I produttori di intelligenza artificiale hanno cominciato a preoccuparsi seriamente che l’intelligenza artificiale possa ucciderci. Dario Amodei di Anthropic chiede di rallentare, Sam Altman ammette rischi sempre più difficili da controllare, ricercatori lasciano i laboratori denunciando la corsa verso sistemi capaci di agire autonomamente. A San Francisco centinaia di persone hanno marciato davanti alle sedi di OpenAI, Anthropic e Google DeepMind chiedendo di fermare lo sviluppo dei modelli più potenti. Il rischio di estinzione dell’umanità, fino a pochi anni fa argomento da convegno per specialisti, è ormai entrato nella discussione politica.
Forse non si tratta di un residuo senso di umanità. Perchè nel frattempo, per costruire quella stessa intelligenza artificiale, l’industria sta aumentando la domanda di sostanze che sappiamo già essere pericolose per gli esseri umani. Prima che ci uccida l’Ia insomma, ci pensano direttamente i produttori, perchè aspettare anni?
L’allarme arriva da ChemSec, organizzazione indipendente svedese che studia l’industria chimica. Quasi tutti i maggiori produttori mondiali di PFAS stanno progettando o realizzando aumenti della capacità produttiva in Europa, Asia e Nord America per soddisfare anche la crescita dell’elettronica avanzata, dei semiconduttori e dei sistemi di raffreddamento dei data center necessari alla corsa all’IA. ChemSec parla di una nuova “ondata” di forever chemicals.
I PFAS sono una famiglia di migliaia di composti estremamente resistenti alla degradazione. Proprio questa qualità li rende preziosi nell’industria: resistono al calore, all’acqua, agli oli e alle aggressioni chimiche. Ma ciò che è magnifico dentro un microchip è assai meno magnifico quando finisce nell’ambiente. Persistono per decenni, si accumulano e sono stati associati a tumori, alterazioni del sistema immunitario, problemi epatici e renali e danni riproduttivi. L’industria elettronica utilizzava già oltre 4.400 tonnellate di PFAS all’anno nella sola Unione europea prima dell’esplosione attuale dell’intelligenza artificiale.
Non sono OpenAI o Anthropic a fabbricare PFAS. Ma sono i miliardi investiti nella costruzione dei chip e delle infrastrutture necessarie ai loro modelli a spingere una filiera industriale che ne fa largo uso. È la parte fisica dell’intelligenza artificiale che normalmente scompare dal racconto: dietro una domanda rivolta a un chatbot non c’è una nuvola, ma miniere, fabbriche di semiconduttori, centrali elettriche, chilometri di cavi e giganteschi capannoni pieni di server da alimentare e raffreddare.
Ed è proprio intorno a questi capannoni che negli Stati Uniti sta nascendo qualcosa che fino a un anno fa sembrava improbabile: un movimento popolare contro l’espansione dell’IA.
Waterkeeper Alliance, una rete internazionale impegnata nella difesa delle acque, conta 55 gruppi affiliati negli Stati Uniti che stanno già lavorando su problemi collegati ai data center; nell’80 per cento dei casi le campagne riguardano il possibile rilascio di contaminanti nelle acque. In Wyoming le autorità di Cheyenne hanno interrotto l’accettazione delle acque reflue provenienti dai lavori per un enorme campus Meta dopo avervi trovato un batterio potenzialmente pericoloso, risultato successivamente contestato dall’azienda. In Virginia ci sono stati interventi delle autorità per violazioni relative ad acque reflue e zone umide; nello Stato di New York gli oppositori di un impianto temono lo scarico di acqua riscaldata fino a 42 gradi nel Seneca Lake.

Il movimento non ha neppure un colore politico riconoscibile. Ambientalisti, abitanti delle periferie, comitati contro il consumo di acqua, sindacati e gruppi della sinistra si ritrovano nello stesso fronte con conservatori che contestano l’aumento delle bollette elettriche e l’uso di territorio e risorse per aziende della Silicon Valley. A luglio il gruppo conservatore Humans First ha organizzato una giornata nazionale di protesta contro i data center in almeno tredici località tra Georgia, California, Texas, Florida e Virginia. In Scozia centinaia di manifestanti hanno chiesto al governo una moratoria sui nuovi impianti.
A San Francisco il movimento Stop the AI Race segue un’altra strada. Il bersaglio sono direttamente i laboratori che costruiscono i modelli più avanzati. L’11 luglio i manifestanti hanno marciato da OpenAI ad Anthropic e quindi a Google DeepMind chiedendo ai rispettivi dirigenti di impegnarsi a congelare lo sviluppo se anche i concorrenti facessero lo stesso. Dal 22 luglio una parte del movimento ha trasformato la protesta in un presidio permanente davanti alla sede di OpenAI. Dentro quella coalizione convivono gruppi preoccupati per l’estinzione, organizzazioni del lavoro, ambientalisti, oppositori dei data center, attivisti contro la sorveglianza e contro l’appropriazione delle opere protette dal copyright.
Sono paure diverse che stanno cominciando a incontrarsi. Da una parte c’è l’ipotesi estrema: un’intelligenza artificiale abbastanza potente da sfuggire al controllo umano. Dall’altra ci sono effetti che non richiedono alcuna superintelligenza: consumo di acqua ed energia, aumento delle bollette, emissioni, territori occupati, sostanze tossiche prodotte in quantità crescenti.
La questione PFAS rende particolarmente evidente questa distanza tra futuro immaginato e presente materiale. Quattro giorni fa Chemours, DuPont e Corteva hanno accettato di pagare 455 milioni di dollari per chiudere contenziosi relativi alla contaminazione da PFAS in North Carolina. Si tratta di inquinamento storico e non della produzione destinata all’IA, ma Chemours figura anche tra i grandi produttori che ChemSec indica nella nuova espansione mondiale dei forever chemicals. Il passato, insomma, ha già presentato un conto assai concreto.
L’industria sostiene che molte applicazioni dei PFAS siano ancora indispensabili e che i data center di nuova generazione possano ridurre consumi e dispersioni. ChemSec replica che in numerosi impieghi esistono o possono essere sviluppate alternative e che l’espansione della produzione rischia di rendere ancora più difficile il tentativo europeo di eliminare progressivamente queste sostanze.
Così il dibattito sull’intelligenza artificiale sta cambiando forma. Per mesi abbiamo discusso della possibilità che un giorno una macchina possa diventare tanto intelligente da decidere che l’umanità è superflua. Intorno ai data center sta crescendo un movimento che pone una domanda assai meno fantascientifica: prima di preoccuparci di ciò che l’IA potrebbe farci domani, siamo sicuri di voler accettare tutto ciò che serve per costruirla oggi?



