, non è Roberti. È anche Lorena Fornasir, Gian Andrea Franchi, i Fornelli Resistenti, le associazioni, i cittadini che continuano ad aiutare e quelli che contestano le restrizioni. Proprio per questo non ha senso accusare indistintamente la città. Occorre chiamare in causa chi esercita il potere e chi sostiene pubblicamente determinate scelte.
A Dipiazza appartiene la responsabilità politica di aver approvato le prescrizioni e delegittimato le motivazioni dei volontari. A Fedriga e Roberti quella di aver difeso un’impostazione centrata sul controllo dello spazio pubblico. Alla Questura appartiene la responsabilità amministrativa delle limitazioni adottate. Sono responsabilità diverse, ma convergono in una vicenda nella quale l’assistenza alle persone vulnerabili è stata subordinata a una serie di condizioni che ne riducono la possibilità concreta di intervento.
La vergogna non consiste nell’avere persone povere davanti a una stazione. Consiste nel considerare la loro presenza soprattutto un problema da gestire, mentre i loro bisogni rimangono senza risposta.
Non c’è nulla di civile nel pretendere che la sofferenza sia discreta. Non c’è alcuna superiorità morale nel difendere la tranquillità di chi dispone già del necessario trascurando la condizione di chi deve implorare il minimo indispensabile.
E soprattutto non c’è buona amministrazione nel rendere più difficile il lavoro di chi tenta di riparare alle mancanze della pubblica amministrazione.
A Trieste il nome della piazza aggiunge alla vicenda un’ironia dolorosa. La libertà è scritta sulla targa, ma per alcune persone significa poter aspettare mesi senza un tetto, mentre altri decidono in quali ore sia opportuno soccorrerle. È una libertà ridotta a privilegio di chi non ha bisogno degli altri.
Una società che accetta questa gerarchia non diventa più ordinata. Diventa soltanto più abile a organizzare l’abbandono. E quando il pane offerto a uno sconosciuto viene trattato come un ostacolo alla normalità, non è il gesto solidale a dover essere giustificato. È quella normalità ad aver perso il diritto di chiamarsi civile.


