Tunisia, Saied stringe su migranti e oppositori

La Tunisia torna davanti al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite non come l’eccezione democratica nata dalle primavere arabe, ma come uno dei casi più evidenti di arretramento autoritario nel Mediterraneo. Human Rights Watch denuncia una nuova stretta contro oppositori politici, attivisti, giornalisti, avvocati indipendenti e difensori dei diritti umani.

L’organizzazione ha chiesto agli Stati membri dell’Onu di rompere il silenzio e condannare pubblicamente la repressione in corso. Il rischio, sostiene HRW, è che l’assenza di una risposta internazionale venga letta dalle autorità tunisine come un via libera.

Il caso più recente riguarda otto difensori dei diritti umani condannati dai tribunali tunisini a pene detentive e multe pesanti. Tra loro c’è Sihem Bensedrine, ex presidente dell’Istanza Verità e Dignità, l’organismo creato dopo la rivoluzione per indagare sulle violazioni commesse durante i decenni dell’autoritarismo.

Il 26 giugno un tribunale di Tunisi l’ha condannata a 25 anni di carcere e a una multa congiunta di circa 1,8 miliardi di dinari tunisini, pari a circa 600 milioni di dollari. Pochi giorni prima, Saadia Mosbah, presidente dell’associazione antirazzista Mnemty, era stata condannata a otto anni di carcere e a una multa di 122 mila dinari.

Non sono episodi isolati. Secondo Human Rights Watch, cinque anni dopo la presa di poteri straordinari da parte del presidente Kais Saied, il quadro dei diritti umani è peggiorato drasticamente. Dal 25 luglio 2021, quando Saied sospese il Parlamento e concentrò su di sé il potere esecutivo, la Tunisia ha progressivamente smontato gli equilibri istituzionali costruiti dopo il 2011.

La nuova Costituzione approvata nel 2022 ha rafforzato il ruolo del presidente e indebolito Parlamento e magistratura, alimentando le accuse di svolta presidenzialista e di ritorno all’uomo solo al comando.

La repressione ha colpito in modo particolare la società civile. Saied ha più volte accusato le organizzazioni non governative di servire interessi stranieri, definendole “traditori” e “mercenari”. Dal maggio 2024, secondo HRW, le autorità hanno usato arresti arbitrari, detenzioni, indagini finanziarie, procedimenti penali e sospensioni amministrative per colpire associazioni e operatori umanitari.

Almeno 46 persone legate a Ong sono state perseguite con norme vaghe su documenti di viaggio, status degli stranieri, antiterrorismo, riciclaggio e reati finanziari.

Dentro questa stretta si inserisce il dossier più sensibile: i migranti subsahariani. La Tunisia è diventata uno snodo centrale delle partenze verso l’Europa, ma anche un laboratorio della politica esternalizzata delle frontiere europee. Nel luglio 2023 l’Unione europea ha firmato con Tunisi un’intesa che comprendeva 100 milioni di euro per il contrasto alla migrazione irregolare.

Tribunale amministrativo Tunisi Foto Ahmed BEN YAGHLENE
Licenza: CC BY-SA 3.0

L’obiettivo europeo era ridurre le partenze nel Mediterraneo centrale; il prezzo politico, denunciano molte organizzazioni, è stato chiudere gli occhi davanti agli abusi.

La situazione dei migranti è precipitata dopo il discorso del 2023 in cui Saied parlò dell’arrivo di persone dall’Africa subsahariana come di una presunta cospirazione per cambiare la composizione demografica del Paese. L’Unione africana condannò quelle parole come discorso d’odio. Da allora le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato espulsioni collettive, violenze, respingimenti verso le zone di frontiera con Libia e Algeria e persecuzioni contro chi presta assistenza.

Nell’aprile 2025 le autorità tunisine hanno smantellato campi improvvisati che ospitavano circa 7 mila migranti subsahariani e avviato deportazioni forzate. Il governo stimava allora circa 20 mila persone accampate nelle foreste vicino ad Amra e Jbeniana, bloccate dopo essere state impedite a raggiungere l’Europa via mare.

La repressione dei migranti serve anche a deviare una crisi sociale interna che Saied non è riuscito a risolvere. La Tunisia resta un Paese attraversato da disoccupazione, povertà e perdita di potere d’acquisto. Secondo la Banca Mondiale, nel 2025 il Pil è cresciuto del 2,5 per cento, dopo anni di ripresa debole.

L’inflazione media è scesa al 5,7 per cento, ma il lavoro resta insufficiente: la disoccupazione era al 15,2 per cento nel quarto trimestre del 2025, con una partecipazione al mercato del lavoro ferma al 45,9 per cento. La povertà, misurata sulla soglia da 8,30 dollari al giorno, era stimata al 16 per cento nel 2025.

È qui che la svolta autoritaria e la crisi economica si tengono. Saied ha costruito il proprio potere promettendo ordine, sovranità e rottura con le élite del passato. Ma mentre il Paese continua a convivere con salari bassi, disoccupazione, inflazione alimentare e servizi pubblici fragili, il potere presidenziale cerca nemici interni ed esterni: oppositori, giudici, giornalisti, Ong, migranti, attivisti antirazzisti.

La Tunisia di oggi è quindi un crocevia politico per l’Europa. Da una parte Bruxelles e Roma chiedono a Tunisi di fermare le partenze. Dall’altra, le organizzazioni per i diritti umani denunciano un sistema che reprime chi dissente e colpisce i migranti più vulnerabili.

Il risultato è un patto implicito: meno barche verso l’Europa, meno attenzione alla democrazia tunisina. Ma il prezzo lo pagano i tunisini poveri, la società civile e migliaia di persone africane trasformate in capro espiatorio di una crisi che il governo non sa governare.

Il Presidente della Tunisia Kaïs Saïed Foto Houcemmzoughi
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