Si apre oggi, 7 luglio, a New York l’High-level political forum (Hlpf), l’appuntamento annuale con cui l’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) verifica a che punto è arrivata l’Agenda 2030. Fino al 15 luglio, sotto la regia del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (Ecosoc), delegazioni di decine di Paesi si alterneranno al palco per illustrare quello che hanno fatto.
Conviene ricordare di cosa si parla, perché il gergo tende a coprire la sostanza. Nel 2015 tutti gli Stati membri dell’Onu firmarono un programma comune: diciassette Obiettivi di sviluppo sostenibile (Oss), articolati in 169 traguardi da raggiungere entro il 2030. Il primo di quegli obiettivi, quello da cui parte tutto il resto, è «porre fine alla povertà in ogni sua forma, ovunque».
Non è un vincolo giuridico: nessuno sanziona chi non lo rispetta. È una promessa. E il forum di New York serve, sulla carta, a misurare quanto quella promessa venga mantenuta.
Il rito delle relazioni
La parte cerimoniale funziona bene. Trentasei Paesi, Italia compresa, presenteranno la propria Voluntary national review (Vnr), la relazione con cui ogni Stato racconta i progressi compiuti in casa propria. Per l’Italia è la terza, dopo quelle del 2017 e del 2022, costruita attorno a quattro «fattori abilitanti» — coerenza delle politiche, territorializzazione degli obiettivi, cultura della sostenibilità, partecipazione — e affiancata da quattordici relazioni locali di Regioni, Province autonome e Città metropolitane, oltre a una prima relazione redatta dalle giovani generazioni.
È un apparato imponente di autovalutazione. Ma è bene chiamarlo con il suo nome: sono documenti con cui i governi si raccontano da sé. La stessa Onu, nei suoi materiali, descrive il forum come il luogo dove i Paesi «mettono in mostra» le azioni intraprese. Mettere in mostra non è la stessa cosa che ottenere risultati.
Quello che dice il rapporto, non il comunicato
Alla vigilia del forum, il Segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha diffuso il rapporto annuale sull’avanzamento degli obiettivi. Le cifre sono la cosa più importante di tutta la settimana newyorkese, e sono quelle che i resoconti entusiasti tendono a citare di sfuggita.
Dei 139 traguardi per cui esistono dati affidabili, solo il 36 per cento è in linea con gli impegni o registra progressi moderati. Il 49 per cento — quasi la metà — avanza troppo lentamente per arrivare in tempo. Il restante 18 per cento è addirittura regredito rispetto al punto di partenza del 2015. Tradotto: a quattro anni dalla scadenza, due traguardi su tre non arriveranno.
Il rapporto ammette progressi reali in alcuni campi — accesso all’elettricità e a internet, energie rinnovabili, mortalità infantile in calo, un ampliamento della protezione sociale. Sono i risultati che i comunicati mettono in prima fila. Ma è sulla povertà che il quadro diventa impietoso, ed è la povertà il motivo per cui questa Agenda esiste.

La povertà: la promessa che si sta abbandonando
Sul primo obiettivo, quello fondativo, l’Onu usa parole nette: la riduzione della povertà nel mondo è «praticamente ferma». Nel 2025 si stima che 808 milioni di persone — circa una su dieci — vivano ancora in povertà estrema. Una parte di quell’aumento rispetto alle stime precedenti dipende da una ragione tecnica: la Banca mondiale ha alzato la soglia della povertà estrema da 2,15 a 3 dollari al giorno.
Ma la sostanza non cambia, ed è la sostanza che conta: dieci anni dopo la firma, il numero dei poveri assoluti non scende più. Solo un Paese su cinque è sulla traiettoria giusta per dimezzare la propria povertà nazionale entro il 2030. E se le cose restano così, nel 2030 quasi il 9 per cento dell’umanità sarà ancora in povertà estrema — cioè l’obiettivo di sradicarla verrà mancato in modo clamoroso.
Accanto alla povertà cammina la fame, tornata ai livelli del 2005: oltre 150 milioni di bambini soffrono di malnutrizione cronica, e l’insicurezza alimentare resta ben sopra i valori del 2015. Più di tre quarti dei poveri estremi del pianeta vivono nell’Africa subsahariana o in Paesi dilaniati dai conflitti. La regione subsahariana da sola concentra circa il 60 per cento dei poveri estremi del mondo pur ospitando appena il 14 per cento della popolazione.
C’è poi il dato che smonta la retorica dell’«impegno». Mentre si invoca più cooperazione, i soldi vanno nella direzione opposta: gli aiuti pubblici allo sviluppo sono calati del 7 per cento in un anno, e i finanziamenti specificamente dedicati alla lotta alla povertà si sono ridotti dell’8,7 per cento. Il buco tra ciò che servirebbe e ciò che c’è è stimato in quattromila miliardi di dollari l’anno. Non è un fallimento tecnico: è una scelta politica. I Paesi ricchi stanno tagliando proprio le voci destinate a chi ha meno.
Ciò che manca all’ordine del giorno
C’è un ultimo particolare che i resoconti ufficiali non mettono in evidenza, ma che dice più di ogni bilancio. L’edizione 2026 del forum ha scelto di approfondire cinque obiettivi: acqua, energia, imprese e innovazione, città, partenariati. La povertà e la fame — i due traguardi più in ritardo, quelli che il rapporto stesso indica come i più gravi — non sono tra questi. Non figurano nell’agenda di quest’anno.
Si celebra il metodo: le relazioni, i fattori abilitanti, le revisioni volontarie, le buone pratiche da mettere in vetrina. Si tace sul risultato: la promessa da cui tutto è partito — porre fine alla povertà — viene mancata, e mancata mentre si tagliano le risorse per combatterla.
Un’Agenda che nasce per i poveri finisce per parlare di tutto tranne che di loro. E quando la povertà scivola fuori dall’ordine del giorno, non è una dimenticanza burocratica: è il modo, in apparenza elegante, con cui una promessa viene disattesa.



