In effetti era un po’ troppo. Andrea Pirlo, possibile commissario tecnico della Nazionale italiana, contemporaneamente ambasciatore globale di Fonbet, una delle principali società russe di scommesse, presente poche settimane fa a Mosca per un evento organizzato dallo stesso bookmaker. Nel mezzo c’è una guerra, ci sono le sanzioni occidentali contro la Russia e c’è un incarico, quello di allenatore dell’Italia, che non può essere considerato una normale occupazione privata.
Due premesse. Diogene Notizie proprio in quanto quotidiano che si occupa di povertà e costume popolare non ha la puzza sotto il naso verso il calcio. Chi scrive ha frequentato la curva Sud dell’AS Roma fino a quando il calcio è stato quello per cui era nato, un gioco.
In più, da sempre, come riscontrabile in tutti gli articoli sparsi nel web e sui giornali con cui collaboro, ho sempre deprecato l’ottusità ipocrita che spinge a vietare concerti e pubbliche esposizioni di artisti ed esponenti del mondo della cultura russi, israeliani, cinesi e chi ha più ne ha, di elenchi di Paesi esperti in violazioni di diritti umani, ne metta. Ma qui non parliamo nè di cultura nè di arte.
La doppia morale, le doppie morali, sono molto fastidiose, quando qualcuno sale sul pulpito e ti fa la lezioncina sull’etica. Il contratto di Pirlo con Fonbet non era nascosto in una cassaforte del Cremlino. Era pubblico, accompagnato da fotografie, comunicati e iniziative promozionali.
Pirlo era stato nominato ambasciatore del marchio nell’ottobre scorso e a maggio aveva partecipato a Mosca a una manifestazione dell’azienda insieme a Marco Materazzi e, capitano mio capitano ma perchè?, Francesco Totti.
Se il principio è quello dell’incompatibilità morale, allora il discorso non può fermarsi a Fonbet. Perché il calcio mondiale è immerso da almeno vent’anni in un sistema economico che convive quotidianamente con governi autoritari, fondi sovrani, grandi gruppi industriali accusati di violazioni dei diritti umani e multinazionali finite ripetutamente sotto inchiesta per le condizioni di lavoro nelle proprie filiere produttive.
L’Arabia Saudita è soltanto l’esempio più evidente. Il Public Investment Fund, il fondo sovrano controllato dal principe ereditario Mohammed bin Salman, non finanzia soltanto i grandi club della Saudi Pro League. Controlla l’Al Hilal, l’Al Nassr, l’Al Ittihad e l’Al Ahli, organizza eventi internazionali di golf, pugilato, Formula 1, tennis e investe miliardi di dollari nello sport come strumento di politica estera.
Amnesty International e Human Rights Watch parlano apertamente di sportswashing: usare il prestigio dello sport per attenuare l’immagine di un Paese accusato di repressione politica, limitazione delle libertà civili, discriminazioni contro le donne, uso estensivo della pena di morte e sfruttamento dei lavoratori migranti.
Eppure nessuno mette in discussione la presenza di Simone Inzaghi sulla panchina dell’Al Hilal, di Mateo Retegui all’Al Qadsiah o di Roberto Mancini, che per oltre un anno ha guidato direttamente la nazionale saudita.
Lo stesso vale per il Qatar. Dopo le migliaia di morti denunciate da organizzazioni internazionali tra i lavoratori impiegati nella costruzione degli stadi dei Mondiali del 2022, il calcio europeo non ha interrotto alcun rapporto economico con Doha. Anzi.
Il Paris Saint-Germain continua a essere controllato da Qatar Sports Investments, Marco Verratti ha concluso la propria carriera europea trasferendosi ad Al Arabi e il Qatar rimane uno dei maggiori investitori dello sport mondiale.
Ma il doppio standard diventa ancora più evidente quando si guarda agli sponsor. Prendiamo Nike. Nel 2023 il Difensore civico canadese per la responsabilità delle imprese ha aperto un’indagine sulle attività di Nike Canada dopo le accuse secondo cui alcuni prodotti della filiera tessile potrebbero essere collegati al lavoro forzato degli uiguri nello Xinjiang.
L’azienda ha respinto ogni accusa, ribadendo di vietare il lavoro forzato e quello minorile, ma l’inchiesta è ancora oggi uno dei casi più rilevanti sul rapporto tra industria sportiva e diritti umani.

Non è il primo episodio. Negli anni Novanta Nike è diventata il simbolo mondiale delle cosiddette sweatshops, le fabbriche del Sud-est asiatico dove migliaia di operai lavoravano fino a sedici ore al giorno per salari da fame, in condizioni igieniche spesso disastrose.
Nel 1997 un’inchiesta pubblicata da Life Magazine mostrò la fotografia di un bambino pakistano di dodici anni intento a cucire palloni destinati anche al mercato occidentale. Quell’immagine divenne uno dei simboli dello sfruttamento minorile nell’industria sportiva.
Le proteste costrinsero Nike a modificare profondamente la propria politica industriale. Vennero introdotti controlli indipendenti, codici etici, ispezioni e sistemi di tracciabilità della filiera. Ma ancora oggi organizzazioni come Clean Clothes Campaign, Worker Rights Consortium e Public Eye continuano a denunciare salari insufficienti, ostacoli alla libertà sindacale e condizioni di lavoro problematiche presso diversi fornitori asiatici.
Adidas non è rimasta immune. Anche il gruppo tedesco è stato coinvolto nelle verifiche internazionali sulla possibile presenza di cotone proveniente dallo Xinjiang, regione nella quale secondo le Nazioni Unite e numerosi governi occidentali esiste un serio rischio di lavoro forzato nei confronti della minoranza uigura. Adidas ha dichiarato di non rifornirsi direttamente da quella regione e di effettuare verifiche sulla catena produttiva.
Nel 2025, inoltre, la Procura di Milano ha acquisito documentazione relativa alla filiera italiana di alcune grandi aziende della moda e dell’abbigliamento sportivo, fra cui Adidas Italia, nell’ambito dell’indagine sul sistema di subappalti che avrebbe favorito laboratori clandestini dove operai cinesi lavoravano fino a quattordici ore al giorno, sette giorni su sette, dormendo spesso negli stessi capannoni.
Adidas non risultava indagata, ma il caso dimostrò ancora una volta quanto sia difficile controllare realmente una filiera globale composta da centinaia di fornitori e subfornitori.
Puma ha affrontato contestazioni analoghe. Organizzazioni internazionali per i diritti dei lavoratori continuano a segnalare criticità nei confronti di alcuni fornitori in Bangladesh, Vietnam e Cambogia, dove i salari rimangono molto al di sotto di quelli considerati dignitosi e l’attività sindacale incontra ancora forti limitazioni.
Nemmeno aziende italiane come Fila sono rimaste completamente estranee alle polemiche sulla delocalizzazione produttiva. Gran parte della produzione mondiale dell’abbigliamento sportivo viene ormai realizzata in stabilimenti asiatici gestiti da fornitori esterni.
Il problema, sottolineano da anni Organizzazione Internazionale del Lavoro, Human Rights Watch e Clean Clothes Campaign, non riguarda un singolo marchio ma un intero modello industriale fondato sulla continua compressione del costo del lavoro.
Eppure nessuno si sogna di chiedere ai campioni olimpici di rinunciare alle scarpe Nike, Adidas, Puma o Fila. Nessuno propone di escludere dalla Nazionale un atleta perché testimonial di un marchio finito sotto inchiesta per presunte violazioni della filiera produttiva.
Nessuno pretende che un calciatore rescinda il proprio contratto di sponsorizzazione finché il produttore non dimostri che ogni singolo pallone, ogni maglia e ogni paio di scarpe sono stati realizzati in condizioni impeccabili.
Ed è giusto così. Perché la responsabilità individuale non coincide automaticamente con quella dell’azienda o del Paese nel quale quell’azienda produce. Ma allora lo stesso principio dovrebbe valere sempre.
Il problema, insomma, non è Pirlo. Il problema è che la linea dell’etica sembra cambiare ogni volta che cambia il bersaglio. Ci sono contratti che diventano improvvisamente intollerabili e altri che, pur inseriti in contesti non meno controversi, vengono serenamente archiviati come normali rapporti professionali.
Quando l’etica funziona a intermittenza, smette di essere un principio e diventa uno strumento. E una morale che si accende soltanto quando conviene rischia di essere molto meno credibile delle persone che pretende di giudicare.



