Milano: stesso diploma, opportunità diverse

La dispersione scolastica diminuisce. È una buona notizia, e sarebbe sbagliato nasconderla dietro il consueto racconto di una scuola italiana in perenne peggioramento. In Lombardia la quota di giovani che abbandonano precocemente gli studi è passata dal 13,1% del 2018 al 6,6% del 2025, facendo meglio della media nazionale, ferma all’8,2%.

Ma esiste un’altra dispersione, più difficile da vedere: riguarda ragazzi che a scuola continuano ad andare, vengono promossi, concludono un ciclo di studi, ma non raggiungono competenze considerate minime in italiano, matematica e inglese.

Non compaiono nelle fotografie dell’abbandono scolastico perché sui banchi sono rimasti. Eppure rischiano di uscire dalla scuola con strumenti molto più deboli rispetto ai loro coetanei.

Si chiama dispersione implicita e a Milano basta spostarsi da una zona all’altra della città perché i numeri cambino radicalmente. Nelle 23 aree di disagio socioeconomico individuate nel capoluogo lombardo il rischio arriva intorno al 21%, contro una media cittadina del 6%. A Ponte Lambro tocca il 30,2%: quasi un ragazzo su tre.

Ponte Lambro si trova all’estremità sud-est di Milano. Non serve descriverlo con le formule con cui vengono spesso raccontate le periferie: basta guardare quello che lo stesso Comune individua come problema. Nel progetto europeo UTOPIZE, avviato proprio nel quartiere, l’amministrazione elenca tra le criticità la carenza di servizi, l’isolamento sociale, le barriere infrastrutturali, la scarsa connettività, il degrado edilizio e alcuni investimenti rimasti incompiuti.

Questo non significa che a Ponte Lambro non ci sia nulla. In via Parea 26 ci sono il Centro di aggregazione giovanile e la Casa di Quartiere, nell’area si trova anche il Centro Cardiologico Monzino, e operano associazioni, attività sociali e una rete di persone che lavora sul territorio.

Essere dentro il Comune di Milano, però, non significa necessariamente avere Milano a disposizione nello stesso modo. Nel quartiere non arriva direttamente la metropolitana. Gli autobus collegano Ponte Lambro agli altri nodi della città e nelle ore notturne il Radiobus Q45 raggiunge San Donato M3 e la stazione Forlanini M4. Il collegamento esiste, dunque, ma richiede passaggi, coincidenze e tempo.

Per un adulto può essere un disagio. Per un adolescente quella distanza può significare qualcosa di più: quanto è semplice raggiungere una biblioteca, una palestra, un corso, un luogo culturale, gli amici che abitano dall’altra parte della città? Quanto è facile considerare come proprie le opportunità offerte da Milano?

La povertà educativa passa anche da qui, non soltanto da quello che accade nelle ore trascorse in classe, ma da ciò che un ragazzo può fare nel resto della giornata.

La ricerca “I luoghi che contano” di Save the Children ha individuato a Milano 23 aree di disagio socioeconomico urbano. Vi abitano 24.446 minori, il 12,1% di tutti gli under 18 della città. In queste aree il 35,3% delle famiglie vive in condizioni di povertà relativa, mentre nella città nel suo complesso la percentuale è del 18,4%.

Anche gli indicatori scolastici si allontanano: il 14,3% degli studenti delle secondarie nelle aree fragili ha abbandonato la scuola o ripetuto almeno un anno, contro il 7,6% medio cittadino. Tra i giovani dai 15 ai 29 anni il 29,1% non studia e non lavora, mentre nella media di Milano sono il 19,9%.

I numeri non dimostrano che un reddito basso produca automaticamente un cattivo risultato scolastico. Dicono però che povertà economica, difficoltà educativa e territorio tendono spesso a incontrarsi. Una famiglia con poche risorse non dispone soltanto di meno denaro: può avere una casa più piccola in cui è difficile trovare un posto tranquillo per studiare, minori possibilità di pagare ripetizioni, sport, musica o lingue, meno tempo da dedicare ai figli perché il lavoro è più faticoso o precario.

Se intorno anche l’offerta pubblica è meno accessibile, lo svantaggio si somma allo svantaggio. È così che il luogo in cui si cresce può finire per entrare nella pagella senza essere scritto da nessuna parte.

Quarto Oggiaro permette però di evitare una spiegazione troppo facile. Qui i collegamenti esistono: c’è una stazione ferroviaria servita dalle linee suburbane S1 e S3; poco distante c’è Milano Certosa, attraversata da altre linee del passante; nel quartiere e nelle aree adiacenti circolano autobus e tram. Sono presenti scuole, impianti sportivi, servizi sanitari e sociali. Eppure il tema dell’accessibilità rimane.

Foto FlavMi, licenza CC BY-SA 3.0

Proprio nell’agosto 2026 alcuni residenti dell’area di via Perini, Quarto Oggiaro ed EuroMilano hanno promosso sulla piattaforma partecipativa del Comune una richiesta per migliorare i collegamenti con il centro, le metropolitane e le stazioni. Il problema segnalato non è l’assenza assoluta di trasporto pubblico, ma la necessità di utilizzare più mezzi e affrontare tempi di percorrenza considerati poco competitivi rispetto ad altre parti della città.

È una distinzione importante. Contare una fermata dell’autobus o una stazione su una mappa non basta a misurare quanto un servizio sia realmente utilizzabile. Allo stesso modo, contare una scuola non dice quali opportunità circondino gli studenti che la frequentano. Nelle periferie milanesi operano infatti anche numerosi presìdi nati proprio per colmare queste distanze.

A Quarto Oggiaro e nel vicino Gallaratese sono attive esperienze educative e sociali rivolte a bambini, adolescenti e famiglie. In tutta Milano i presìdi educativi extrascolastici censiti sono 226 e raggiungono più di ottomila minori. Il loro lavoro, oggi, non consiste più soltanto nel “fare i compiti”.

Un dato raccolto nei doposcuola milanesi racconta forse meglio di molti altri che cosa significhi povertà educativa. Il 91% dei ragazzi che li frequentano dichiara di sentirsi accettato per quello che è. A scuola la percentuale scende al 58%. C’è naturalmente una differenza enorme tra una scuola che deve occuparsi ogni mattina di centinaia di studenti e un piccolo presidio territoriale.

Il confronto non serve a stabilire chi lavori meglio, ma dice quale bisogno cercano sempre più spesso di soddisfare doposcuola, centri di aggregazione, oratori, associazioni e cooperative: non soltanto recuperare matematica, ma offrire relazioni, continuità, adulti di riferimento e uno spazio dove sia possibile sbagliare senza sentirsi già esclusi.

Anche questo entra nelle competenze. Un ragazzo che pensa di non essere capace smette più facilmente di fare domande. Chi non ha qualcuno a cui chiedere una spiegazione accumula lacune. Chi non trova un luogo in cui stare dopo scuola trascorre diversamente il proprio tempo. La distanza educativa si costruisce anche attraverso piccole differenze quotidiane che, sommate per anni, possono diventare enormi.

Il quadrilatero di San Siro offre un’altra correzione all’immagine tradizionale della periferia isolata. Qui la metropolitana arriva. La M5 attraversa il quartiere e la rete dei trasporti di superficie è ampia. Uno studio d’area del Comune rileva che la quota di popolazione con limitata accessibilità alle fermate del trasporto pubblico è del 4,2%, persino inferiore al 5,5% medio cittadino. Eppure San Siro resta una delle aree in cui si concentrano fragilità sociali ed educative.

Lo stesso studio comunale indica un problema diverso: non tanto una carenza assoluta di servizi, quanto una ridotta possibilità di scelta per tipologia e qualità. Avere qualcosa vicino casa, in altre parole, non equivale necessariamente ad avere le stesse possibilità disponibili altrove.

È significativo che proprio qui il Comune stia progettando di trasformare l’ex mercato di piazzale Selinunte in uno spazio multifunzionale con attività educative, culturali e formative, luoghi gratuiti di aggregazione e studio, orientamento per le famiglie, formazione professionale e iniziative rivolte ai giovani. Non è una metropolitana in più. È un altro genere di infrastruttura.

Ponte Lambro, Quarto Oggiaro e San Siro mostrano tre situazioni diverse. Sarebbe sbagliato appiattirle in un’unica fotografia delle “periferie difficili”. A Ponte Lambro pesa anche l’isolamento fisico. Quarto Oggiaro possiede collegamenti importanti, ma alcune sue aree continuano a percepire come difficoltoso raggiungere rapidamente il resto della città.

A San Siro il trasporto pubblico è relativamente accessibile, ma restano forti concentrazioni di fragilità e una minore varietà delle opportunità disponibili. In tutti e tre i casi esistono però anche scuole, associazioni, centri educativi, servizi pubblici e persone che provano quotidianamente a ridurre le distanze.

La povertà educativa non coincide quindi con un quartiere senza servizi e non si risolve aprendo una singola struttura. È il risultato dell’interazione tra reddito familiare, qualità della scuola, abitazione, trasporti, spazi pubblici, servizi sociali e sanitari, cultura, sport e possibilità di costruire relazioni fuori dalla propria cerchia familiare.

Per questo la diminuzione dell’abbandono scolastico è importante, ma non sufficiente. Portare un ragazzo fino alla fine della scuola è un risultato. Bisogna poi chiedersi con quali strumenti ne esca.

Se due studenti frequentano la stessa città, seguono programmi scolastici formalmente uguali e conseguono lo stesso titolo, ma uno dei due ha avuto molte meno possibilità di imparare, incontrare, muoversi, essere aiutato e scegliere, l’uguaglianza esiste soprattutto sulla carta. E il CAP finisce per pesare sulla formazione quasi quanto la scuola che si frequenta.

Foto Arbalete, licenza CC BY-SA 3.0