Etiopia, la guerra che può incendiare il Corno d’Africa

Se non fosse una formula abusata, diremmo che la guerra in Etiopia si svolge nel silenzio del mondo. Eppure è esattamente così. A nessuno importa, nello scacchiere geopolitico mondiale, di una guerra tra “poveracci” che non minaccia direttamente il prezzo del petrolio, non coinvolge una potenza nucleare e non occupa stabilmente le prime pagine dei giornali occidentali.

E così, mentre l’attenzione internazionale è concentrata altrove, nel Corno d’Africa sta tornando una guerra che soltanto quattro anni fa aveva provocato centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati e una delle più gravi crisi umanitarie del continente.

Il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha scelto parole che lasciano pochi dubbi sulla gravità della situazione. Parlando davanti al Parlamento, ha promesso che le forze governative avranno “la superiorità aerea” e che l’esercito sarà pronto ad adottare misure “preventive e reattive”.

Nello stesso discorso ha invitato i combattenti del Tigray a deporre le armi e a scegliere la riconciliazione nazionale. L’appello alla pace convive quindi con l’annuncio di una guerra condotta dall’alto, attraverso aviazione e droni.

I combattimenti sono ricominciati il 23 settembre, quando le forze legate al Fronte popolare di liberazione del Tigray, il TPLF, hanno lanciato un’offensiva contro l’esercito federale, estendendo gli scontri anche alle regioni di Amhara e Afar. È il più grave collasso degli accordi di Pretoria del novembre 2022, che avevano posto fine alla guerra iniziata due anni prima.

Quella pace non aveva risolto quasi nulla: aveva fermato le armi lasciando intatte rivalità territoriali, rancori, eserciti locali e soprattutto una quantità enorme di crimini senza responsabili.

In meno di due settimane il quadro militare è già cambiato più volte. Le forze tigrine erano riuscite inizialmente a conquistare aeroporti e posizioni strategiche; l’esercito federale e le milizie alleate hanno poi contrattaccato, riconquistando l’aeroporto di Mekelle e successivamente la capitale regionale.

Il TPLF si è ritirato, ma non risulta sconfitto. La possibilità più concreta è che una parte delle sue forze abbandoni il confronto convenzionale e torni alla guerriglia, una modalità di combattimento che in Tigray ha una storia lunga e che renderebbe molto più difficile per Addis Abeba dichiarare conclusa la guerra.

Nel frattempo sono tornati i bombardamenti. Fonti umanitarie citate da Reuters parlano di almeno 17 morti negli attacchi aerei e di artiglieria a nord-ovest di Mekelle, con altre vittime ad Adwa e Sheraro. Domenica un drone ha colpito un campo di sfollati a Sheraro: secondo fonti locali e operatori umanitari, sono morte almeno otto persone, tra cui un bambino.

Non è stato possibile stabilire indipendentemente chi abbia lanciato il drone. È un dettaglio importante, perché in questa guerra le informazioni vengono utilizzate da entrambe le parti e l’accesso indipendente alle zone di combattimento resta estremamente difficile.

La guerra, tuttavia, non è più soltanto una guerra del Tigray. Il pericolo vero è che diventi una guerra del Corno d’Africa.

Il cambiamento più clamoroso riguarda l’Eritrea. Nel conflitto del 2020-2022 il regime di Isaias Afwerki aveva combattuto al fianco di Abiy contro il TPLF, con accuse pesantissime di massacri, stupri e saccheggi. Oggi Etiopia ed Eritrea sono sull’orlo dello scontro. Addis Abeba accusa Asmara di sostenere il fronte ribelle; l’Eritrea nega.

Il primo ottobre i due Paesi hanno rotto le relazioni diplomatiche, dopo la chiusura dell’ambasciata etiope ad Asmara e l’espulsione di diplomatici eritrei. Da alleati contro il Tigray a potenziali nemici nel giro di quattro anni.

Dietro lo scontro c’è una questione strategica enorme: il mare. L’Etiopia, con oltre 120 milioni di abitanti, è il Paese senza sbocco sul mare più popoloso del mondo. Dall’indipendenza dell’Eritrea, nel 1993, dipende in larga parte dal porto di Gibuti per il proprio commercio. Abiy Ahmed ha ribadito anche in questi giorni che l’accesso al Mar Rosso è una necessità strategica nazionale.

Sostiene di volerlo ottenere attraverso accordi pacifici, ma ad Asmara le sue dichiarazioni vengono lette come una minaccia soprattutto al porto eritreo di Assab. La guerra nel Tigray si sovrappone così a una disputa che riguarda porti, commercio, influenza regionale e controllo delle rotte del Mar Rosso.

Ma non c’è soltanto l’Eritrea. Il governo etiope accusa anche Sudan ed Egitto di appoggiare le forze che combattono contro Addis Abeba. Entrambi negano. Il sospetto non nasce però nel vuoto. Etiopia ed Egitto sono da anni protagonisti di uno scontro durissimo sulla Grande Diga della Rinascita costruita da Addis Abeba sul Nilo Azzurro.

Per l’Etiopia è la principale infrastruttura energetica del Paese; per il Cairo è una potenziale minaccia alla propria sicurezza idrica. Il Sudan, a sua volta, condivide con l’Etiopia una lunga frontiera contesa e vive una propria guerra civile.

Il rischio è quindi che diversi conflitti già esistenti comincino a saldarsi. Nei giorni scorsi rappresentanti di Eritrea, Egitto, Sudan e Somalia hanno avviato consultazioni mentre cresceva il timore di un allargamento delle ostilità. Nessuna delle accuse etiopi di sostegno militare esterno ai ribelli è stata finora dimostrata in modo indipendente, ma il solo fatto che Addis Abeba le formuli pubblicamente mostra quanto rapidamente la crisi interna stia diventando una questione regionale.

Ci sono poi i droni. Esplosioni sono state segnalate anche ad Addis Abeba, vicino a installazioni militari, e un’alleanza di opposizione ha rivendicato alcuni attacchi. Il governo ha imposto restrizioni ai voli dei droni civili sulla capitale.

Se le forze anti-governative disponessero davvero della capacità di colpire obiettivi a centinaia di chilometri dal fronte, la guerra avrebbe già cambiato natura: non esisterebbe più una retrovia realmente sicura.

Sul terreno, intanto, a pagare sono ancora gli stessi. Civili che avevano già perso case e familiari nella guerra precedente, sfollati che vivevano nei campi dal 2020, comunità che non hanno mai ricostruito completamente servizi sanitari, agricoltura e infrastrutture. Una nuova offensiva significa nuove interruzioni dei trasporti, carenza di carburante, difficoltà nell’arrivo degli aiuti, famiglie di nuovo in fuga.

E il mondo guarda altrove. Forse perché l’Etiopia non offre una narrazione semplice. Non ci sono due campi facilmente riconoscibili, non esistono alleanze lineari e persino gli amici di ieri diventano i nemici di oggi. Il premio Nobel per la pace Abiy Ahmed ha combattuto con l’Eritrea contro il TPLF, ha firmato la pace con i tigrini e ora combatte nuovamente contro di loro mentre rischia una guerra con l’Eritrea. Sudan ed Egitto osservano, il Mar Rosso incombe sullo sfondo e milioni di civili restano intrappolati dentro questa geometria impazzita.

La guerra d’Etiopia non è dunque un conflitto remoto tra gruppi etnici che si combattono da sempre, come spesso viene liquidata. È una guerra per il potere in uno dei maggiori Paesi africani, che può coinvolgere il Mar Rosso, il Nilo, l’Eritrea, il Sudan e l’Egitto.

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