Agnoletto: “Stanno cancellando le conquiste del 1789”

E’ appena uscito “Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani” di Vittorio Agnoletto, terzo titolo della collana «Lectio magistralis» per Tab Edizioni. A venticinque anni dal G8 del 2001, il racconto di Vittorio Agnoletto su quella che fu definita da Amnesty International «la più grave sospensione dei diritti democratici in Occidente dal dopoguerra». Dalla scuola Diaz e da piazza Alimonda ai decreti sicurezza del governo Meloni, dalle speranze del movimento altermondialista alle opportunità di quelli di oggi, dalla globalizzazione alla “dittatura tecnologica”: un libro di memorie che interroga il presente e il futuro della nostra società.

In questo libro-intervista con Mario Scagnetti, Vittorio Agnoletto – all’epoca portavoce del Genoa Social Forum e tra i massimi esponenti di quel movimento altermondialista che, come scrive l’autore, arrivò «a un passo dal cambiare il mondo in maniera radicale» – torna su uno degli eventi più traumatici della storia recente italiana. L’autore, però, non si limita alla memoria e al racconto di quelle terribili giornate, ma le utilizza per leggere la società di oggi e quella che verrà e per riflettere sui rapporti tra le idee, i movimenti, le generazioni, il potere e la democrazia.

L’intervista in audio a questo indirizzo: https://soundcloud.com/diogene-notizie/laura-supino-intervista

Vittorio Agnoletto

Vittorio Agnoletto, lei era portavoce del Genoa Social Forum nel 2001 e in questo libro racconta un quarto di secolo dopo la forza di un movimento e poi la brutalità quasi inattesa di una repressione di quelle stesse istanze. Che momento fu?

Fu un momento drammatico dove la destra, ma in rapporto con poteri internazionali, perché la scelta non fu solo nazionale, tentò da un lato di portare un colpo definitivo a quello che era il più grande movimento della storia umana, perché il movimento dei forum sociali era presente in tutti i continenti e dall’altra parte sulla scena nazionale è anche di dare un colpo molto forte alla nostra democrazia. Lo definirei quasi un blitz verso un regime autoritario. Oggi noi stiamo assistendo a un percorso più lungo, ma con lo stesso identico obiettivo. Gli ultimi decreti sicurezza hanno l’obiettivo di bloccare qualunque forma di dissenso. Finora noi abbiamo sempre imparato che la diversità di opinione è il sale della democrazia. Oggi chi è al potere ci dice che la diversità di opinioni è un rischio per la stabilità e che quindi in quanto tale va represso. A Genova hanno fatto delle prove generali.

Lei racconta di questo movimento fortissimo, dalle caratteristiche inedite, oggi cosa è rimasto di allora?

I valori e le idee si sono diffuse magari in modo carsico, ma rimangono assolutamente attuali. Dobbiamo ritornare a quelle idee. Una volta noi dicevamo trasformare il mondo, oggi direi assicurarci che ci potrà essere anche un mondo nel futuro prossimo e un mondo abitato dal genere umano, perché se allora un altro mondo era possibile e poi era necessario, oggi è urgente. Siamo di fronte a una situazione dove il 40% dell’umanità possiede meno del 5% della ricchezza e siamo di fronte a una enorme necessità di ottenere e di lottare per una maggior giustizia sociale e giustizia ambientale.
Attenzione perché oggi a governare il mondo non sono neanche più i governi, sono i grandi fondi finanziari attraverso le piattaforme e molte volte i governi sono semplicemente dei fantocci nelle mani di questi fondi finanziari. Purtroppo era quello che noi allora avevamo previsto.

Quel movimento aveva ragione?

Aveva totalmente ragione e anche su un altro filone, cioè che la continua accumulazione di potere in un numero limitatissimo di mani avrebbe per forza di cose spinto verso la guerra. La guerra non è un qualcosa di eccezionale con questo modello di sviluppo, dentro questo modello di sviluppo la guerra è la conseguenza più ovvia di chi lavora per controllare le materie prime, per controllare le vie di comunicazione e aggiungo una cosa che a differenza degli imperi di altre stagioni storiche, questo nuovo impero non ha bisogno di milioni di schiavi che lavorino per lui, perché sono sostituiti dalla tecnologia e quindi ragiona sul fatto che alcune popolazioni possono assolutamente essere fatte scomparire, vengono considerate eccedenti. Se Gaza viene trasformata in una riviera nelle mani di miliardari, non hanno bisogno che ci sia il popolo di Gaza a lavorare per loro, possono distruggerlo, possono annientarlo e poi importeranno un po’ di lavoratori stagionali, magari dall’India piuttosto che dalla costa africana, e questa è una novità drammatica.

Sembra che non abbiano più bisogno neanche di consenso?

Questo potere che oggi gestisce e governa il mondo ha zerato da un lato tutte le regole di convivenza civili con gli accordi internazionali, la convenzione sui diritti umani che sono nate tutte dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Tutta l’architettura della seconda parte del novecento è stata totalmente azzerata, ma c’è qualcosa di più. A mio parere stanno cancellando le conquiste dello Stato borghese del 1789 che si fondava sulla divisione dei poteri. Oggi il potere esecutivo ha azzerato il potere legislativo, vuole sottoporre a se stesso il potere giudiziario e il potere mediatico.
Stiamo tornando verso una forma quasi di assolutismo che non è tanto rappresentata dal principe del momento, ma da questo potere difficilmente identificabile che si concentra nei fondi finanziari, nella economia non tangibile, nell’economia finanziarizzata, che era uno dei rischi che noi avevamo addirittura denunciato proprio nell’assemblea di apertura del pomeriggio del 16 luglio 2001.

E poi ci fu l’episodio terribile di Carlo Giuliani…

Una tragedia, l’omicidio di Carlo Giuliani. E io arrivo a dire che era stato messo nei conti che un manifestante avrebbe potuto essere ucciso. C’è un documento che è stato ritrovato un mese prima di Genova, nel giugno 2001, in un cestino dei rifiuti in un quartiere periferico di Roma, “casualmente” da due vigili urbani, anzi da due rappresentanti della polizia locale, per essere precisi. In questo documento, che dal linguaggio probabilmente era stato scritto da qualche pezzo dei servizi segreti, si diceva testualmente potrebbe accadere che a Genova un giovane sia ucciso da un giovane poliziotto stressato e alle sue prime esperienze. Sono esattamente le parole del comunicato stampa fatta dalle istituzioni dopo l’omicidio di Carlo Giuliani, con l’unica differenza che a ucciderlo non era un giovane poliziotto, ma un giovane carabiniere ventenne stressato e alle sue prime esperienze. Allora qualcuno aveva messo in conto che a Genova avrebbe potuto esserci un morto tra le file dei manifestanti e questo spiega il livello di violenza che hanno utilizzato.

Che cosa si può fare, un mondo migliore è ancora possibile, che cosa secondo lei è ancora possibile?

Io penso di sì, anche perché non abbiamo ancora molto tempo da aspettare e ho fiducia nelle giovani generazioni, che non è vero come dicono i media che si muovono per la grande manifestazione per la Palestina e poi il giorno dopo scompaiono. Il giorno dopo questi giovani sono a costruire migliaia di esperienze dal basso, dai dopo scuola per i figli di immigrati, ai negozi del commercio eco solidale, agli sportelli in difesa della salute, tante diverse esperienze che non vengono notate, però che ci sono e poi chiedono partecipazione.
Perché sono andati a votare in massa per il referendum? Perché avevano una netta sensazione che lì se votavi bianco poi accadeva bianco, se votavi nero poi accadeva nero, cioè che il loro voto contava. Mentre quando vai a votare per le elezioni politiche molti di loro hanno l’impressione che il loro voto non conta e viene poi gestito con altra modalità. Allora noi dobbiamo tornare all’esperienza del movimento altermondiarista per proporre un intreccio tra democrazia diretta e democrazia delegata.
Dobbiamo favorire ogni forma di partecipazione, per esempio a Portalegre, che non è una città piccola, una città delle dimensioni di Milano, il 10-15% del bilancio del Comune non veniva deciso dal Consiglio Comunale, veniva deciso dalla popolazione attraverso un percorso democratico di decisione. E perché non possiamo provare a applicare questo nei nostri comuni e nei nostri municipi? Perché non possiamo anche su scelte locali rimetterci a dei referendum dove la popolazione decide quali sono le scelte da compiere e quali sono le priorità? Se vogliamo rilanciare la partecipazione questi sono gli strumenti assolutamente necessari. I giovani si muovono se hanno la possibilità di partecipare, di contare e se hanno dei grandi ideali e valori di riferimento.
Io credo che in questo momento Gaza giochi questo ruolo, è diventato per noi prima di tutto un riferimento etico, un dovere etico, ha un senso morale. I giovani si sono sempre mossi mettendo insieme questi due punti, la speranza che li guida verso un valore assoluto, che non si può discutere e delle esperienze concrete e materiali che nascono sul campo.